Archivi del mese: luglio 2014

Asceti serpenti (Reperti, 22: Thomas Mann)

1940_Thomas_Mann_Die_vertauschten_Köpfe_Orig.-UmschlagMi hanno suggerito, giustamente, di leggere Le teste scambiate, un racconto lungo di Thomas Mann, che ne trasse lo spunto da una leggenda trovata nel libro dell’amico indologo Heinrich Zimmer dedicato al mito indiano.

I tre protagonisti della vicenda – lei, lui, l’amico di lui – a un certo punto si recano da un eremita per un consiglio circa la loro peculiare situazione e costui, «Kamadamana, il vincitore dei desideri», oltre a darglielo, li ammaestra con un breve monologo sull’ambiguità della rinuncia. Perché raccogliere delle giuggiole se poi devo rinunciare a esse? Perché una rinuncia senza una sfida non vale nulla? Ma in questo modo non cedo comunque al godimento della vista? «La penitenza insomma è una botte senza fondo, una cosa imperscrutabile, perché le tentazioni dello spirito vi si mescolano con quelle dei sensi e danno da fare come il serpente che mette due teste quando gliene fu mozzata una. Ma è bene che sia così e ciò che conta è sempre l’intrepidezza.»

Va notato che la figura dell’eremita è un’aggiunta di Mann rispetto agli elementi presenti nella leggenda originale; non mi pare assurdo quindi immaginare che per il luogo in cui risiede l’eremita, la foresta di Dankaka, insieme con altri santi, Mann si sia servito di reminiscenze di altra provenienza. Questa foresta, infatti, assomiglia parecchio alla Tebaide, essendo «abbastanza vasta per offrire ad ognuno sufficiente isolamento e un tratto di orrido deserto». Gli uomini, e le donne, che la popolano praticano diversi gradi di ascesi, alcuni «avevano quasi interamente domato i puledri dei sensi e combattendo fino all’ultimo sangue la loro carne… arrivavano a osservare i voti più crudeli»: digiuni «senza limiti», abiti sempre bagnati d’inverno, bracieri accesi per aumentare il calore della stagione calda, movimento costante (in piedi, seduti, in piedi, seduti), e così via fino al sospirato ricongiungimento con Brahma.

Una santa comunità di asceti, non priva tuttavia di tensioni non del tutto sante. Chissà a cosa stava pensando Mann quando aggiunse questo breve commento: «Il mondo dei solitari è un mondo come un altro dove gli appartenenti sono bene informati e dove si fanno molte chiacchiere e critiche, dove regnano gelosie, curiosità e smania di essere da più, sicché l’eremita sa benissimo dove abita l’altro e come vive».

Di’, hai sentito di Euprepio? Per cuscino usa una pietra, non levigata! ‘Sto impunito.

Thomas Mann, Le teste scambiate (1940), traduzione di E. Pocar, in Le teste scambiate. La legge. L’inganno, introduzione di R. Fertonani, Mondadori 2011, pp. 1-126.

 

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Niente, era solo un pelucco

Un’ultima nota prima di riporre sullo scaffale questo volume di Regole monastiche della Spagna visigota che tanto mi è piaciuto. Nient’altro che un gesto, semplice eppure tanto comune e significativo oggi, qui, come allora nella Spagna visigota, colto tra la righe di una regola.

La Regola comune, all’interno delle varie disposizioni per i monasteri che ospitano monaci e monache, precisa anche i modi in cui ci si deve salutare. Bisogna stare sempre allerta, «Cristo è geloso; non vuole fare della sua casa una casa di commercio». Il contatto in particolare è pericoloso, quello fisico, quello di sguardi, quello più innocente:

«Nessun abate o fratello presuma poi, in qualsiasi luogo, di dare un bacio ad un anziano senza il permesso dei superiori, né di volgere il capo, come per un accordo, verso le monache. Né una donna osi mettere le mani sulla testa o sull’abito di un monaco per spianarlo

Regola comune o Regola degli abati, in Regole monastiche della Spagna visigota, introduzione e note di J. Campos Ruiz, Edizioni Scritti Monastici, Abbazia di Praglia, 2014, p. 200.

 

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Pépinière au monastère. La Regola di san Fruttuoso (pt. 2/2)

(la prima parte è qui)

La Regola comune o Regola degli abati, ispirata alla Regola di Fruttuoso, secondo alcuni a lui attribuibile, secondo altri specifica per i monasteri doppi (il che la renderebbe molto preziosa), va collocata intorno alla fine del sesto decimo del VII secolo e nonostante la brevità offre molte «particolarità» interessanti. Ad esempio si diffonde con una certa ampiezza sulla categoria dei sedicenti monaci che Benedetto bolla e depreca come sarabaiti e tratta molto più sbrigativamente. Oppure vi si può trovare un capitolo dedicato a «come devono vivere quelli ai quali sono affidate le greggi del monastero»; vi si trovano istruzioni per la convivenza, assai problematica, di monaci e monache; e infine va ricordato che il testo è stato tramandato nei codici insieme con un «Patto», esempio notevole per antichità ed estensione di una formula scritta di professione monastica.

Ma, come dicevo, c’è un capitolo, il sesto, molto curioso e che merita di essere letto per dar conto di un passo della Regola dei monaci di Fruttuoso. Studiosi e curatori lo hanno intitolato Come gli uomini, con le mogli e i figli, debbano vivere in monastero senza pericolo. Eccone la prima metà.

Piacque alla santa regola comune che quando arrivasse qualcuno con moglie o figli piccoli [era dunque una circostanza prevista, forse più che altro perché comunque si verificava, e, come tale, regolata], cioè tra i sette anni, sia i genitori che i figli si diano in potere all’abate, il quale da se stesso, con ogni sollecitudine, disponga ragionevolmente che cosa debbano osservare [decide quindi l’abate, in piena autonomia e con la discrezione che sarà poi sommamente benedettina]: anzitutto non abbiano alcun potere sul proprio corpo [è un modo per estendere loro il voto di castità?], e non si preoccupino del cibo o degli abiti. Né pretendano di possedere ricchezze o case di campagna che un tempo lasciarono [la spoliazione va ancora ribadita; fa sorridere l’unico riferimento alle «case di campagna»], ma vivano in monastero soggetti come ospiti e pellegrini [uno status un po’ vago, soprattutto perché temporaneo]. Né i genitori siano solleciti per i propri figli, né questi per i loro genitori; né s’intrattengano in conversazione comune, a meno che ciò non fosse comandato dall’autorità dell’abate [fin qui, per quanto la situazione sia non proprio stabile, tutto bene; adesso si fanno strada i problemi].

Tuttavia, questi bambini molto piccoli che vediamo trastullarsi con i loro giocattoli, per una misericordia loro concessa [l’immagine di tre o quattro bambini piccoli, seduti sul prato al centro del chiostro, che giocano con bambole di pezza o cavallucci di legno o magari a palla, è per me inedita e notevole], abbiano permesso, quando lo vorranno, di andare dal padre o dalla madre [certo, tutti i bambini, dopo un po’, vogliono la mamma o il papà], affinché i genitori non cadano nel vizio della mormorazione a causa loro [cioè, immagino, a loro volta si lamentino che non possono vedere i propri figli], perché di solito c’è molta mormorazione in monastero a motivo di questi bambini piccoli [qui s’intravede qualcosa di non chiarissimo, non necessariamente legato alle gravi circostanze evocate dalla Regola di Fruttuoso, ma comunque delicato; la chiusa di questa parte del capitolo è infatti molto istituzionale].

Ma siano aiutati da tutti e due i genitori, finché abbiano una certa conoscenza della regola e sempre siano istruiti, in modo che tanto i bambini che le bambine, si sentano spinti verso il monastero che abiteranno.

(2-fine)

Regola comune o Regola degli abati, in Regole monastiche della Spagna visigota, introduzione e note di J. Campos Ruiz, Edizioni Scritti Monastici, Abbazia di Praglia, 2014, pp. 161-209.

 

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Il solito problema dell’ananas

Una delle attività nelle quali dilapido serenamente tante ore è la visita dei siti web delle abbazie. Al di là delle informazioni, e delle gallerie fotografiche, c’è una cosa che vi cerco, sempre speranzoso: la cronaca del monastero – in particolare di quelli anglosassoni, meno schiacciati dalla tradizione e tradizionalmente più pragmatici. A volte va cercata nella newsletter, a volte non viene pubblicata (che ci sia è pressoché certo), ma quando c’è per me è irresistibile: scorro il flusso di fatti e fatterelli con remota e incomprensibile partecipazione e con un’attenzione che lascerebbe presumere la presenza in quelle pagine, di solito brevi e lineari, di un segreto ben celato.

Nessun segreto, invece; nei casi migliori, soltanto uno sguardo limpido e tranquillo, quale dev’essere quello del monaco o della monaca che redige tale cronaca. «Gennaio. È stato un inverno decisamente gradevole, finora. Non come l’anno scorso. Abbiamo avuto neve e freddo, ma non troppo. E per adesso nessuna tempesta, cosa di cui dobbiamo essere grati. Ciò significa che le cose sono andate avanti nella norma, senza molte cancellazioni. Non sarà la Florida, ma non abbiamo nemmeno gli uragani»: un esempio per tutte è quella che ho appena finito di leggere, la cronaca del 2013 dell’abbazia benedettina dell’Assunzione di Richardton, North Dakota. Cronaca tra l’altro che, insieme con la «Assumption Abbey Newsletter», è stata tenuta negli ultimi trentasei anni da fratello Terrence (Kardong, non proprio un benedettino qualsiasi), che ha lasciato l’incarico proprio l’agosto scorso: «Certo, il compito di scovare idee nuove era sempre più faticoso, anno dopo anno, ma non l’avrebbe fatto per 36 anni se non l’avesse trovato anche piacevole e gratificante. Tenuto conto che di censure non ce ne sono mai state, qualche volta ha gettato un po’ di scompiglio in comunità [sometimes ruffled some feathers in the community], ma perlopiù i confratelli sono stati comprensivi».

Ecco. Alla fine di febbraio l’abate Brian ha fatto visita al priorato di Tibatì, nei pressi di Bogotà: tutto bene; tutto bene anche a Pasqua, sebbene facesse un po’ freddo: venduto tutto il pane di Pasqua e anche il vino, inoltre fratello Stephen, all’accoglienza, è stato un successone («Fr. Stephen was assigned as one of the greeters and he proved to be a smash hit. Everybody loves Fr. Stephen»); in aprile son venuti i ragazzi del concorso regionale per i cori, che bravi; poi il ritiro degli oblati – 35 partecipanti!; messa l’aria condizionata in cucina; un po’ di trasferte, conferenze, visite, capitoli generali; fratello Placid in giugno è stato assegnato alla tosatura dei prati; lavori, lavori, lavori, ma anche relax; e poi «circa ogni dieci anni i rovi dei mirtilli selvatici danno frutto, e quest’anno è successo! Così, siamo corsi fuori con i secchielli, e il risultato è stato: mirtilli selvatici a colazione e soprattutto torta di mirtilli selvatici…»; in agosto è venuta a parlarci una psichiatra specializzata nel trattamento di preti e religiosi, ha parlato soprattutto del «problema della pornografia su Internet. Come ce l’ha presentata, l’industria pornografica è enorme, e mira ad acchiappare ogni categoria di persone, monaci compresi [As she presented it, the pornography industry is huge, and it aims to snare all kinds of people, including monks]»; in agosto abbiamo comprato un nuovo trattore, una bellezza, tutti vogliono guidarlo… e nella foto che accompagna la nota sul trattore (bisogna cercarla, seguendo il link della newsletter) c’è tutto il senso di una comunità di uomini vestiti di nero che invecchiano insieme in un paesino sperduto del North Dakota.

Un altro anno è passato. La comunità conta 254 confratelli, 51 dei quali vivi. Anche l’abbazia è viva. Si guarda al nuovo anno: «18 novembre. La produzione annuale di panfrutti e cominciata. Se devono essere pronti per il “porte aperte” di Natale, devono andare in forno prima del Giorno del Ringraziamento». Il problema, come sempre, è la frutta: «Quest’anno l’ananas c’ha messo un sacco ad arrivare».

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Un goto di grande forza e coraggio. La Regola di san Fruttuoso (pt. 1/2)

«Se sant’Isidoro di Siviglia è un ispano-romano che legifera nella sua regola con una soave ed equilibrata ponderazione per i monaci di media o bassa ascesi, san Fruttuoso di Braga è un goto di grande forza e coraggio, che impone rigore e decisione generosa senza riserve per darsi alla vita monastica e alla virtù»: bello questo incipit dell’introduzione alla Regola dei monaci di Fruttuoso di Braga, è come un’ouverture che ti dispone allo spirito dell’opera che stai per ascoltare. Che nella fattispecie è una breve regola (24 articoli) data intorno al 646 da Fruttuoso per il monastero che fondò a Compludo – bel posto dimenticato da Dio nei pressi di Ponferrada, nella regione di León. È collegata alle medesime fonti della Regola di Isidoro, insieme alla quale è stata prevalentemente tramandata.

È piena di cose curiose, non ha una vera struttura, la sequenza degli argomenti sembra del tutto casuale e le prescrizioni sono spesso affiancate con dei nessi dei quali sfugge il senso («nessuno tenga per mano un altro, né ad un certo punto se ne vada in qualche luogo senza benedizione»): questo la rende molto interessante. Talvolta il precetto è quanto di più generico: «Il servo di Cristo non deve essere affatto finto, ma veritiero»; altre volte si scende nel dettaglio estremo: «Usino i calzini dalle calende di novembre fino alle calende di maggio». Talvolta la casistica delle colpe sorprende un po’ («chi mente, chi ruba, chi percuote», «se qualcuno fosse stato trovato ubriaco nel cenobio»); altre volte l’abate sembra un sergente istruttore («due volte alla settimana l’abate o il preposito rivolti il letto di ciascuno e frughi bene per vedere se qualcuno vi avesse messo qualcosa di superfluo o di nascosto»). Una volta ci si trova trasportati nel silenzio e nel buio, quasi inimmaginabili oggi, di una notte del VII secolo: «Poi, avviandosi verso il suo dormitorio in sommo silenzio, con atteggiamento raccolto e passo calmo… ognuno raggiunga il suo letto, dove… infine termini la sua orazione, e non ardisca far rumore, o brontolare o scaracchiare fortemente, ma si addormenti, nel silenzio della notte»; un’altra volta un gesto simbolico riacquista tutto il suo significato reale: «Agli ospiti o ai fratelli pellegrini… la sera bisogna lavar i piedi che, se sono in cattive condizioni per il viaggio, devono essere unti con olio».

Le sanzioni, come si ricordava all’inizio, sono dure, e si estendono da ogni specie di privazione alle punizioni corporali («se neppure così si emenderà, sia sferzato molto energeticamente»). Il culmine viene raggiunto per una circostanza di massima gravità, che raramente viene evocata così esplicitamente nelle regole: «Colui che va dietro ai bambini o ai giovani, o colui che fosse sorpreso a baciarli o in qualunque turpe occasione…» Se l’accusa è provata, e gli eventuali testimoni attendibili, il colpevole viene frustato, privato della tonsura, «subirà l’ingiuria di avere il viso ricoperto degli sputi di tutti», messo in ceppi e sbattuto in cella per sei mesi (con solo tre pani d’orzo la settimana); in seguito altri sei mesi di una specie di libertà vigilata e infine reintegrato «sempre sotto la custodia e la sollecitudine di due fratelli spirituali».

Quali bambini, ci si potrebbe tra l’altro domandare, considerato che i monaci non devono «assolutamente andare in alcun luogo tranne che per motivo di necessità». Una risposta può venire dal sorprendente capitolo 6 della Regola comune, un’altra regola di ispirazione fruttuosiana diffusa nella Spagna visigota del VII secolo. Un capitolo che merita di essere letto per esteso.

(1-continua)

Fruttuoso di Braga, Regola dei monaci, in Regole monastiche della Spagna visigota, introduzione e note di J. Campos Ruiz, Edizioni Scritti Monastici, Abbazia di Praglia, 2014.

 

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