Archivi del mese: giugno 2014

«Alla presenza di testimoni»: la Regola di Isidoro di Siviglia

Sempre belle e interessanti le regole pre- e post-benedettine precedenti alla definitiva affermazione del capolavoro di san Benedetto. Sono spesso compilazioni di precetti derivati da altre regole, non hanno ancora quel grado di astrazione tipico delle legislazioni più strutturate e il più delle volte mantengono l’evidenza delle situazioni che le ispirano. Sono sì piene di ripetizioni, e talvolta confuse, ma restituiscono nella maniera più chiara il processo di messa a punto di un codice ampiamente applicabile. Mi piacciono perché i monaci che si muovono dietro di esse li vedi balzare dalla pagina come se fossero appena usciti dalla loro cella.

Un bell’esempio è la Regola dei monaci di Isidoro di Siviglia, autore ben altrimenti noto delle Etimologie, redatta probabilmente tra il 615 e il 619 e composta da venticinque, agili capitoli. Non sono in grado di fare regologia comparata (credo che potrebbe essere la mia occupazione ideale), ma alcune cose interessanti desidero annotarle. A partire dal Capitolo I che, fatto non comunissimo, è dedicato al monastero: «L’edificio monastico avrà soltanto una porta ed un’unica uscita per la quale si vada nell’orto», orto che deve essere incluso nel complesso «perché i monaci, lavorando dentro, non abbiano alcun motivo per andar vagando fuori».

Interessante, poi, la motivazione dell’impegno scritto che deve prendere il novizio, che esplicita in maniera diretta il riferimento «militare» della professione: «Come infatti quelli che sono promossi alla milizia secolare, non passano nella legione, se non sono prima iscritti nelle liste, così, anche quelli che si devono distinguere nella milizia celeste, nell’accampamento spirituale, non possono far parte del numero e della società dei servi di Cristo se prima non s’impegnano con la professione orale o scritta». Dopodiché, come nell’esercito, vale solo l’anzianità di servizio – «chi in monastero entra per primo sarà il primo in ogni grado e ordine» –, ogni altra distinzione è abolita.

Bello il Capitolo XIX che, dopo aver ribadito la messa al bando nel monastero della proprietà privata, sfocia nell’elogio del cenobitismo e nella sua giustificazione. Bisogna diffidare dei reclusi e degli eremiti, «molti reclusi, infatti, vogliono nascondersi per mettersi in evidenza» e «tutti quelli che si allontanano dalle folle per riposare, quanto più fuggono gli altri, tanto meno si nascondono». Gli altri, appunto, sono importanti: se siamo viziosi, gli altri ci aiuteranno a curarci; se siamo virtuosi, potremo agli altri essere d’esempio. In ogni caso, «occorre dunque dimorare in una santa comunità e trascorrere la propria vita alla presenza di testimoni». Testimoni umani, e non divini, mi viene da aggiungere, e devo ammettere che trovo questo concetto molto utile come antidoto a certi miei vaneggiamenti asociali.

Più ancora, tuttavia, mi è piaciuto il Capitolo XVII, dedicato alle colpe, tradizionalmente divise in leggere e gravi. L’elenco di quelle leggere è un affresco di umanità, interrotto soltanto dall’esigenza di essere concisi. Siamo tutti lì: chi giunge tardi all’ufficio, chi ama il sonno, chi rompe per caso qualcosa, chi si apparta per un momento, chi riceve una lettera di nascosto, chi non riesce a trattenere una risposta sgarbata, chi ride, chi fa una battuta volgare, chi parla troppo e – primo fra tutti – «chi si diletta a stare in ozio».

Tre giorni di scomunica e passa tutto.

Isidoro di Siviglia, Regola dei monaci, in Regole monastiche della Spagna visigota, introduzione e note di J. Campos Ruiz, Edizioni Scritti Monastici, Abbazia di Praglia, 2014.

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«Anche a prezzo di apparenti contraddizioni» (Louis Bouyer, pt. 2)

(la prima parte è qui)

No, prima di passare alla «pratica» voglio soffermarmi su un altro capitolo che il teologo Louis Bouyer dedica alla «teoria» della vita monastica. È intestato al Cristo ed è anch’esso pieno di definizioni del genere «il monaco è…», «il vero monaco è…», come questa: «Il monaco ideale, si potrebbe dire, è dunque il monaco che Cristo ha completamente svuotato del suo io, per prenderne il posto».

Come ho già ricordato, Bouyer invita a sostituire il consueto riferimento all’imitazione con quello più corretto di assimilazione. È l’ansia di assimilazione che spinge il monaco ad anticipare la morte – quella dell’io, attraverso penitenza e spoliazione – per essere compartecipe anche della resurrezione. Se il Cristo è il Risorto, il monaco che vuole assimilarsi a lui, cerca di metterne in atto, già nel transito terreno, la medesima dinamica. Secondo Bouyer, tra l’altro, qui va rintracciata «quella che si potrebbe chiamare “la mistica del monachesimo”», che ruota intorno al concetto del «corpo di Cristo», quello fisico (eucaristico) e quello mistico (la Chiesa). Il monaco vuole tutto subito, il prima possibile, e quindi rinuncia, «muore a se stesso», per intravedere sin d’ora qualcosa dell’«ultimo giorno».

Di fronte alla dimensione del «mistero», in cui si inoltra questo discorso, non ho nulla di sensato da dire; trovo però interessante il fatto che Bouyer stesso ricordi l’obiezione più ovvia, e ancor più interessante – e inaccettabile – il modo in cui vi si sottrae. Se la morte a se stessi è il fulcro della vita del monaco, e della «vita del cristiano perfetto», ciò significa che la nostra personalità distinta, che pure è creazione di Dio, si annienta? Assolutamente no: «Se da un lato è vero che la vita monastica implica la mortificazione di ogni individualismo, ed esige che sia messo a morte anche l’io [corsivo mio], essa però conduce alla liberazione e alla fioritura definitiva della persona [un’eco marxista?]: cioè sia delle nostre persone, e della creazione intera, sia della persona escatologica la cui realizzazione finale deve anzi fornire alla storia il suo significato».

E come è possibile ciò? È possibile, ma non è dato dire come: le parole non bastano, «vacillano», ma «anche a prezzo di apparenti contraddizioni, non bisogna accettare di sacrificare nessun aspetto di questa meravigliosa realtà». Anche qui il corsivo è mio, e a esso sia affidato tutto il mio sconcerto.

La personalità autentica, conclude in crescendo Bouyer, sta «nell’essere creato che ha rinunciato alla nefasta autonomia del peccato» (un’espressione che meriterebbe un’analisi approfondita) e che si dispone a seguire il Cristo in una «collettività unanime». Di questa singolare entità, che attira e insieme spaventa, il monastero rappresenta l’avanguardia: luogo, stando alle descrizioni di Bouyer, senza dubbio eccezionale e popolato da acrobati miracolosamente sospesi su un abisso di contraddizioni.

E adesso passiamo veramente alla pratica.

(2-continua)

Louis Bouyer, Il senso della vita monastica, prefazione di L. D’Ayala Valva, traduzione di L. Marino, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose, 2013.

 

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21st Century Monastic Man (pt. 3/4)

(la prima parte è qui, la seconda qui)

Il futuro del monachesimo potrebbe contemplare anche la sua scomparsa, in particolare in Occidente, là dove la Rivoluzione industriale e l’Illuminismo hanno lasciato un marchio indelebile. Il benedettino Terrence Kardong si muove con cautela, ma non evita le ipotesi più dolorose: «Forse vale la pena di chiederci se la scomparsa del monachesimo possa essere contraria al volere divino». Molti sono gli aspetti del monachesimo che ci appaiono «meravigliosi», ma questo non significa che Dio voglia che esso necessariamente sopravviva. La Chiesa sì, noi monaci e monache no, «dobbiamo ammetterlo. Non dobbiamo farci prendere dalla nostra retorica. Non siamo indispensabili».

Punto e a capo. Detto questo, con coraggio, bisogna ammettere, Kardong prosegue analizzando in cosa i monaci possono contribuire al nuovo secolo. Che lo debbano fare è fuori discussione, «anche se monos vuol dire “da solo”, il monaco non è un solipsista», siamo in un mondo abitato da altre persone e facciamo parte di una Chiesa universale. È vero, la Regola dice che bisogna «estraniarsi dal modo di vivere del mondo» (IV, 20): dal modo, tuttavia, non dal mondo.

Anzitutto: comunità, e ciò non stupisce. Il monastero può ricordare a un mondo ultraindividualizzato e ultraprivatizzato che la comunità è un valore, un terreno di coltura di solidarietà, di fiducia e di apertura che deve essere mantenuto vivo. A patto, naturalmente, che non si trasformi anch’esso in «un condominio nel quale non sai neanche chi sia il tuo vicino». In secondo luogo: celibato, e qui l’indicazione è meno trasparente. Kardong non si sottrae affatto alla delicatezza del tema, in relazione alla Chiesa di oggi e alla questione degli abusi: «È una materia molto controversa, e molti pensano che la Chiesa stia commettendo un grave errore a imporre il celibato ai preti; ma non c’è controversia circa il celibato di monaci e monache. Il celibato rappresenta la nostra essenza». È un voto che fa riferimento al rapporto con Dio e, in un certo senso, al concetto stesso di rapporto, in contrasto con la «pan-sessualità» della società occidentale. «La nostra testimonianza monastica di celibato è anche un modo per dire (pacatamente) al mondo che il sesso non è così importante [sex is not such a “big deal”]». In realtà lo è, e la Chiesa lo ha scoperto in maniera devastante, chiosa Kardong, che un po’ genericamente conclude: «In questa atmosfera, mi sembra che il celibato monastico possa avere un influsso positivo e rasserenante anche sulla Chiesa». Infine: lectio divina, e quest’ultima indicazione non è chiarissima. Il riferimento primario sembra essere rappresentato dai monaci stessi, che non devono confondere altre forme di studio e approfondimento con la lectio («Cosa dobbiamo fare con la televisione e Internet?»); mentre, allargando la prospettiva, l’accento sembra cadere sul nutrimento spirituale e sulla capacità di concentrazione di contro alla potenziale dispersione prodotta dai nuovi media.

È lo stesso Kardong, concludendo, ad ammettere di essere forse un po’ pessimista, forse più per motivi personali che generali («Dopotutto, le mie aspettative di un tempo per l’istituzione monastica sono state in qualche misura deluse»): sarebbe precipitoso tuttavia pensare che il monachesimo non abbia più nulla da offrire alla Chiesa e al mondo; parafrasando Chesterton, «non è che il monachesimo sia stato messo alla prova e giudicato manchevole, non è stato realmente sperimentato. Quindi, ai monaci e alle monache del mondo dico: “Proviamolo veramente!”». Una battuta in fondo ingenerosa, che non riesce a nascondere un certo imbarazzo.

(3-continua)

Michael Casey, Thoughts on Monasticism’s Possible Futures; Terrence Kardong, Thoughts on the Future of Western Monasticism, in A Monastic Vision for the 21st Century a cura di P. Hart, ocso, Cistercian Publications 2006, pp. 23-42; 57-72.

 

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21st Century Monastic Man (pt. 2/4)

(la prima parte è qui)

Tornando alle quattro qualità indispensabili evidenziate da Michael Casey (ricerca di Dio, rinuncia, semplicità e tradizione), vediamo alcuni degli sviluppi abbozzati dal monaco e scrittore trappista.

La rinuncia anzitutto si modellerà sull’evoluzione della società circostante: «I modi che la rinuncia monastica adotterà saranno determinati dalle forme in cui l’ambiente sociale esprimerà l’alienazione o il disinteresse nei confronti di Dio». Ciò cui i novizi dovranno rinunciare determinerà la «forma esteriore della vita monastica»; se la società industriale, ipotizza Casey, continuerà a isolare vieppiù i suoi membri in una rete di circostanze e attività virtuali, i monasteri potrebbero ad esempio diventare «centri di realtà non-virtuale».

Alcuni monasteri sopravvivranno come «monumenti di meravigliosa irrilevanza», perché ci sarà sempre qualcuno che vorrà far parte di una tradizione gloriosa anche se ormai spenta. Saranno, questi, luoghi di conservazione della memoria, «parchi a tema devozionali, con alcuni veri monaci proprietari del luogo che parteciperanno part-time alle diverse attività condotte sul terreno del monastero» («pious theme parks»? Accidenti!). Ma la spinta innovativa verrà da altre comunità che sapranno mettere in discussione qualsiasi aspetto della tradizione. La tradizione va ripensata, reinventata in modi che sgorgheranno dai luoghi dove il monachesimo sarà più vitale, e «l’Europa non può reclamare alcun monopolio di decisione circa i modi nei quali la spinta monastica cercherà di esprimersi; probabilmente nemmeno circa l’interpretazione della tradizione benedettina». Apertura e inclusività dovranno essere le parole d’ordine, ed è qui che i toni di Casey si alzano e l’ottimismo contribuisce a colorare le visioni del futuro.

Tanto per cominciare, in questa prospettiva le comunità miste saranno all’ordine del giorno («non vedo come questo possa essere evitato una volta che accettiamo la premessa dell’uguaglianza di genere»): basterà essere un minimo attenti a strutture architettoniche e riti comunitari per non esporre a inutili rischi la castità, la quale peraltro ne risulterà padroneggiata con maggiore profondità.

Ma l’apertura potrebbe anche andare oltre. «Ecco quanto è buono e quanto è soave che i fratelli vivano insieme!» canta il Salmo 133, «certo», commenta Casey, «ma non sarebbe ancor meglio se insieme vivessero i fratelli e le sorelle, gli ebrei, i greci e i barbari, i giovani e i vecchi, i saggi e gli stupidi, gli innocenti e i recidivi?» Con l’amore, il lavoro e i leader carismatici, secondo lui si può fare.

Come dicevo, talvolta l’accento è spostato di più sulla preoccupazione. O meglio, lo sguardo verso il futuro si accompagna a toni meno brillanti, come nel caso dei Thoughts on the Future of Western Monasticism, del monaco benedettino Terrence Kardong, scrittore e curatore dell’American Benedictine Review. Dopo un breve excursus autobiografico, Kardong apre la sua riflessione sulla nota più evidente e dolente: «La parte più significativa del problema è il reclutamento. Le persone non chiedono più di entrare nei nostri monasteri. La mia congregazione, la più grande nel mondo sul versante maschile, conta la metà dei membri che aveva nel 1965… Certo, domani può presentarsi alla porta un san Bernardo con tutta la famiglia e ribaltare la tendenza, ma nel complesso il mondo monastico si sta restringendo». Qualcuno obietterà, ricorda Kardong, che ci sono comunità in piena fioritura. Sì, nel mondo in via di sviluppo la vita monastica possiede ancora un certo tipo di attrattiva, e d’altra parte in Occidente ci sono delle «nicchie» tradizionali destinate a sopravvivere senza problemi, «ma non vedo come questo possa essere il futuro di tutto il mondo monastico».

(2-continua)

Michael Casey, Thoughts on Monasticism’s Possible Futures; Terrence Kardong, Thoughts on the Future of Western Monasticism, in A Monastic Vision for the 21st Century a cura di P. Hart, ocso, Cistercian Publications 2006, pp. 23-42; 57-72.

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21st Century Monastic Man (pt. 1/4)

L’impressione generale che ho ricavato dal volume curato dal trappista Patrick Hart e dedicato ai possibili sviluppi del monachesimo nel XXI secolo è quella di una preoccupata serenità. Va ricordato anzitutto che i monaci e le monache (e i pochi laici) convocati da Hart a esprimere il loro parere su where do we go from here? (come recita il sottotitolo, che potrebbe anche essere reso con un «che fine faremo?») sono tutti nordamericani, e questo dà un tono particolare alle riflessioni; va detto inoltre che questa «serena preoccupazione» è il risultato di una media tra atteggiamenti spostati sul primo termine e sul secondo. (In generale si può anche dire che sono i laici a essere più entusiasti sulla magnifiche prospettive del monachesimo, mentre è dai monaci che giungono le riflessioni più serie su un futuro non privo di ombre.)

Dal versante di coloro che pensano che «dài, ce la faremo anche se non sappiamo ancora come» prendiamo il trappista Michael Casey, che, con una cautela e un’apertura tipiche da «pensiero debole», muove da quattro aspetti fondamentali per tentare di definire i monaci e il monachesimo del futuro: 1. I monaci devono essere cercatori di Dio, «in qualsiasi modo la realtà divina sia definita» («however the divine reality is described», precisazione che trovo sorprendente l’autore abbia ritenuto di dover fare); 2. Questa ricerca esige una rinuncia radicale e pertanto un certo livello di «separazione» dal mondo; 3. La vita monastica dev’essere semplice, non perché rifiuti la complessità del mondo, né perché persegua un «inautentico neo-primitivismo», bensì poiché unico e «semplice» è il suo obiettivo; 4. Un monaco deve inserirsi in una tradizione, non esiste il monachesimo fai-da-te: «L’autentico monachesimo non si autogenera; non può essere il risultato dell’espressione di un individuo, proprio perché il suo obiettivo fondamentale è il superamento dell’individualità».

Tra l’altro, essendo il carattere paradossale del monachesimo, e più esattamente della comunità monastica, uno dei pochi risultati certi dell’esplorazione che sto registrando su questo blog, osservo che uno dei punti di più vivo paradosso in generale è il rapporto non risolto tra individuo e comunità. Non parlo del concreto rapporto che si può instaurare e di fatto si instaura tra un individuo e una comunità (sono esistiti ed esistono milioni di monaci anonimi che si sono per così dire «disciolti» nelle loro comunità – come miliardi di persone sciolte nelle rispettive società), ma quello ideale tra il principio dello smantellamento dell’individualità, indicato ancora oggi, come si è visto, tra i fondamenti della vita monastica, e la realtà di un fenomeno creato e mantenuto vivo grazie all’azione di spiccate individualità. I libri sono stati scritti e si scrivono su Bernardo e Rancé, per fare due nomi a caso, non su fratello Cimabue, che pure probabilmente è «più monaco» dei grandi fondatori e riformatori di Ordini.

Bernardo e Rancé – non dico nulla di nuovo – si scagliavano contro l’individualità perché era la loro individualità che rappresentava anzitutto un problema, o un ostacolo, o una fonte inesauribile di peccato. E ciò facendo la riaffermavano nella pratica, di contro alla teoria. Quanto più predicavano l’obbedienza a oltranza, la spersonalizzazione, tanto più si presentavano come guide, come leader, capaci di portare nel futuro i propri confratelli. Lo stesso Casey dedica un paradossale paragrafo conclusivo proprio al tema della leadership: «Ci saranno leader monastici capaci di portarci con coraggio e creatività nel futuro?» Come se il destino del monachesimo fosse nelle mani di monaci che ne disattenderanno l’obiettivo primario…

(1-continua)

Michael Casey, Thoughts on Monasticism’s Possible Futures, in A Monastic Vision for the 21st Century, a cura di P. Hart, ocso, Cistercian Publications 2006, pp. 23-42.

 

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