Archivi del mese: maggio 2014

Una giornata limpidissima

Montecassino 14-02-1944Lette nelle pagine di diario di un suo monaco, le ultime ore del monastero di Montecassino, prima e durante il bombardamento del febbraio 1944, sono impressionanti. Messo sulle sue tracce da un altro libro, ho potuto leggere il diario, cominciato nell’ottobre ’43 da d. Eusebio Grossetti e completato per la malattia di quest’ultimo da d. Martino Matronola, nel prezioso volume Il bombardamento di Montecassino, che contiene, oltre all’inestimabile testimonianza, molti altri documenti e materiali di grande interesse sulla vicenda. La narrazione concitata e aderente ai fatti ha dato corpo, tra le altre cose, a una galleria di immagini, di cui riporto qui tre «istantanee».

Intorno alle due del pomeriggio di lunedì 14 febbraio alcuni giovani civili recuperano all’esterno del recinto del monastero il foglietto qui riprodotto. Viene portato subito all’abate: «Il nostro cuore», annota Matronola, «è pieno di sgomento nel leggere tale volantino lanciato dai… Liberators». Gli sfollati assediano i pochi confratelli rimasti: cosa faranno i monaci?

Alle 9.30 di martedì 15 febbraio quello che resta della comunità si riunisce nella «stanzetta» dell’abate per recitare Sesta e Nona insieme. Sono in ginocchio per l’antifona finale e comincia il vero e deliberato bombardamento: «Atterriti sentiamo improvvisa una tremenda esplosione. Ad essa seguono altre senza numero, sono le 9.45 circa. Ci raccogliamo in ginocchio in un angolo della stanzetta, attorno al p. Abate che è ritto in piedi: egli ci dà l’assoluzione: diciamo giaculatorie per il gran passo. Le esplosioni ci scuotono fortemente: mettiamo l’ovatta nelle orecchie. Le spesse mura del rifugio con tutto l’ambiente, sussultano in modo spaventoso».

Alle 7.30 di giovedì 17 febbraio, con un crocifisso in mano, l’abate «esce fuori per primo attraverso lo spiraglio del portone [dell’abbazia] e le macerie che, fuori, in parte ostruiscono questo stretto passaggio, seguito ad uno ad uno dagli altri». Il piccolo corteo conta di imboccare la mulattiera Anzino, superare la linea del fuoco e raggiungere le retrovie. «Escono tutti dal monastero, siamo forse una quarantina in tutto, in colonna. I malati e i bambini proseguono come possono. La giornata è limpidissima.»

Il bombardamento di Montecassino. Diario di guerra di E. Grossetti e M. Matronola, con altre testimonianze e documenti, a cura di F. Avagliano, «Miscellanea Cassinese», Montecassino 1980.

 

Lascia un commento

Archiviato in Benedettini / Benedettine, Libri

Mi raccomando, fratelli, il marsupio è un no (Dice il monaco, XXIII)

Dice Ogerio di Lucedio, abate cisterciense, agli inizi del XIII secolo:

O monaco di Dio, o discepolo di Cristo, ascoltami, ascolta il mio consiglio. Il diavolo ti vuole estrarre, svellere dal gregge del Signore. Bada di non consentirgli, di non credergli; egli infatti è mendace. Ti vuole uccidere, ti vuole assassinare, ti vuole portare con sé nella gehenna. Guardatevi dalle cassette, guardatevi dai marsupi [loculis; marsupiis]: sono trabocchetti del diavolo. E pure: quanti si perdono per essi, quanti uccidono per essi! Dicono di Giuda che fosse un ladro e tenesse la cassa, ecc. Costui, poiché cercò il lucro, finì nel cappio: perse la vita e lucrò la morte. E pure: quante cassette, ahimè, quanti marsupi ci sono nei monasteri di san Benedetto! Quanti cocollati, tonsurati fin sopra le orecchie, hanno il marsupio dello spirito, la cassetta della propria volontà, il marsupio della mormorazione, della maldicenza, della svagatezza, della superbia e dell’ira, dell’invidia e della cattiva volontà! Ma ricordate, fratelli carissimi: coloro che fanno ciò seguiranno Giuda il traditore: e così, se non si pentiranno, perderanno il regno di Dio.

Ogerio di Lucedio (ca. 1136-1214), Sermoni, I, 3; cit. in Giovanni Lunardi, La spiritualità dei padri monastici del secolo XII, Edizioni La Scala 2012, p. 74 (il testo originale si può vedere qui).

Lascia un commento

Archiviato in Dice il monaco

Come dovrebbe essere

Mi hanno fatto gentilmente notare che non ha molto senso chiedersi perché senza tentare almeno una risposta. È vero.

Credo che, oggi, la risposta più onesta, e ripulita dai tanti elementi di contorno che pure sono presenti, sia che nella vita monastica, nella forma cui ho accesso, cioè quella scritta, vedo un modello di comunità che mi attira. (Che poi non si tratti che dell’ennesimo vago disagio, di terza o quarta generazione, dell’individuo «sballottato dalla globalizzazione» non posso escluderlo.)

Mi avvicino a essa sia attraverso le testimonianze, che spesso contengono l’aspirazione prim’ancora che la realtà, sia attraverso quella somma espressione della vita «come dovrebbe essere» che è la Regola. La realtà è, ed è stata, un’altra cosa, lo so, ma l’aspirazione è quella, e i monaci la Regola l’hanno scritta. Ne hanno scritte centinaia, da quelle di pochi articoli ai codici estesissimi, sublimi nel vano sforzo di contemplare ogni possibile variante: tutte, però, almeno in linea di principio, ispirate a quel concetto di difficile manovrabilità che è la carità, altrimenti detta amore. Circostanza che separa ed eleva le regole al di sopra di ogni regolamento.

Una comunità regolata e non regolamentata. Una comunità di cui non può essere esaltato ogni tratto, nondimeno concretamente tentata e non solo teorizzata.

Una comunità, per fare un solo esempio, che reca in sé una radice di stabilità, che, trasposta in un contesto più allargato, diventa facilmente immobilismo. Io adoro, per così dire, la stabilità, ma con essa, appunto, non si va da nessuna parte. Per dirla in altro modo: lo scontro e la dialettica sono, tra le altre, fonti di progresso; senza carburanti che si chiamano desiderio, ambizione, sete di conoscenza, voglia di affermazione non esisterebbero tante cose e situazioni di cui anch’io, come anonimo confratello di geni, scopritori e ribelli, godo. Il tempo del monastero, invece, è un’attesa, dalla quale è stato bandito lo scontro; lo abita un’associazione paritaria in cui non si alza mai la voce (non si dovrebbe mai alzare la voce). Anche nel monastero si lotta e si progredisce, eccome, su un piano spirituale, però. Ma non è sul piano spirituale che…

Quanto più avanzo su questa linea, tanto mi sembrano necessarie ulteriori premesse e precisazioni. Forse avevo visto giusto a non rispondere a quel perché. Fermiamoci alla comunità e alla Regola, dunque, e alla tenace determinazione a metterle in pratica, ogni santo giorno. Noi ci proviamo, mi dicono i monaci, stiamo aspettando, ma intanto facciamo così. Per questo mi piacciono.

 

Lascia un commento

Archiviato in Pensierini, Regole

Massima urgenza (Louis Bouyer, pt. 1)

«Questo libro si rivolge innanzitutto ai monaci»: l’incipit del libro del teologo francese Louis Bouyer suona come un avvertimento, e d’altra parte come evitare di confrontarsi con un testo che si intitola, unendo semplicità e ambizione al grado massimo, Il senso della vita monastica?

Pubblicato per la prima volta nel 1950, e in edizione riveduta nel 1962, il volume è stato ripresentato dalle Edizioni Qiqajon l’anno scorso. Sono poco meno di trecento pagine fitte e ugualmente dense di concetti, analisi e riferimenti, senza una frase superflua – una lettura impegnativa, a tratti ardua, e di enorme soddisfazione, non foss’altro per l’opportunità che dà di misurarsi con un pensiero solido, articolato, profondo e poco accondiscendente. Il fatto che il volume nasca da una serie di «conferenze ai monaci» effettivamente predicate, da un uomo di fede che non era monaco e che tuttavia parla alla prima persona plurale, aggiunge un ulteriore significato di partecipazione e urgenza. Urgenza che peraltro è la dimensione che ricorre periodicamente nell’esposizione, a partire dal prologo: «La vocazione del monaco non è altro che la vocazione del battezzato, ma vissuta nella dimensione, si potrebbe dire, della massima urgenza».

Noto, tra parentesi, come nella letteratura monastica, sin dalle origini si può dire, uno dei temi più ingrossati sia proprio quello dell’identità. Chi è un monaco, o chi non lo è, è una domanda che tutti i monaci scriventi si sono posti e riposti con insistenza, come se l’apparente semplicità della loro condizione li spingesse poi a un’inesausta esplorazione delle sfumature concrete di tale condizione, non disgiunta dalla preoccupazione pressante di poter rispondere alla conseguente domanda: ma io, sono un vero monaco? Da questo punto di vista, il libro di LB, oltre a essere una monumentale risposta, seppur da collocare nel suo contesto storico, è anche un repertorio di clausole che cominciano con le parole «il vero monaco è…» (tanto che varrebbe la pena di raccoglierle a parte).

Il volume è diviso in due parti: teoria e pratica. Della prima parte, dedicata alla teologia della vita monastica, non dirò nulla, perché ciò richiederebbe competenze e una fede che non ho. Mi limito a tenere presenti due cose. Anzitutto i cardini sui quali si impernia detta teologia, che mi pare di poter individuare nella chiamata del Dio padre («una parola di Dio, la parola che annuncia il vangelo, un giorno è penetrata nel nostro cuore. Improvvisamente abbiamo compreso di essere noi i chiamati. E siamo partiti alla ricerca di colui che chiamava») e nella assimilazione («il termine “imitazione” è insufficiente») al Cristo.

La chiamata sollecita una risposta, che si traduce in una ricerca la cui durata si estenderà sino al limite della vita terrena, ma «ciò che egli [il monaco] cerca, se è veramente monaco, non può essere un qualcosa, ma un Qualcuno». L’assimilazione al Cristo sollecita invece, lungo la strada, il passaggio attraverso la morte per raggiungere una vita nuova. È una «morte» che, prendendo le forme della mortificazione, ha un significato tutt’altro che simbolico, ed è questo il secondo aspetto che tengo a mente. Cioè che non esiste una vera distinzione tra teoria e pratica della vita monastica: «In questa prima parte, dove esaminiamo la teoria, l’essenziale è insistere sulla dimensione di realismo di tutte queste esigenze… Ciò che distingue il monaco dal cristiano che non è monaco è proprio il fatto che egli si impegna alla rinuncia non soltanto in via di principio […], ma nella realtà, con un effetto il più possibile immediato».

Noto anche come l’autore si soffermi spesso sulle obiezioni che si possono muovere al suo pensiero e come sia ben consapevole della portata delle sue affermazioni contro il senso comune («questa corsa incontro alla morte in apparenza così scandalosa»), e vi risponda fin dove gli pare possibile, cioè fino alla domanda: perché il Padre ha chiesto al Figlio di morire? Qui, dice, LB, «siamo arrivati al cuore del mistero e non c’è nessuna soluzione razionale che ci possa soddisfare. Bisogna solamente accettare il mistero». Nondimeno, «per accettarlo bisogna sondarne la profondità».

E con questo passo alla parte pratica.

(1-continua)

Louis Bouyer, Il senso della vita monastica, prefazione di L. d’Ayala Valva, traduzione di L. Marino, Edizioni Qiqajon – Comunità di Bose 2013.

 

Lascia un commento

Archiviato in Libri

Pazienza

Sto leggendo due libri molto diversi che trattano, a loro modo, lo stesso argomento. Li divide un intervallo di tempo di mezzo secolo ed è curioso che io li abbia casualmente accostati. Da un lato sta la densissima e profonda meditazione su Il senso della vita monastica (1950) di Louis Bouyer, teologo francese tra i «più importanti del Novecento, sebbene sia probabilmente meno conosciuto di altri», e dall’altro una raccolta di scritti prevalentemente di monaci extraeuropei che propone A Monastic Vision for the 21st Century, curata dal cisterciense Patrick Hart nel 2006. La monolitica, quanto persuasiva, trattazione di Bouyer si scontra idealmente con l’apertura e la discorsività del volume americano, che già nel sottotitolo si apre all’interrogazione: «Where do we go from here?»

Ne darò conto, ma intanto l’occasione mi ha spinto, un po’ fuori tema, a domandarmi – ancora una volta? – dove mi porterà questa insistita esposizione a una questione rispetto alla quale sarò sempre «straniero». Come quando, camminando per strada, mi capitò di ascoltare un coro monastico intento all’ufficio delle letture e, intuendo la provenienza delle voci, mi chiesi: chi sono costoro? che lingua parlano? cosa stanno dicendo? cosa significa questo muro che li separa? E restai ad ascoltare. Posso dire che, dopo qualche tempo, almeno in parte questa lingua la capisco, o più esattamente la riconosco, senza che sia svanita quella sensazione originale.

In questi anni non ho assistito al nascere in me di ombre di dubbio, o di vaghe forme di nostalgia. Non credo di potermi imbattere un giorno o l’altro in un «argomento» decisivo. Ne ho mai avuto l’intenzione, risibile, di ascoltare per controbattere, per criticare o confutare – con quali mezzi, poi, con quali titoli? Forse mi scaldo un po’ quando trovo nelle pagine che leggo le banali semplificazioni che fanno degli «altri», di coloro che seguono il mondo (me compreso, quindi), una massa di distratti e obnubilati, dimentichi della vera luce; forse mi sorprende ancora che nella loro condizione «i monaci possono amare tutti i loro fratelli in umanità, come sono chiamati a fare, con il più efficace degli amori» (Bouyer). Ma in generale, come si suol dire, il confronto indiretto è sempre civile e rispettoso, seppur leggermente sbilanciato tra chi sente di aver avuto accesso alla verità, anche se con timore e tremore, e chi no, né lo avrà. E tuttavia mi chiedo perché insisto, con queste premesse.

Scambio di vedute, dialogo, confronto: lasciando da parte ciò che impone la convivenza sociale, su un piano personale non so trovare una risposta convincente. Pazienza.

5 commenti

Archiviato in Pensierini