Archivi del mese: febbraio 2014

Grattare la corteccia (Le lettere di Gabriel Brasò)

Non avendo da rispondere a obblighi di studioso, mi piace perdere tempo con letture probabilmente marginali, ma dalle quali traggo la sensazione (illusoria?) di ascoltare voci dirette, echi reali di vite monastiche. Come le Lettere ai monaci di Gabriel M. Brasò, del quale so soltanto quello che mi ha insegnato il volume: catalano, classe 1912, monaco benedettino di Montserrat dal 1941, Abate Presidente della Congregazione sublacense dal 1966 fino alla morte, il 1° gennaio 1978. Nate come lettere di auguri ai monasteri della congregazione, quindi di circolazione strettamente interna, si fecero a poco a poco conoscere anche presso altre istituzioni grazie al loro contenuto dottrinale pianamente espresso, per giungere infine alla pubblicazione, preparata dallo stesso Brasò, ma avvenuta dopo la sua scomparsa.

Le lettere sono state scritte in un decennio singolare, 1966-1977, quello successivo al Concilio, ma anche quello del ’68, e riflettono una certa tensione tra spinte al rinnovamento, interne all’Ordine e provenienti dal mondo, e il richiamo alle condizioni, alle «linee maestre» e al «metodo pedagogico» della vita benedettina, che «sono fatti non soggetti ai mutamenti dei tempi». D’altra parte uno dei capitoli più significativi (il libro è stato organizzato raggruppando passi di diverse lettere per temi) si intitola «In continuo rinnovamento», e in esso l’autore aggancia significativamente proprio questo concetto al caposaldo monastico della «conversione». In questa prospettiva il monaco è un individuo che vive integralmente l’esperienza della continua tensione (una paradossale quiete accesa): «Quanto più saremo entrati in questo movimento di conversione, tanto più saremo convinti che il dinamismo del nostro rinnovamento interiore è efficace solo se è sempre in tensione e in movimento» (un paradossale moto stabile).

Ancor più esplicitamente, «essere monaco significa, dunque, essere disposto a divenire monaco». Un atteggiamento di apertura e sottomissione (all’azione divina), di libertà e obbedienza, non privo di difficoltà e rischi (anzi, «la più grande difficoltà e il più grande rischio che minacciano la vita del monaco benedettino»): «Sembra che mantenere una giusta normalità nel vivere e nell’operare, conservando, al tempo stesso, la totale libertà dello spirito per non lasciarsi dominare da nulla, sia la cosa più difficile che si possa domandare a un uomo».

Se la Regola ha una sua coerenza interna inscalfibile, «nell’organizzazione del nostro modo di vivere, non possiamo non tenere conto del ritmo con il quale questo mondo si muove». Tuttavia, a riprova di come il monastero sia – almeno ai miei occhi – un’interessantissima culla di paradossi – non si deve dimenticare che proprio la maniera di vivere è un «carattere secondario e subordinato» rispetto al fine superiore, che è quello di seguire Cristo: un fine individuale perseguito in una comunità, nella quale amare concretamente il prossimo senza distogliersi dal proprio cammino, però al tempo stesso quasi dimenticandosi di se stessi…

Le lettere di Brasò sono piene di spunti da approfondire, ma voglio concludere con un monito che mi riguarda da vicino. «Senza la luce della fede, la vita monastica non può essere capita e molto meno vissuta. Né gli atei, né i cristiani di fede debole, né gli stessi monaci che non si sono dati, con sincerità e fermezza, a realizzare le successive esigenze della fede sotto la Regola e del proprio abate, possono comprendere e apprezzare la vita monastica. Potranno discutere su di essa, potranno giudicarla dalla corteccia, da certi elementi esterni e secondari, dalle strutture che la difendono o forse la opprimono, dalle attività che la manifestano o che la dissimulano e sfigurano; ma difficilmente giungeranno a incontrare ciò che in essa è essenziale.»

Gabriel M. Brasò, Lettere ai monaci (Il nostro umile servizio di monaci), Edizioni Messaggero Padova, Abbazia di Praglia, 1980.

 

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Occhio alle agapete (Dice il monaco, XX)

Dice Gregorio di Nazianzo, nella seconda metà del IV secolo, nei suoi epigrammi:

Come è difficile sfuggire al turbamento per la vicinanza dei corpi. / Perciò, monaci, [state]mi lontano dalle donne. / Molti infatti sono i segreti delle unioni, anche prima delle nozze, / attratto dai quali l’occhio insozza l’anima.

Monaci, fate la vita dei monaci. / Se vivete con le agapete,  non [siete] monaci. La coppia [vi sia] estranea. / L’unicità è l’immagine della gloria angelica. Se con le agapete / vi dilettate, siete amanti della coppia [che è cosa] mortale. / Sono persuaso, tu vivi da casto con una casta, ma è una donna.

Leggo nel sempre convincente Théron (Piccola enciclopedia delle eresie cristiane) che le agapete (dal greco agapaô, «amo», quindi «amate, dilette») erano «ragazze o vedove che i monaci accoglievano nei loro monasteri» (esisteva anche la variante a ruoli inversi). La promiscuità era ammessa poiché «niente è impuro per delle coscienze pure». Nonostante il richiamo diretto all’insegnamento attribuito a Gesù («Se il tuo occhio è sano, anche il tuo corpo è tutto nella luce; ma se è malato, anche il tuo corpo è nelle tenebre», Lc 11:34) e alla sua dura critica all’ipocrisia farisea, furono attaccate, oltre che da Gregorio, da molti Padri della Chiesa, combattute, screditate, accusate di pratiche innominabili e infine soppresse dal Concilio Lateranense del 1139, sembrerebbe a riprova comunque di una lunga resistenza.

Le agapete «finirono davvero nel diabolico, come molte volte fu loro rimproverato?» si chiede Théron. «Se è così, mi sembra veramente un peccato: vorrebbe dire che ciò che vi è di più bello al mondo, la trasfigurazione di ogni essere vivente e di ogni cosa per opera dello sguardo ad essi rivolto, è difficilmente realizzabile.»

Gregorio di Nazianzo, Epigrammi 19, 20, in Epitaffi. Epigrammi, a cura di L. Coco, Città Nuova 2013, p. 67.

 

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Dentro e fuori di noi (Reperti, 21: Gustav Theodor Fechner)

Ho trovato una versione romantico-ottocentesca del «combattimento spirituale» nel Libretto della vita dopo la morte di Gustav Theodor Fechner (un testo che ho letto soltanto perché sono uno di quei pesci che con regolarità abboccano alle esche pubblicate dall’Adelphi). Le assonanze con il modello descritto a partire dai Padri del deserto e dal monachesimo delle origini sono curiose.

Gli spiriti cui fa riferimento Fechner sono gli spiriti dei trapassati, che, pervenuti al terzo livello della vita (prima della nascita, tra nascita e morte, dopo la morte), ingaggiano una specie di battaglia per impadronirsi dell’energia di chi ancora vive e rinvigorirsene. Al centro dello scontro c’è il singolo spirito del vivente, la sua anima si potrebbe dire: «Il conflitto interiore, che tanto spesso ha luogo nell’uomo, altro non è se non questa lotta di spiriti estranei che vogliono conquistarsi la sua volontà, la sua ragione – in una parola: il suo essere più intimo».

Tale essere più intimo, il Sé, non è tuttavia un «passivo trastullo» degli spiriti, ma può unirsi al combattimento, schierandosi e agendo da una parte o dall’altra: «Così il Sé dell’uomo rimane inviolato nel pieno della lotta fra gli spiriti finché l’uomo conserva l’innata libertà della sua forza e non si stanca di adoperarla». Non è una vicenda priva di fatica, ricorda Fechner, né lo sviluppo della propria interiorità, né il fronteggiare l’urto degli spiriti cattivi, tanto che «per diventar malvagi, spesso è sufficiente essere pigri e indolenti».

(Tra parentesi, il tema della fatica mi ricorda una interessante precisazione che si ricava da Giovanni Cassiano. Secondo abba Sereno anche gli spiriti cattivi faticano nella lotta, e anch’essi «sperimentano una certa ansietà e tristezza in questi loro combattimenti, soprattutto quando vengono a trovarsi  di fronte ad avversari più validi di loro». La Conferenza VII, molto importante per questo argomento, merita un discorso a parte.)

La terminologia di Fechner sembra tradire l’antica derivazione quando, dopo aver riassunto i modi dello scontro, illustra anche i meccanismi delle alleanze che si possono formare. Spiriti buoni e cattivi si attirano reciprocamente dentro e fuori di noi e se quelli buoni prendono il sopravvento «anche l’ultimo diavolo che ancora vi è rimasto se ne fugge ben presto di sua spontanea volontà: in buona compagnia non si sente a proprio agio».

Il demone sconfitto se ne va, come spesso se ne vanno i demoni nelle storie dei Padri, ma a differenza di costoro l’individuo di Fechner non può fare affidamento nella battaglia sull’aiuto del Cristo, che pure rappresenta «il sommo esempio di uno spirito potente, che continua a vivere e ad agire nel mondo successivo». Gesù Cristo è sì presente, ma non è, per così dire, il garante della proporzione delle forze in campo, come era per i Padri, e infatti «anche gli spiriti buoni, quando disperano di sottrarre un’anima a quelli cattivi, fattisi ormai preponderanti, la lasciano in loro balìa – e alla fine essa diventa un inferno, nient’altro che un luogo per i tormenti dei dannati».

Gustav Theodor Fechner, Il libretto della vita dopo la morte (1835), a cura di G. Moretti, traduzione di E. Sola, Adelphi 2014.

 

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Colpo di scena

Dai, giochiamo un po’: con le storielle dei Padri del deserto è facile, sono sempre così vivide, ed è peccato veniale.

Allora, c’è questo giovanotto bello deciso: Basta, proclama, rinuncio al mondo, vado nel deserto. Vede una cella a forma di torre e si dice: Okay, chiunque vi abiti, voglio servirlo, punto. Va, bussa, esce un monaco anziano, «che gli disse: “Che vuoi?”»

Il giovane non si scompone: Ho fatto un voto, dice.

Vabbè, risponde l’anziano, mangia qualcosa e poi mi racconti.

No, niente, ribatte l’aspirante monaco, voglio restare qui.

Mi sa ch’è meglio di no, risponde il vecchio. Colpo di scena: «Se vuoi riceverne beneficio, vai in un monastero, perché io sto con una donna».

Il giovane non si sposta di un millimetro: Non m’interessa, moglie o sorella, io qui resto, come vostro servitore.

Passa un po’ di tempo, il giovane fa tutto quello che deve, senza fiatare, finché i due conviventi si confrontano: Oh, già viviamo nel peccato, ci tocca pure avere sulla coscienza questo qui. Raccattiamo qualcosa e teliamo.

Seeenti, esordisce l’anziano, «noi andiamo ad adempiere un voto, e tu custodiscici la cella». Ma dopo cinque minuti il giovane capisce l’inganno e li insegue. «Quelli, al vederlo, restarono sconvolti e dissero: “Fino a quando sarai per noi una condanna? Hai la cella, stai lì e bada a te stesso.» Quell’altro niente, di ferro: «Io non sono venuto per la cella, ma per servirvi». E te pareva.

Questo non ce lo leviamo più di torno, ma… «a queste parole, furono presi da compunzione e decisero di tornare a Dio con la penitenza. Allora, la donna se ne andò in un monastero, e l’anziano ritornò alla sua cella. Così, per la pazienza del fratello, si salvarono entrambi».

(Qualche corsivo impertinente aggiunto a Everghetinós, 27, 3, in: Paolo Everghetinós, Esempi e parole dei santi Padri teofori, volume I, a cura di M.B. Artioli, Edizioni Scritti Monastici, Abbazia di Praglia 2012, pp. 270-71.)

 

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«Longhi discorsi» (Reperti, 20: pseudo Jean-Baptiste Colbert)

Jean-Baptiste Colbert, il Controllore generale delle finanze, e poi Segretario di Stato, di Luigi XIV, non era un grande fan dei monaci (individui inutili in questo mondo e, abbastanza spesso, diavoli in quell’altro, scrisse più o meno in una sua lettera). Voleva ridurne il numero, ma soprattutto voleva tassarli. Ci provò nel 1674, ma, come già era accaduto a Richelieu, ottenne soltanto una specie di una tantum, sotto forma di libera donazione alla Corona. La strada comunque era aperta, e nel 1689, sei anni dopo la morte di Colbert, Luigi XIV riscuoterà l’amortissement, con tanto di arretrati: diciotto milioni di lire in un colpo solo, pari a quanto Richelieu era riuscito a recuperare in vent’anni di tentativi. Un contemporaneo definì l’evento «una vera notte di San Bartolomeo per il clero».

Colbert non aveva da dire soltanto sulle questioni economiche. Un esempio curioso del pensiero che gli veniva attribuito al riguardo l’ho trovato nel Testament Politique de Messire Jean-Baptiste Colbert, Ministre & Secrétaire d’État, opera generalmente intestata a Gatien de Courtilz de Sandras (1644-1712; noto per essere l’autore delle Mémoires de M. d’Artagnan che ispirarono Dumas) e pubblicata a L’Aia nel 1694, assai diffusa e di cui esiste anche una versione in italiano. Non sono parole del potente ministro, o meglio, io non lo so – Sandras era noto per i suoi «semi-fictional memoirs» –, forse sono plausibili, per lo meno per i suoi contemporanei, forse sono soltanto l’espressione di un sentimento diffuso (è meglio che sia sempre cauto).

Nel capitolo VII, rivolto come tutta l’opera direttamente al sovrano, lo pseudo-Colbert parla di come il re debba tenersi nei confronti della religione e dei religiosi, e a un certo punto se la prende con i monaci, che non si sono «contenuti nelle loro Regole, e ne’ primi rigori del loro Instituto». Il loro giuramento di fedeltà al papa, soprattutto, fa sì che sovente «antepongono nelle occasioni li di lui interessi alli vostri, da che sono spesso accadute delle cose, che hanno poi partorito delle funeste conseguenze». Che cosa può, e dovrebbe, fare il re? Lo pseudo-Colbert indica sei punti.

1) Ristabilire la disciplina delle origini. 2) Revocare la facoltà di confessare, «per essere questo il mezzo con cui s’insinuano nell’animo delle donne, dalle quali poi cavano segreti». 3) Ammettere alla professione solo individui di «età matura», così sarebbero di meno e «non ve ne sarebbero tanti che si mordono le dita per averlo fatto senza le necessarie riflessioni». 4) Ridurre gli ornamenti delle chiese. 5) Vietare il «traffico indegno» durante le celebrazioni. E infine: 6) Proibire «a’ Frati il parlare con le Donne… Imperoché di qual cosa possono aver’ a discorrere?»

E il malizioso pseudo-Colbert aggiunge: «Quanto a me non so se perché io sia più degli altri corrotto, o perché esamini le cose più da vicino, ma sempre osservai che le vecchie sono escluse da questo commercio, e se sono obligati a parlare con qualcuna di queste, la licenziano nell’istesso tempo, in vece che con l’altre hanno sempre longhi discorsi a fare. Vorrei sapere se credono abbagliarci, e se pretendono darci ad intendere che non ardono punto in presenza di quei fuochi, a’ quali s’accostano così d’appresso».

(Lo spunto l’ho ricavato da Elizabeth Rapley, A Social History of the Cloister. Daily Life in the Teaching Monasteries of the Old Regime, McGill-Queen’s University Press 2001; il Testamento politico del signor Gio. Battista Colbert può essere letto qui.)

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