Archivi del mese: dicembre 2013

Bianchi e come nuovi (Dice il monaco, XVIII)

Dice Sincletica, madre del deserto, in Egitto, intorno al IV secolo:

Chi la deve sopportare [la povertà volontaria], subisce patimenti nella carne ma trova sollievo nell’anima. Come infatti abiti resistenti vengono lavati e sbiancati, strofinandoli con i piedi e torcendoli energeticamente, così pure un’anima forte acquista maggior vigore per mezzo della volontaria indigenza. A quelle che sono piuttosto deboli interiormente capita di dover patire il contrario delle prime. Infatti se soffrono per un po’, come delle vesti sgualcite, si rovinano, non sopportando il lavaggio [che avviene] mediante la virtù. Unica per entrambe è la tecnica di lavaggio e uno è l’operatore, differente è invece il risultato per gli abiti: gli uni infatti si rovinano e si distruggono, gli altri invece tornano bianchi e come nuovi.

Pseudo-Atanasio, Gli insegnamenti spirituali di una Madre del deserto. Vita di Sincletica, a cura di L. Coco, San Paolo 2013, p. 42.

 

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Appunti sulla clausura

La clausura è uno degli aspetti del monachesimo meno accessibili dalla mia posizione, nondimeno ne osservo sempre con interesse vivo e massima cautela le tracce – documenti, scritti, testimonianze –, evitando la frusta curiosità dei laici che chiedono: «Com’è possibile?» e cercando di non spostarla dal suo contesto proprio. Ho letto, ad esempio, la Verbi Sponsa, cioè l’«Istruzione sulla vita contemplativa e la clausura delle monache» della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica (1999), e ho preso qualche appunto.

1. Il fondamento evangelico della clausura è Gesù che si ritira a pregare «sul monte», «o, comunque, in luogo solitario, non accessibile a tutti, ma soltanto a quelli che egli chiama a sé, in disparte» (VS, 3). Ora, non posso non osservare (è una semplice osservazione non una ricerca di contraddizione) che Gesù, tuttavia, dal monte, dopo la preghiera, discendeva, tornava nel mondo. Se prendiamo alcuni dei passi citati dal documento della Congregazione, possiamo leggere infatti: «E mentre discendevano dal monte, Gesù ordinò loro…» (Mt 17,9); «Disceso con loro, si fermò in un luogo pianeggiante…» (Lc 6,17). Le claustrali no, «rimangono sempre “con Lui sul monte santo”», tanto che Giovanni Paolo II, che a loro spesso si è rivolto con particolare attenzione, precisa che «nella vostra vita di preghiera si prolunga la lode di Cristo al suo eterno Padre» («Alle claustrali di Nairobi, maggio 1980). Ecco, si prolunga, a tempo indeterminato.

2. «La clausura, anche nel suo aspetto concreto, costituisce… una maniera particolare di stare con il Signore, di condividere “l’annientamento di Cristo, mediante una povertà radicale, che si esprime nella rinuncia non solo alle cose, ma anche allo spazio, ai contatti, a tanti beni del creato”» (VS, 3). Qui, il riferimento alla povertà radicale mi rimanda inevitabilmente a Chiara d’Assisi e al dibattito piuttosto acceso che ho scoperto essere in corso sulla riconducibilità o no della clausura al suo carisma originario. Alcuni studiosi, infatti, si interrogano se la clausura per Chiara sia stata un ripiego, o meglio un compromesso necessario tra l’adesione totale al messaggio di Francesco, nel mondo, e l’esigenza primariamente istituzionale di spostare fuori dal mondo certe forme di religiosità femminile. Va detto che proprio altre studiose clarisse respingono questa linea di pensiero e rileggono le fonti ricordando la particolare posizione del luogo di reclusione della comunità clariana, cioè nella città, e trovandosi in linea con le parole del documento vaticano: «L'”altissima povertà” è ancora più radicale perché associata alla reclusione in un piccolo luogo che rendeva le sorelle totalmente dipendenti dal proprio lavoro e dalla provvidenza del Padre celeste: la reclusione clariana è espressione estrema del “non volere altro sotto il cielo”» (s. Chiara Agnese Acquadro, osc). Su questo punto, altre letture in corso.

3. Di grande interesse, poi, come in molte altre «cose monastiche», è il passaggio dal significato teologico di un determinato atteggiamento, di una certa «forma», alla sua attuazione pratica, e il testo della Congregazione ne rappresenta il paradigma. La sua seconda parte, «La clausura delle monache», merita un discorso a parte; mi limito a riportare questo snodo, molto significativo: «Di conseguenza [data la sua specificità] anche la disciplina della clausura, nel suo aspetto pratico, dev’essere tale da permettere la realizzazione di questo sublime ideale contemplativo, che implica la totalità della dedizione, l’interezza dell’attenzione, l’unità dei sentimenti e la coerenza dei comportamenti» (VS, 5). È di fronte a una quaterna del genere, molto più che davanti alla reclusione, che magari mi scappa un «com’è possibile?»

(L’Istruzione Verbi Sponsa si può leggere qui.)

 

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Già noto e familiare (Reperti, 19: Etty Hillesum)

Nelle lettere di Etty Hillesum sul e dal campo di concentramento e transito di Westebork fa la sua comparsa anche un monaco. In verità più d’uno, ma su uno solo di essi si fissa lo sguardo impareggiabile di EH. Il riferimento si trova nella lettera «A due sorelle dell’Aia», del dicembre 1942, per la quale non è il caso di trovare aggettivi.

La lettera, composta ad Amsterdam, al ritorno da un periodo passato nel campo, è il tentativo di rispondere alla richiesta del dottor K. (probabilmente l’ebreo tedesco Herbert Kruskal, con lei al campo) di scrivere «qualcosa sulla vita a Westerbork» e venne pubblicata già nell’autunno del 1943, poco dopo la morte di EH e della sua famiglia ad Auschwitz, insieme con un’altra lettera inaggettivabile, da Westerbork, del 24 agosto 1943, in un’edizione clandestina e dissimulata sotto il titolo di Tre lettere del pittore Johannes Baptiste van der Pluym (1843-1912).

Hillesum vi ricorda, tra le altre cose, l’arrivo al campo, nell’agosto del 1942, di un gruppo di ebrei cattolici – «o se si preferisce di cattolici ebrei» – tra i quali vi sono anche dei monaci. «Ricordo due giovani gemelli dagli identici, bei visi scuri del ghetto e dagli occhi calmi e fanciulleschi sotto i loro zucchetti, che raccontavano con garbo e stupore di essere stati portati via dalla messa alle quattro e mezzo di mattina, e di aver mangiato cavolo rosso ad Amersfoort.» I curatori ci informano che, probabilmente, si tratta dei fratelli Georg ed Ernst Löb, monaci trappisti a Tilburg, rispettivamente dal 1926 e dal 1929.

C’è anche un terzo fratello Löb, Rob, anch’egli a Tilburg, dal 1928: «C’era un monaco ancora piuttosto giovane, che per quindici anni non era uscito dal proprio convento e ora si ritrovava per la prima volta nel “mondo”. Mi ero fermata un poco accanto a lui e avevo seguito il suo sguardo, che vagava tranquillo per la grande baracca dove si raccoglievano i nuovi arrivi». Insieme i due guardano poi fuori della baracca il resto del campo e la brughiera, fino a che EH rivolge al monaco una domanada: «E allora, cosa gliene pare del mondo?»

Fratello Linus, questo il nome che Rob Löb aveva preso diventando trappista, non risponde, e «il suo sguardo rimane tranquillo e amichevole sopra la tonaca marrone, come se tutto ciò che lo circonda gli fosse noto e familiare già da molto tempo».

«Più tardi qualcuno mi raccontò che quello stesso giorno aveva visto alcuni monaci camminare in fila tra due baracche scure nel crepuscolo, mentre dicevano il rosario con la stessa imperturbabilità con cui avrebbero recitato le preghiere nei corridoi del loro convento.»

(Etty Hillesum, Lettere 1941-1943, a cura di K.A.D. Smelik, G. Lodders e R. Tempelaars, traduzione di C. Passanti, T. Montone e A. Vigliani, Adelphi 2013, pp. 55-56.)

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All’undicesima ora

Il bel libro di Grado Giovanni Merlo dedicato a Francesco d’Assisi mi ha fatto scoprire, tra le altre cose, una curiosa immagine monastica. Nella sua ottava visione Zaccaria (6:1-8) vede «quattro carri uscire in mezzo a due montagne»: sono i quattro venti del cielo che scendono a percorrere la terra, «dopo essersi presentati al Signore». Ogni carro è trainato da cavalli di colore diverso: bai, neri, bianchi e pezzati; non se ne precisa il numero, ma la versione che si affermerà successivamente prevederà quattro quadrighe. Proprio a questa immagine fa ricorso Gregorio IX nella sua bolla Fons Sapientiae, con la quale decreta, il 3 luglio 1234, la canonizzazione di Domenico di Guzmán, per illustrare la successione degli eserciti del Signore.

Le quattro quadrighe di Zaccaria, in un'illustrazione di Doré, 1865.

Le quattro quadrighe di Zaccaria, in un’illustrazione di Doré, 1865.

Primi vengono i martiri, i «testimoni della nuova legge», condotti dai bai (equos rufos, rossi come il sangue versato?). Poi, tirati dai cavalli neri, seguono coloro che piangono e che si pentono, e che Benedetto ha raccolto nel deserto del chiostro (claustrale desertum) affinché riscoprissero il bene della vita comunitaria. Quindi, «quasi a rinnovare un esercito stanco e a ripristinare il giubilo dopo il lamento [quasi lassum renovaturus exercitum, et redditurus jubilum post lamentum]», arrivano i monaci bianchi, i cisterciensi (e i florensi) guidati da Bernardo. Infine, come al termine di una giornata fatale (occurrente hora undecima, cum dies jam declinasset ad vesperam), quando la sua «vigna» è pervasa dalle «spine dei vizi» e da «piccole volpi», il Signore manda in battaglia l’ultimo esercito: «le schiere dei frati Predicatori e Minori con i loro comandanti eletti [Praedicatorum et Minorum Fratrum agmina cum electis ducibus]», Domenico e Francesco.

«Con tale accoppiamento», ci ricorda G.G. Merlo, «il papa compie forzature e distorsioni»: Francesco non ha mai lottato contro gli eretici, né ha mai sottolineato la necessità di riforme ecclesiastiche, né si è mai richiamato a Benedetto e a Bernardo, al contrario. Quello che sembra un agilissimo compendio di storia monastica è invece un potente «slogan» di Gregorio IX, che «necessitava di santi nuovi e militanti per sostenere il sogno ierocratico di dominio del mondo avviato da Innocenzo III». Cioè di quell’Ugolino dei conti di Segni, cardinale di Ostia, amico sia di Francesco che di Domenico, e che proprio Francesco nel 1220 aveva richiesto a papa Onorio III come protettore della fraternità, perché «ascoltasse e risolvesse il problemi».

(da Grado Giovanni Merlo, Frate Francesco, il Mulino 2013, pp. 153-54.)

 

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The Monk Club

Sono molto contento di aver scoperto «Vita Nostra», la rivista dell’Associazione «Nuova Cîteaux» che ha avviato una nuova serie nel 2011, e mi ci sono abbonato subito, perché offre la possibilità di accedere a testi di carattere interno dell’Ordine Cistercense: conferenze, documenti, interventi e dossier, di autori e autrici di diversa provenienza e diversa posizione gerarchica, che, oltre a temi storici, affrontano anche problemi del monachesimo contemporaneo, con salutare chiarezza. Il panorama che se ne ricava è vario, complicato e, appunto, problematico. Non che prima nutrissi la falsa immagine di un Ordine compatto, uniforme e ottusamente unanime, tuttavia leggere direttamente alla fonte quali sono i punti di maggiore attrito e le preoccupazioni più ricorrenti sposta la nozione a un livello di precisa concretezza.

Attriti e preoccupazioni che si concentrano intorno al tema della formazione delle nuove leve – diciamo così –, non a caso posto in apertura dell’editoriale di s. Maria Francesca Righi, sul numero 1, e al quale è dedicata una sezione fissa. «Più visito le comunità», scrive l’abate generale Mauro Giuseppe Lepori (ocist), «e più mi accorgo che il problema della formazione è il problema cruciale del nostro Ordine (e di tutta la Chiesa)». Dopo un passaggio preliminare – ho visto e in parte letto i primi cinque numeri – mi limito a prendere qualche appunto, in vista di successivi approfondimenti.

Le persone che arrivano oggi a un monastero, e chiedono di entrarvi (evento che viene esplicitamente definito «un miracolo»), lo fanno spinte sia da un desiderio positivo di ricerca spirituale ed esistenziale (in risposta alla «chiamata»), sia da un desiderio negativo di alternativa al mondo da cui vogliono distanziarsi e del quale tuttavia sono molto più imbevute rispetto a un tempo (per ragioni anagrafiche e culturali). Se lo portano dietro, il mondo, sotto forma di aspettative, che riversano talvolta impropriamente sulla comunità monastica, andando incontro al più classico dei «bruschi risvegli». Scrive dom Guillaume Jedrezjack (ocso): «Dopo il primo periodo di euforia che segue ogni conversione, si assiste più o meno rapidamente a un cambiamento, nella maggior parte dei monaci e delle monache, spesso dopo la professione solenne. Fino a quel momento essi spendevano ogni energia nello sforzo necessario per appartenere alla comunità […]. E poi arriva la fase delle disillusioni, con la quantità di disintegrazioni».

La preoccupazione dei superiori è che i monasteri siano percepiti come «dei club dove si entra per realizzare la propria vocazione personale di cui la comunità e i superiori devono solo essere i funzionari» (ancora l’abate Lepori). Il monastero come una palestra cui iscriversi per tornare in forma, in preparazione di competizioni future, mentre se c’è una cosa che credo di aver capito è che il monastero è il luogo dove cimentarsi, tra l’altro, con lo scardinamento sistematico  della propria «forma» (mentale, o spirituale, e fisica, mi vien  da dire), per mettersi sulla «via della vita».

Oppure, scrive la badessa di Vitorchiano Rosaria Spreafico (ocso), «ci troviamo di fronte a persone per le quali non è ovvio porsi con profondità – assumendone il rischio – le domande costitutive per cercare il significato unico e unificante dell’esistenza umana.» Sono cariche delle contraddizioni del mondo, e pertanto frammentate e fragili, eppure disponibili ad accettare la sfida della vocazione, anche se non sanno esattamente nemmeno quale sia la posta. «Difficilmente», continua la badessa, «oggi si presentano persone dialettiche, critiche e contestatrici della proposta di vita e di obbedienza che ricevono, ma la loro disponibilità deve essere purificata e trasformata.» E il corsivo è dell’autrice.

«Vita Nostra» – Rivista periodica dell’Associazione «Nuova Cîteaux».

 

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