Archivi del mese: novembre 2013

Dell’obbedienza (pt. 2)

(la prima parte è qui)

Il discorso della badessa di Vitorchiano, Rosaria Spreafico, si fa quindi ancora più specifico in relazione all’educazione all’obbedienza dei giovani candidati alla vita monastica («Diventa sempre più evidente che le giovani che giungono oggi a bussare alla porta del nostro monastero sono degli autentici miracoli della grazia di Dio»). L’obbedienza benedettina è lo strumento principe per purificare l’intenzione delle (o dei) postulanti ed è «una vera lotta contro se stessi, una lotta per scendere in profondità, e coincide con ciò che san Benedetto chiama il non seguire o “l’odiare” la volontà propria».

Il «proprio» (giudizio, volontà, soprattutto affermazione) è il bersaglio primario, è lì che si annida l’illusione mortifera dell’autosufficienza, il male del vizio, nella sua incarnazione più letale dell’egoismo, «in tutte le sue forme». Un male costitutivo dal quale si può guarire con «la pratica della preghiera personale, la richiesta di perdono, la libertà di accusarsi dei propri errori, il silenzio, la solitudine, il dialogo con i fratelli», ma anche con la forma più concreta di obbedienza: «fare materialmente ciò che ci viene chiesto». Cosa che, sottolinea opportunamente la badessa, «non è mai scontato».

Obbedienza significa rinuncia alle proprie disposizioni, «all’immagine che si ha di sé» (e su questo punto la badessa ha ragioni da vendere) e alla «propria visione della realtà», è un’obliterazione che spaventa e che raggiunge il suo acme in una citazione di Baldovino di Ford, introdotta da una premessa molto forte e, mi pare, in antitesi con posizioni espresse ultimamente in alte sedi. Dice dunque m. Rosaria Spreafico: «E non bisogna cedere a quel falso senso di rispetto per la coscienza personale, che non osa proporre e sostenere un giudizio diverso, più vero e profondo, sulla realtà». E dice Baldovino di Ford, abate cisterciense del secolo XII, che i monaci «rinunziano alla loro libertà e al loro potere: ad essi non è lecito volere ciò che vogliono, né potere ciò che possono, né sentire ciò che sentono e neppure essere ciò che sono e vivere secondo il proprio spirito». Commenta la badessa che questa formula può stridere alle «nostre orecchie postmoderne» – direi!

Ora, quello che trovo problematico è la svalutazione a priori della possibilità di volere il bene. Credo tuttavia di comprenderne la radice, e la cosa mi dà da pensare. Per evitare che anche il più piccolo seme di vanagloria («guarda come sono bravo!») attecchisca nella pratica quotidiana, occorre non volere più nulla, se non conformarsi all’ideale supremo del Figlio, fino al sacrificio, senza volere nemmeno il bene.

Ecco, non mi è possibile accogliere questa visione. Niente di grave, mi limito a osservare, lontano dalla regione dei santi,  che non trovo del tutto – come dire? – inefficace, a posteriori, il bene prodotto da quel seme maledetto, o forse naturale, di vanagloria.

(2-fine)

Rosaria Spreafico, Educare all’obbedienza, in «Vita Nostra» III, 4 (2013), pp. 46-52.

 

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Multitasking (Dice il monaco, XVII)

Dice dom Mauro Giuseppe Lepori, Abate generale OCist, nel marzo 2013:

Confesso che sovente, vedendo come le comunità e i singoli monaci e monache vivono la vocazione, ovunque nel mondo, provo un certo sconforto; non tanto perché siamo tutti pieni di difetti e di fragilità, io per primo, ma perché mi sembra che manchi un desiderio di pienezza di vita. Incontro monaci e monache, a volte anche giovani, che sembra non vivano che per il proprio comodo, la propria carriera, la propria indipendenza nel fare quel che vogliono, o anche per i soldi, per possedere oggetti e beni privati. […] Allora, all’abate generale, o a chi per esso, si presentano solo rivendicazioni, lamenti e critiche, non desideri di vita. Si vorrebbe che l’abate generale facesse il poliziotto per mettere ordine, oppure facesse il banchiere che porta soldi, o lo psicologo che guarisce i problemi relazionali e personali, o l’avvocato che fa giustizia nelle liti di interessi e poteri mondani. Non gli si chiede aiuto ad appartenere all’opera di Dio, non gli si chiede un aiuto e una compagnia nel «credere a Colui che il Padre ha mandato».

Dom Mauro Giuseppe Lepori, Abate generale OCist, La via della vita alla luce della testimonianza di Benedetto XVI, meditazione quaresimale 3 marzo 2013, in «Vita Nostra» III (2013), 5, pp. 12-19.

 

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Dell’obbedienza (pt. 1)

Per la maggior parte del tempo, durante le mie letture monastiche, sono per così dire in modalità ascolto e comprensione (fin dove mi è possibile). Solo qualche volta lascio spazio a reazioni personali, facendo finta che le parole che leggo siano rivolte anche a me, soprattutto quando mi sembra di cogliere un livello di generalizzazione più alto. Mi è capitato l’altroieri con un breve testo molto interessante di m. Rosaria Spreafico, badessa di Vitorchiano – abbazia trappista, cosa da tenere bene a mente.

È un testo del 2007, pubblicato sul numero 4 (2013) di «Vita Nostra», e ha chiaramente una finalità interna: è la riflessione di una monaca assai impegnata rivolta a consorelle e confratelli nell’ambito di un incontro sulla formazione. Io, non come io, ma come tizio qualsiasi, non c’entro nulla, però il tema della riflessione mi preme: l’obbedienza.

Il cardine teologico, e specificamente benedettino, dell’obbedienza è il Cristo, la sua obbedienza filiale, fino alla morte. È la badessa stessa a porsi subito una domanda: «Come si può abbracciare uno stile di vita tutto improntato a un’obbedienza che regola la vita quotidiana fin nei suoi particolari più minuti?» La risposta, il «punto esistenziale d’avvio», va cercata nel disagio; disagio provocato da un senso di mancanza, di lontananza (da Dio). L’obbedienza è la strada verso il superamento di tale mancanza, verso una «autentica pienezza di vita».

Bene, ma come si fa, oggi, a educare all’obbedienza, si domanda ancora la badessa. «L’esperienza ci dice che non esistono tecniche che possano indurre e convincere all’obbedienza, esiste solo la nostra responsabilità personale, solo se noi stessi crediamo che essa è il fattore decisivo della verità del nostro rapporto con la realtà troveremo anche la libertà necessaria per proporla in un rapporto di paternità spirituale.» Una frase molto densa, che unisce un riferimento assai concreto all’attività pratica con una capriola concettuale, sulla quale sono inciampato: l’obbedienza è il fattore decisivo della verità del nostro rapporto con la realtà? Il punto è oggetto di fede («solo se noi stessi crediamo»), e Spreafico sembra squalificare la deriva ascetica dell’obbedienza (che altrimenti «sarà sempre sottilmente antagonista della libertà di coscienza»). Oggetto di una fede che si situa in un luogo preciso: la comunità, dove «la libertà matura nel passaggio dall’essere voluti (in senso pregnante, ontologico, non solo sentimentale ed emotivo) al volere insieme le stesse cose (la comunione di giudizio e di visione)». Nell’appartenenza a una comunità la libertà si trasmuta – mi viene da dire, alchemicamente – nell’obbedienza, e in essa si sublima.

È difficile leggere positivamente l’espressione «volere unanimemente le stesse cose», è difficile ignorare certe risonanze; ed è difficile aderire quando questo esito viene additato come liberazione «dalle proprie dipendenze, dai propri vizi e dalle proprie immagini falsate», come se sull’altro versante non esistesse altro che ciò: dipendenze, vizi, immagini falsate.

Senza dubbio mi riconosco gravato da tutt’e tre le cose, che tuttavia cerco di contenere, combattere e smantellare, ma non in nome di un’ipotetica salvezza, né per conformarmi a un’ideale assoluto di obbedienza, bensì perché nei miei dintorni – li voglio chiamare comunità? – faccio esperienza del loro contrario: dipendenze positive, cioè buone abitudini, virtù, rappresentazioni adeguate. Comportamenti corretti e sensati, cui ci si prova a ispirare; e, se posso dire, la cosa comincia e finisce lì: mi pare un programma già sufficientemente ambizioso.

Pausa, prima della seconda parte del testo della badessa.

(1-continua)

Rosaria Spreafico, Educare all’obbedienza, in «Vita Nostra» III, 4 (2013), pp. 46-52.

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«Tutte queste cose ne arrecavano grandissimo travaglio» (suor Fulvia e Donna Enrichetta Caracciolo, pt. 2)

(la prima parte è qui)

«In questa religiosa stanza, dunque, io venni, o per dire meglio, fui condotta l’anno 1541», scrive suor Fulvia Caracciolo, dopo aver rievocato le circostanze, in parte leggendarie, della fondazione del monastero di San Gregorio Armeno, a Napoli. Aveva due anni, quindi non ricorda i particolari. Di quando prende il velo, a otto anni, ricorda invece che «eravamo circa cinquanta moniche e ciascheduna di noi haveva le sue camere, ristretti, cucine, cantine et altre comodità. Tenevamo molte serve per nostro serviggio». I privilegi, oltre alla proprietà privata, sono molti, le monache possono uscire, passare periodi di vacanza in famiglia, e il monastero è un centro di attività economiche, artistiche, sociali.

Il vento cambia, piuttosto rapidamente, con la fine del Concilio di Trento (1565), e, come dicevo, di fronte alle novità lo sconcerto è massimo. Sconcerto e «atrocissimo dolore», ad esempio, per i numerosi smantellamenti e accorpamenti di comunità, come nel caso di San Festo e San Marcellino: pressioni, imposizioni, violenze, persino  la prigione, «per spazio di mesi due e giorni venti», finché le monache del primo monastero («al giudizio mio donne di molto valore, tanto che alcuna di esse haverebbe bastato a governare non dico un monastero, ma ancor un regno») cedono e confluiscono nel secondo, con «infinite lagrime dell’una e l’altra parte». Sconcerto e incertezza per il futuro («stavamo a punto come coloro che si trovano nelle strette carceri, aspettando d’hora in hora che sia fatta loro causa per terminare la vita»), visto che le nuove disposizioni vengono introdotte una alla volta: un anno viene negato l’accesso al monastero alle «donne secolari», l’anno successivo viene tolta la «custodia del Santissimo Sacramento» (cosa che riduce l’abbazia «come una casa vedovale»), poi bisogna cedere tutti propri beni al monastero («era già stato dato il tempo di tre giorni a sgombrare quel che volevano, altrimenti, fornito quello brevissimo spazio di tempo, sarebbe stato il monistero herede del tutto»). E ancora bisogna fare formalmente la nuova «professione», che è il punto più delicato: o dentro secondo le nuove regole o fuori. Diciassette monache decidono di andarsene, una separazione pubblica e dolorosissima che «non potrei aguagliarla ad altro che al giorno del giudizio».

Nel gennaio 1569 quella che si può definire resistenza è piegata e tutte le monache rimaste sono «professe». Passano gli anni e, sotto il controllo implacabile della sede vescovile, qualcuna rientra, si susseguono le badesse, vengono distribuiti gli incarichi, si dà corso alle sistemazioni edilizie pro-clausura. Metà del monastero si trasforma in un cantiere («Potrassi, dunque, comprendere facilmente da chi leggerà quante fossero le nostre scommodità quando essendomo noi così ristrette in tanto angusto loco ne erano con tanta furia et fretta deroccate le case di modo che la moltitudine della polve e fumo ne sforzava a stare con le fenestre chiuse»), che scoperchia anche le antiche sepolture e si rivela assai costoso («Nell’anno 1574… la spesa della fabrica correva mirabilmente…»).

La cronaca si conclude con il 1579, «a lode perpetua di Sua Divina e Santissima Maestà», e c’è spazio per un’ultima, discreta protesta, a futura memoria: «Il frutto del che [quanto è accaduto] sarà principale di darne giontamente lodi alla sua Divina Maestà, che è rimasta servita ai tempi nostri farne fare quella santa professione esplicita, che l’antiche nostre madri e sorelle non conobbero, et questo per accrescerne maggiormente di spirito e spropriarne affatto dal mondo».

(2-continua)

Le monache ribelli raccontate da suor Fulvia Caracciolo, a cura di C. Carrino, Intra Moenia 2013.

 

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Veronika Peters, «I miei anni in monastero»

IMieiAnniInMonasteroC’è almeno un capitolo interessante all’interno di I miei anni in monastero di Veronika Peters, libro del quale ho stentato a comprendere l’intento. L’ex monaca benedettina tedesca vi racconta la sua esperienza durata dodici anni: le enormi difficoltà per farsi accogliere dalla comunità, il rapporto spesso teso con le consorelle, il passaggio dalla vita di clausura allo studio all’esterno e all’attività di gestrice dello shop-libreria dell’abbazia, e infine l’abbandono del velo e la partenza nella notte, in treno, con un uomo al suo fianco. Al di là della veridicità dei fatti narrati, che come sempre do per scontata, i miei dubbi riguardano soprattutto le motivazioni dell’autrice circa la scelta della monacazione, dubbi che la stessa comunità di professe coltiva a lungo ed esprime soprattutto in occasione dei momenti fondamentali del percorso: l’ammissione, la vestizione e la professione, pronunciata nel 1993, all’indomani della caduta del Muro di Berlino.

E la parte più interessante è proprio la campagna elettorale (l’espressione è usata da una monaca) per il voto che deve decidere se accettare o no la professione. La volontà della novizia benedettina, infatti, non è sufficiente: i suoi voti saranno emessi al cospetto di una comunità, non dell’Ordine in generale, e le future consorelle devono esprimersi a maggioranza. Se l’esito è negativo, la novizia deve cercarsi un altro monastero.

Non è il caso di suor Veronika, che passa con i due terzi dei voti, o anche meno: «Sul pianerottolo, Paula mi si getta al collo. “Tesoro, la maggioranza era maledettamente risicata, ma ora ci sei! Se la badessa non si fosse data da fare così tanto per te, non so cosa sarebbe successo”.» I colloqui che hanno luogo intorno alla votazione sono, nella loro semplicità, molto istruttivi. Ecco, ad esempio, cosa risponde suor Luisa, la giardiniera, alla domanda se vi sia una dimensione politica nell’essere monache: «Il nostro è un piccolo mondo che dobbiamo organizzare con responsabilità. Se la nostra comunità è un modello di fede e di rapporto con gli altri, allora trasmettiamo qualcosa anche agli uomini di fuori che ci cercano per trovare aiuto e guida. Rinunciando al potere, al possesso e ai legami famigliari, radicandoci nella ricerca di Dio, noi trasmettiamo un sergnale che, partendo dall’isolamento del monastero, può ripercuotersi sulla società. Questo ha una dimensione politica? Non mi sono mai posta una simile domanda». Ed è sempre suor Luisa a chiedere all’autrice: «”La vita conventuale richiede un duro lavoro, innanzi tutto con se stessi. Cosa fa lei per migliorare la convivenza?” “Io? Qui sono la più giovane. E, per di più, su di me pende la minaccia dell’espulsione!” “Ciò non la dispensa da nulla.”» «Mangia qualcosa», le dice invece suor Margherita, infermiera e lavandaia, «e, se ti posso dare un consiglio, ricorda che non serve dividere in buoni e cattivi la squadra con cui si vuole trascorrere la vita.»

Quando poi la badessa le accenna le critiche principali che le vengono rivolte, «troppo ingombrante, troppo vitale, spesso scontrosa, inavvicinabile, cocciuta, le manca la capacità di adattarsi», l’autrice commenta: «Una lista di caratteristiche che solo in parte potrei riconoscere come mie». Questa non è certo un’esclusiva della comunità monastica, tuttavia penso che lì assuma una rilevanza più evidente, sino a diventare un postulato: siamo come gli altri ci percepiscono; una comunità presso la quale si fa voto di stabilità perenne rappresenta la definitiva rinuncia alla riserva individuale che si può riassumere in «gli altri non mi capiscono». Ed è qui che si aggancia, anche psicologicamente, la conversatio morum, la conversione dei costumi, che, forse, ancora prima che in nome della fede nell’Altro, anzitutto si attua nella fedeltà all’altro, a quello che si trova lì accanto.

Veronika Peters, I miei anni in monastero, traduzione di A. Melazzini, Bompiani 2008 (ediz. orig. Was in zwei Koffer paßt, «Cosa si mette in due valigie», 2007).

 

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