Archivi del mese: ottobre 2013

Sfumature (Dice il monaco, XVI)

Dice Colombano, intorno al 610:

Chiunque perda l’ostia o non ricordi dove l’abbia messa, faccia penitenza per un anno. Chi tratta l’ostia con negligenza così che si secchi e venga mangiata dai vermi, tanto che non ne resti nulla, faccia penitenza per sei mesi. Chi incorre in qualche trascuratezza verso l’ostia, così che si trovi in essa un verme e tuttavia sia ancora intera, bruci il verme sul fuoco e ne nasconda la cenere in terra vicino all’altare, e faccia penitenza per quaranta giorni. E chi non ha cura dell’ostia così che si alteri e perda il sapore del pane, se essa prende un colore rosso, faccia penitenza per venti giorni, se prende un colore violaceo, faccia penitenza per quindici giorni. Se invece l’ostia non ha cambiato colore, ma si è come conglutinata, faccia sette giorni di penitenza. Chi lascia che l’ostia si bagni, subito beva l’acqua contenuta nel crismale e consumi l’ostia. Se il crismale gli cade da una barca o da un ponte o da cavallo, non per trascuratezza, ma accidentalmente, faccia penitenza per un giorno; se però lascia che l’ostia si bagni per irriverenza, cioè se esce dall’acqua e non prende in considerazione il rischio che l’ostia corre, faccia quaranta giorni di penitenza.

Colombano, Regola cenobiale, XV, in Le opere, a cura di A. Granata, Jaca Book 2001, p. 343.

 

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Echi dagli archivi

C’è una punta di nevrosi, diciamo così, nell’abitudine che ho, e che ha trovato alimento nelle risorse online, di leggere descrizioni di fondi archivistici monastici. È sciocco cercare un motivo nobile; è più corretto confessare l’illusione dell’ordine, il gusto quasi alimentare per i termini desueti e il sogno assurdo di una registrazioni totale di ciò che è stato. Di ciò che è stato e di ciò che è, come se il mondo esistesse soltanto per essere documentato, come se potesse darsi una mappa 1:1 delle cose, infinitamente più interessante delle cose stesse, proprio perché le cose rappresenta e insieme tiene distanti. Nel caso delle vicende monastiche tutto ciò è amplificato; allo stesso tempo sono consapevole che l’immagine che mi vado formando è appunto un’immagine (non del tutto, spero) che risponde a bisogni personali.

Con questo spirito ambivalente scorro la descrizione dei fondi delle «corporazioni religiose soppresse», depositati presso l’Archivio di Stato di Firenze, in particolare dei monasteri femminili: una ricognizione ha stabilito che «vi si comprendono 16.306 pezzi tra buste e registri dal 1310 al 1793 con qualche documento del  secolo XIII». Perdo tempo tra «vacchette di messe», «stracciafogli delle camarlinghe», «quadernucci di ricordanze» e «registri del retratto della roba appartenente alle religiose defunte».

Tenevano nota di tutto, le monache, con scrupolo, a cominciare dalle attività amministrative e di gestione del patrimonio: entrate e uscite, contratti, decimari, «ricordi di beni stabili comprati», «pacco di quadernucci di ricevute del mugnaio», «libro di conti correnti e bestiami», «giornaletti dei magazzini del monastero», «spese e ricordi di locazioni di case e botteghe e poderi», «scritte di cottimi di muramenti e convenzioni di manifattori con indice», «depositi di doti di fanciulle accettate monache, sia velate che converse; con indice».

Si può scendere poi più nel particolare: «Inserto ove esiste la narrazione dell’aggregazione dell’altare del Santissimo Rosario posto nella chiesa del Chiarito con tre lettere del Cardinale Mondadori», «Ricordi e scritture riguardanti il livello delle terre contigue al Monastero di San Domenico e Bernardo Cantini, di poi vendute a Don Luigi di Toledo; e del livello del giardino delle stalle al serenissimo Cosimo I con indice», «note di spese per vestire una monaca, per il confessore, per vestimenti e velazioni, mutazioni d’uffizi e festa di San Domenico».

Poi ci sono i processi, un fiume di processi e cause: «Monache e Scalini e consorti di liti per causa di errore di calculo», «Monastero e Brogi e Speziali per un credito di scudi 80 con suor Maria Geltrude Gondi preteso pagarsi da Monastero», «Monastero e Pelli per causa di terre a Petriolo rilasciate dal fiume Arno e pretese da detto Pelli».

Senza contare i fondi conservati ancora presso i monasteri, come quello delle carmelitane di Santa Maria Maddalena de’ Pazzi, o delle carmelitane scalze di Santa Teresa. E qui, davanti al mare di biografie, memorie, ragguagli, lettere e a «un’incredibile quantità di relazioni di visioni, proponimenti, preghiere, scritti spirituali e componimenti poetici», gira un po’ la testa. Come davanti alle «4 raccolte di vite di consorelle defunte» delle carmelitane, o al Necrologio delle carmelitane scalze, un «volume contenente le biografie di tutte le religiose dal 1630 al 1912».

Della Vita della venerabil madre suor Vangelista del Giocondo monaca nel monastero di Santa Maria degl’Angeli in Firenze ci è data l’opportunità di sbirciare l’indice dei capitoli: «Come sei volte fu maestra di novizie, e con quale affetto esercitò tal carica specialmente nell’indirizzo della Beata Maria Maddalena [de’ Pazzi]», «Del lume singolare che sortì nel conoscere gli soggetti, e come spesse volte gli furono mostrati da Dio i pensieri occulti delle persone e delle cose future», «Del gran traffico interiore che aveva con Dio…»

(Ilaria Pagliai, I monasteri femminili fiorentini: gli archivi, Archivio per la memoria e la scrittura delle donne “Alessandra Contini Bonacossi”.)

 

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Le Caracciolo Sisters (suor Fulvia e Donna Enrichetta Caracciolo, pt. 1)

Per una curiosa combinazione all’inizio di quest’anno, a distanza di un mese, sono stati ristampati due testi di due monache benedettine che portano lo stesso cognome (non a caso, bisogna dire, e la seconda ex monaca, per la precisione), che ruotano intorno allo stesso monastero (San Gregorio Armeno, a Napoli) e che parlano entrambi, seppur da una prospettiva e in modi molto diversi, di ribellione. Sono ben noti, per lo meno agli studiosi e agli appassionati, e sono divisi da un intervallo di tempo di oltre duecentottanta anni.

Il primo è il Breve compendio della fundatione del monistero di Santo Gregorio Armeno detto Santo Ligorio di Napoli con lo discorso dell’antica vita, costumi e regola che le moniche di quello osservavano et d’altri fatti degni di memoria soccessi in tempi dell’autrice, di donna Fulvia Caracciolo, monica di quello, copre gli anni che vanno dal 1541 al 1579 ed è un documento eccezionale, per le informazioni che dà circa la vita quotidiana di un tipico monastero femminile italiano della metà del Cinquecento e, soprattutto, per le reazioni che registra all’imposizione da parte delle gerarchie ecclesiastiche dei decreti del Concilio di Trento sulle comunità conventuali, in particolare in materia di clausura.

«Si tentava di imporre l’osservanza della clausura, evitando o riducendo al minimo i contatti con il mondo esterno, incoraggiando un’adesione maggiore alla castità, sfuggendo ad atteggiamenti di attaccamento alla vita mondana, astenendosi da pratiche sessuali, contenendo la difesa tenace dei privilegi, frenando un’ambizione smodata a posti e ruoli di prestigio», come dice la curatrice Candida Carrino. E questo perché, in misura tutt’altro che minoritaria, la monacazione era «una soluzione ad un problema sociale»: l’eccedenza di figlie di famiglie nobili, escluse dall’eredità primaria, riservata al primogenito, e non destinate al matrimonio – una dote adeguata non può essere garantita a tutte, dunque: in monastero. La monacazione è una scelta famigliare, che pone certo degli obblighi, ma che non cancella una serie di diritti acquisiti per discendenza nobiliare. «L’aristocrazia del tempo non riusciva ad accettare l’idea che i monasteri non potevano più essere dei luoghi dei quali avere la piena gestione e disponibilità per la collocazione delle figlie e delle nipoti».

Non si può più uscire, per visitare i parenti o per ristoro, non si può più cantare per diletto, non si può più ricevere visite, disporre dei propri beni e nemmeno «fare cose di zuccaro, saponetti et altre cose di cocina a diverse persone». Alcuni monasteri, poi, vengono addirittura chiusi e accorpati, producendo esodi di tonache spesso travagliati.

Le monache sono esterrefatte, abbattute, irritate, e suor Fulvia ci restituisce le loro voci. Non capiscono la necessità della riforma («la quale cominciò con la parte più debole et impotente, che siamo noi altre donne et moniche», il corsivo è mio) e soprattutto non comprendono perché le cose non possano essere come prima, perché tocchi proprio a loro: «E quando tra di noi stesse consideravamo il tanto peso et gravezza di coscienza che ne haveva d’apportare questa professione et che le molte robbe da noi acquistate si havevano da lasciare senza che potessimo essere padrone di un un carlino, le case dai nostre antecessore edificate con tanto nostro commodo si havevano da diroccare, ne accresceva tanto la pena, che non si poteva fare altro che piangere amaramente, poiché niuna si ricordava, né haveva inteso dire che questo nostro monistero fosse stato di altro modo et ai nostri tempi solo venivano tante mutazioni».

(1-continua)

Le monache ribelli, raccontate da suor Fulvia Caracciolo, a cura di C. Carrino, Intra Moenia 2013 (ma vedi anche Adriana Valerio, Carche di dolore e bisognose d’aita. Le memorie di Fulvia Caracciolo, Fridericiana Editrice Universitaria 2012, che non ho potuto ancora consultare).

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Tecnologie del sé monastico (Reperti, 18: Michel Foucault)

Uno degli ultimi progetti, incompiuti, di Michel Foucault è un libro sulle «tecnologie del sé», cioè quei complessi di pratiche «che permettono agli individui di eseguire, coi propri mezzi o con l’aiuto degli altri, un certo numero di operazioni sul proprio corpo e sulla propria anima – dai pensieri, al comportamento, al modo di essere – e di realizzare in tal modo una trasformazione di se stessi allo scopo di raggiungere uno stato caratterizzato da felicità, purezza, saggezza, perfezione o immortalità». Ne sono testimonianza i materiali di un seminario tenutosi all’Università del Vermont nell’autunno del 1982. In questo senso le pratiche monastiche non potevano non finire sotto la lente di Foucault, e lo dimostra il lungo saggio intitolato appunto Tecnologie del sé, in cui viene ricostruito il percorso di alcuni concetti da Socrate a Cassiano, passando per la decisiva svolta ellenistica e tardo-imperiale.

Ho trovato molto interessante soprattutto la trasformazione del precetto «conosci te stesso» in «prenditi cura di te» e infine in «fa’ l’esame di coscienza» («ma stai attento a come lo fai e non fidarti di te stesso», si potrebbe aggiungere). In principio ogni attività di «ritiro in se stessi», come anche di astensione dalla vita pubblica, è comunque finalizzata all’azione futura. Scopo della riflessione è verificare ad esempio se ciò che si è fatto è stato conforme a ciò che si doveva fare, oppure prepararsi a ciò che sarà o che potrebbe essere (la premeditatio malorum degli stoici). In questa prospettiva non esistono colpe da riconoscere, tantomeno peccati, bensì errori che, sperabilmente, si eviterà di compiere in futuro. E anche sul fronte dell’astinenza e della privazione, che hanno una lunga tradizione precristiana, non si tratta di rinunciare in virtù di un guidizio negativo del mondo e della natura umana, e in vista della salvezza, bensì come in una specie di allenamento (ghymnasia) per eventuali situazioni di sventura.

Tra parentesi, mi pare che ci sia una certa assonanza tra il «ritirarsi in se stessi e lì dimorare» dei pitagorici e la stabilità che sarà poi benedettina, e ben più che un’assonanza tra l’affermarsi dell’arte dell’ascolto (per la quale è richiesto il silenzio) sulle procedure dialogiche e il famoso incipit della Regola di Benedetto.

È col passaggio al cristianesimo che l’esame di coscienza si sgancia dalla pratica per spostarsi sull’indagine dei pensieri – e allo stesso tempo l’askesis stoica, che è padronanza di sé, si trasmuta nell’ascesi cristiana, che è rinuncia alla realtà e anche a se stessi, in preparazione a un’altra realtà. La propria fede, come la propria condizione di peccatori, diventa oggetto di divulgazione pubblica (la publicatio sui di Tertulliano), secondo tre modelli. Quello medico: «Per essere curati bisogna mostrare le proprie ferite»; quello giuridico: «Confessare la propria colpa è sempre un mezzo per mitigare la condanna del giudice»; e soprattutto quello del martirio, che, da un certo punto in poi, non può che essere rituale: «È un mezzo per dimostrare che si è capaci di rinunciare alla propria vita e a se stessi», si è pronti a distruggere la propria identità passata. Il passo all’obbedienza è facilissimo: «Si tratta di un sacrificio di sé, che si realizza nella rinuncia alla volontà propria del soggetto: in questo dunque, consiste la nuova tecnologia del sé».

Secondo Foucault, «tale tecnologia, ispirata a forme di esame di sé ricavate dalle tradizioni siriaca ed egiziana, viene descritta in modo piuttosto chiaro nelle opere di Cassiano». Obbedienza e contemplazione sono i cardini della vita monastica e l’esame di sé diventa lo strumento fondamentale per capire se siamo sulla strada giusta, se i nostri pensieri sono costantemente rivolti a Dio, se non siamo distratti. È necessario quindi saper discernere: come farlo? «C’è un solo modo: raccontare tutti i nostri pensieri al nostro direttore spirituale, obbedire in tutto al nostro maestro, sottoporci alla continua “verbalizzazione” dei nostri pensieri.» Dalla confessione pubblica si passa alla confessione privata, e in entrambi i casi lo svelamento coincide con la rinuncia: «È chiaro che, verbalizzando di continuo i propri pensieri e di continuo obbedendo al proprio maestro, si attua la rinuncia a se stessi e alla propria volontà. Questa pratica, dopo l’importante passaggio costituito dalla nascita della penitenza nel secolo XIII, si perpetuerà fino al Seicento».

Michel Foucault, Tecnologie del sé, in Un seminario con Michel Foucault. Tecnologie del sé, a cura di L.H. Martin, H. Gutman e P. Hutton, traduzione di S. Marchignoli, Bollati Boringhieri 1992, pp. 11-47.

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Le «fraterie» di Alessandro Magnasco

Oggi ho imparato che un grande pittore di frati, monaci e monache è stato il genovese Alessandro Magnasco (1667-1749). Me l’ero tenuto «per dopo», come faccio con tante cose e consapevole di quanto sia aleatorio questo «dopo», archiviandolo con l’etichetta di artista strano e visionario. Ora, grazie a una nota di Gregorio Penco, ho scoperto che i suoi quadri, in particolare le sue relativamente piccole scene di genere (era assai noto come «figurista»), sono piene di monaci; e non soltanto come soggetto qualunque, utile per variare la sua ricerca su ombra e figura (la «frammentazione delle figure erose dall’ombra», come dice Fausta Franchini Guelfi), ma anche come tema specifico.

Molto attento al dibattito culturale del suo tempo, soprattutto nel suo lungo soggiorno milanese, Magnasco ebbe probabilmente familiarità con gli scritti del cappuccino Gaetano Maria da Bergamo e di Rancé, il fondatore della trappa. A suo modo, con le sue scene, intervenne – osservò e commentò quello che stava accadendo nel mondo monastico, nella sua quotidianità più concreta. Certo, le figure ieratiche dei monaci più rigorosi, le loro cupe meditazioni e i loro sai si prestavano perfettamente al suo discorso, anche dal punto di vista cromatico – un lividume marrone e grigio. Come dimostrano, tra i molti, questi tre esempi.

I Tre monaci camaldolesi in preghiera (1713-14) al Rijksmuseum di Amsterdam,

Alessandro Magnasco, «Tre monaci camaldolesi in preghiera» (1713-14), 54,5x39, Amsterdam, Rijksmuseum

Alessandro Magnasco, «Tre monaci camaldolesi in preghiera» (1713-14), 54,5×39, Amsterdam, Rijksmuseum

I Tre frati cappuccini in meditazione nel loro eremo (1713-14), sempre al Rijks

Alessandro Magnasco, «Tre frati cappuccini in meditazione nel loro eremo» (1713-14), 54,5x39, Amsterdam, Rijksmusuem

Alessandro Magnasco, «Tre frati cappuccini in meditazione nel loro eremo» (1713-14), 54,5×39, Amsterdam, Rijksmusuem

e i Cappuccini attorno al camino (1725-30), che trovo straordinario per lo statico dinamismo della massa di frati che si stanno scaldando in un ambiente di dura povertà e per lo schieramento di polpacci e piedi che si protendono verso il fuoco (coll. priv.).

Alessandro Magnasco, «Cappuccini intorno al camino» (1725-30), 65x92, coll. priv.

Alessandro Magnasco, «Cappuccini intorno al camino» (1725-30), 65×92, coll. priv.

Ah, poi, c’è l’inquietante Seppellimento di un frate trappista (1710-20), al Museo Civico di Bassano, che si può vedere grazie ai preziosissimi fondi fotografici della Fondazione Zeri.

Insomma, devo studiare.

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