Archivi del mese: settembre 2013

«Una sua scatoleta con sue medicine» (Monache e medicina, pt. 2; Caterina Vegri)

(la prima parte è qui)

«Oltre alla preparazione e vendita di medicamenti, pratiche terapeutiche ben più portentose avvenivano nei monasteri femminili, che sono per tutto il corso del Seicento fervidi centri di “medicina sacra”.» Il secondo fronte infatti è quello delle guarigioni miracolose, della cura mediante le reliquie, un ambito che, se può suscitare più di un sorriso nel lettore contemporaneo, è anche molto interessante se si guarda al rapporto che aveva con la nascente medicina moderna.

Dal momento che l’osservatorio del saggio dal quale ho appreso queste cose è quello bolognese, una figura spicca su tutte le altre, quella di Caterina Vegri (o Vigri), che già ho incontrato per altre strade. Conosciuta per le sue doti intellettuali, «la Santa» era una taumaturga, qualità emersa in seguito al consolidarsi del culto del suo corpo e al processo di canonizzazione e alle relative testimonianze. Da viva era nota più che altro per la sua sollecitudine verso le malate, «et havea una sua scatoleta con sue medicine e tute recorevano a lei, e mai quella benedecta li rincresceva, né temeva puça né inmunditia alcuna». Sollecitudine che si spingeva a gesti estremi che esitavano in guarigioni: «Famulava le sorelle in sanctitate et ne la egrotatione, cum carità tale che fin li lechava le puzulentepiaghe per accidente a lor venute; et ad una più volte lechò la tigna per sanarla» (Sabadino degli Arienti).

La svolta avviene con la sua morte (1463) e con il fenomeno eccezionale della incorruzione del suo cadavere (ancora oggi esposto nel suo monastero bolognese del Corpus Domini) e del «liquore» che ne essudava. Il potere terapeutico del corpo incorrotto della santa diventa in breve un fatto che esula dalle mura del convento, coinvolge tutta la città e sollecita pellegrinaggi e visite importanti.

L’aspetto più interessante è il coinvolgimento dei medici durante il processo di canonizzazione, più volte interrotto e ripreso, chiamati in causa per approfondire e stabilire l’incorruzione, che diventa il cardine della causa. I miracoli operati dalla santa – in sogno e più spesso attraverso l’applicazione di oggetti venuti a contatto con il suo cadavere – saranno da riternersi autentici soltanto se il miracolo dell’incorruzione è effettivamente tale.

Arriviamo così al 1671, oltre duecento anni dopo la morte di Caterina, quando due gruppi distinti sono incaricati di una nuova ispezione. Il primo è composto da medici, ovviamente maschi (tra i quali c’è Marcello Malpighi, quello dei glomeruli, membro della Royal Society di Londra), che pertanto possono vedere il corpo vestito e toccarne solo alcune parti; il secondo è formato da gentildonne bolognesi, che lo vedono nudo e ne possono toccare anche le cosce e il seno, due zone decisive per stabilire l’incorruzione, cioè la perdurante mollities  delle parti carnose. La relazione dei medici non è concorde e molto cauta (la «medicina sacra» conviveva con quella sperimentale, sia perché raramente in concorrenza, sia in virtù dello straordinario che ancora eccedeva i limiti naturali): in prevalenza dicono che il corpo non è incorrotto, bensì essiccato, avanzando anche la possibilità di un’imbalsamazione. Le gentildonne invece non hanno dubbi: escludono l’imbalsamazione (non ci sono segni) e confermano la mollities. Per i sostenitori della causa è proprio quello che ci voleva.

Va considerato che l’incorruttibilità era soprattutto una questione di grado e che il miracolo consisteva nel fatto che «dopo un così lungo lasso di tempo il corpo della Beata non si fosse dissolto in elementi». L’assoluta incorruttibilità poteva essere attributo solo del corpo risorto, ma in ogni caso «il corpo perfettamente integro [di Caterina] rappresentava ad occhi secenteschi, con meravigliosa approssimazione, la condizione del corpo risorto, e quindi la promessa e speranza della resurrezione».

«Il “prodigioso cadavere” era un oggetto straordinario, di complessa e doppia valenza: da una parte cadavere, emblema della mortalità umana, ma anche, dall’altra, il veicolo di un potente messaggio di immortalità», e anche il medico e scienziato Malpighi, dopo pagine e pagine di precisazioni, non estingueva l’ombra di un dubbio: «Tutto questo aggregato conservandosi pare che dia qualche segno di cause superiori alla natura ordinaria».

(2-fine)

(Gianna Pomata, Medicina delle monache. Pratiche terapeutiche nei monasteri femminili di Bologna in età moderna, in I monasteri femminili come centri di cultura fra Rinascimento e Barocco, a cura di G. Pomata e G. Zarri, Edizioni di Storia e Letteratura 2005, pp. 331-363.)

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«Cerotti per amacature e decotti sulitivi» (Monache e medicina, pt. 1)

Ogni giorno se ne impara una nuova. Monaci e medicina, bene. Anzi, monache e medicina, in un contesto preciso: la Bologna tra la metà del ‘500 e il ‘700 – che comunque può essere considerata una realtà rappresentativa. Tra l’altro, una circostanza che vede protagoniste le donne in un ambito strettamente e gelosamente custodito dai maschi. Due gli aspetti della questione: la farmacia e la cosiddetta «medicina sacra».

Sul primo fronte, la comune nozione associata alla cura del «giardino dei semplici», tipcamente monastica, va allargata alla consuetudine della vendita dei preparati al pubblico. Le speziale e le aromatarie confezionano i loro medicinali non soltanto per le consorelle, ma anche, su ricetta, per i concittadini, che ben li conoscono e li usano. La speziala del monastero del Corpus Domini elenca, nei primi anni del ‘700, i suoi rimedi: «Prima Amaro composto con le sue medicine, cerotti per Amacature, e consolidare le Ossa come sono ordinati, Unguento rosato, unguento per amacature, Decotti sulitivi come sono ordinati dalli Sigg. Medici… Ruotole per li rafredori… Distillato di Capone e Acqua desillata, Vino di Mella Granata, e di Visola, e altri rimedi di varia posta come sono hordinati dalli Sigg. Medici». E una sua consorella, settant’anni dopo, continua a venderli con profitto: «Dalla cassa della nostra spezieria, oltre li medicinali che si mantengono per uso delle Monache, si ricava ogni anno per avanzi circa £500».

Cosa che manda in bestia la potentissima Arte degli Speziali, che denuncia la concorrenza, ne mette in dubbio la liceità e si appella al Protomedicato nel 1697, nel 1699 e nel 1713. Poiché le monache continuano imperterrite, gli speziali vanno a Roma, sollecitano i cardinali, fanno lobbying, al punto che Innocenzo XIII proibisce la pratica «se non per uso interno del monastero». Le monache riducono l’attività, si limitano ai «secreti», ma non mollano.

E così ci si mettono i confessori, che si domandano nei loro manuali se l’aromataria «possa somministrare farmaci a un malato “de se et inconsulto medico”; la risposta è sì, ma solo nel caso che abbia “medicamenti particolari per morbi specifici”». Guai a irritare i medici e i farmacisti maschi, e a toccarli sul soldo. E allora i confessori si interrogano ancora «se l’aromataria pecchi vendendo medicinali al prezzo ufficiale (o tassa) stabilito dall’arte degli speziali». E la risposta è no, ma in realtà sì, perché se il prezzo ufficiale veniva stabilito dall’Arte, «la tassa degli speziali è calcolata sulla base di costi di produzione (botteghe, lavoranti, ecc.) che le monache non hanno». Quindi le sante donne devono abbassare i prezzi: «In altre parole, solo peccando le monache potevano esigere, nello smercio di medicinali comuni, lo stesso prezzo delle botteghe degli speziali».

Ma se non peccano, come ci si auspica, diventano più concorrenziali…

(1-segue)

(Gianna Pomata, Medicina delle monache. Pratiche terapeutiche nei monasteri femminili di Bologna in età moderna, in I monasteri femminili come centri di cultura fra Rinascimento e Barocco, a cura di G. Pomata e G. Zarri, Edizioni di Storia e Letteratura 2005.)

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«Le mando la schiacciata unta»

A volte – credo di averlo già detto – la lettura di testi di argomento monastico sconfina per me in qualcosa che assomiglia più a un vagabondaggio nel tempo. È un po’, ad esempio, che mi ritrovo a leggere epistolari di monache del Seicento e del Settecento, e riconosco per primo che spesso non si tratta di studio o approfondimento, ma proprio di evasione, di quella sensazione tipica, e per certi versi deprecabile e risibile, che si prova nel riascoltare voci perdute, alimentata anche da una grammatica e da un lessico antiquati. Oggi, poi, è così facile; e sia lode vera per questo agli archivisti e a chi rende il loro lavoro disponibile online. Non è certo una circostanza esclusiva dei fondi monastici, ma questo è il mio spunto di interesse, e questo seguo.

Così, in un censimento intitolato La documentazione femminile dei fondi monastici e conventuali della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, opera di Claudia Borgia, vengo a conoscenza delle lettere indirizzate dalla domenicana suor Anna Vittoria Mini, del convento di San Vincenzo di Prato, allo zio Pietro Bono Doni dal 1775 al 1789, all’epoca dell’ordinanza del granduca di Toscana Pietro Leopoldo che stabiliva la trasformazione di numerosi monasteri in conservatori («La sovrana… ci impose il nuovo metodo, ed il primo capo fu che non ci voleva più monache, come siamo state fin ad ora, ma bensì signore ritirate… Se ella mi vuol vedere monaca faccia presto, se poi mi vuol vedere signora, indugi un poco»). Si tratta di sessantacinque lettere, delle quali viene riportato l’incipit e che, come sottolinea la studiosa, sono prevalentemente «lettere di saluto, con richieste di oggetti o di accompagnamento a regali, a volte anche lettere che parlano di consorelle della suora, ma alcune di esse risultano particolarmente interessanti, perché rivelano in che modo i cambiamenti che si andavano verificando nella società e nelle istituzioni alla fine del XVIII secolo venivano vissuti da chi ne era direttamente investito».

Improvvisamente, tuttavia, questi incipit, letti uno dopo l’altro mi sembrano un romanzo, pieno di buchi che, come tutti i lettori di romanzi, mi diverto a colmare:

«1775. Per il nostro fattore le mando un panierino con un poca di pastina che spero le piacerà… Altro non posso dirle, se non che suor Anna Isabella sta male, e male di molto… Ieri suor Anna Isabella ebbe una grossa febbre, la quale gli si prese, con grandissimo freddo…

«1778. Vengo con questa mia, ad augurarle un nuovo felicissimo anno… Non vedendo alcuna risposta intorno alla proposta ragazza, scrivo in fretta due versi…

«1780. La ringrazio delle polizze, solo mi rincresce che a lei sono tutte le spese… Venga pur liberamente che abbiamo luogo per desinare, e per dormire, solo la prego ad avvisarmi quante persone… Se in casa avesse una chitarra, vorrei che me la mandasse, se non ce la, me ne compri una… Le mando il mazzo richiestomi da lei, e sono andata subito in cerca di fiori da queste monache…

«1782. Le mando conforme ella desidera una mostra di panno… Le mando du paste acciò se le goda in questa Pasqua per amor mio assieme con la signora zia… Ci è la camera preparata per lei, e per i cavalli la stalla ancora, non manca altro che la sua persona…

«1783. Le mando il pan di ramerino e du cantucci e non li lasci ai tarli… Ho sentito dalla sua la spesa della Paladina, la facci pur fare, che non costa poi di più…

«1784. Scrivo in fretta due righe, per accompagnarle questo giovane, da me proposto per ortolano… Le mando la schiacciata unta, che dovevamo fare, avanti Carnevale… Il non vedere risposta alcuna di due lettere mi fa stare in grandissimo timore di sua salute…

«1785. Mi è stata sensibile, la perdita della mia cara zia, alla quale ero tanto obbligata… La ringrazio infinitamente de limoni che molto gli ò graditi e gli goderò per me… Lei non risponde mai alle mie lettere, e mi priva anche di questa consolazione, di sentire il suo sentimento circa la nuova riforma… Non prima d’ora ho potuto scriverle, mediante l’occupazione, che abbiamo avuto, del nuovo vestiario…

«1786. Il garbatissimo Giovannello m’ha portato la lettera, domenica mattina… Ricevei il panierino, e sotto il fieno, ci trovai, di bellissima robba bianca fiorita, con due paia di guanti… Se non avesse ancora spedito per quell’affare che lei sa, scassi dal foglio l’uffizio divino… È un pezzetto che la salsiccia è fatta, ma per essere questo tempo umido non puol rasciugare…

«1787. Non ho potuto prima d’ora mandarle la salsiccia, poiché ci vuol tempo a farla… La gentilissima signora Pitti scrisse subito al padre Pitti per chiederle il medicamento… Le mando la salsiccia, che lei desidera, e se la goda per amor mio…

«1788. È un gran pezzo che non so nuove di lei, ancora io ho tardato a scriverle…

«1789. Ho tardato a scriverle aspettando sempre di vederla di persona, ma siccome vedo la cosa andare molto in lungo, le scrivo… La ringrazio infinitamente della cioccolata che ricevei per mano della Maddalena…»

(La documentazione femminile dei fondi monastici e conventuali della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, di Claudia Borgia, si può leggere qui.)

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Il «sicurisimo salvo del niente»

Da qualche tempo sto provando ad approfondire l’argomento del quietismo. Per ora non ho fatto altro che accumulare un po’ di bibliografia, osservando crescere la mia fascinazione per un movimento spirituale probabilmente oggetto ormai soltanto di storiografia. Personaggi e vicende non proprio all’ordine del giorno d’oggi, ma che all’epoca, il Seicento, esplosero con tale forza da scatenare la determinazione assoluta della Sacra Inquisizione, che allestì una serie di inchieste e processi sempre più accaniti e protrattisi ben oltre la morte di quei personaggi e la fine di quelle vicende.

Mi colpisce la figura di Miguel de Molinos, l’autore di uno dei testi fondamentali del movimento, la Guida spirituale, che libera l’anima e la conduce nel cammino interiore per acquistare la perfetta contemplazione e il ricco tesoro della pace interiore (1675), che nel 1687 «per sottrarsi alla tortura ed avere almeno salva la vita, si risolse a confessare non solo i suoi errori dottrinali, ma perfino l’immoralità della sua condotta» (G. Perrotti), e che morirà dopo nove anni di carcere.

Mi colpiscono le indagini minuzione nei monasteri, soprattutto femminili, per scovare lettere, documenti e testimonianze che dimostrassero la diffusione del morbo, da estirpare alla radice: «La maggior parte delle religiose inquisite o chiamate a testimoniare nel corso dei processi per quietismo consegnò, più o meno spontaneamente, un cospicuo numero di lettere e biglietti di istruzione spirituale… Tutti quegli scritti vennero requisiti “a fine che non si diffonda maggiormente il contagio”» (A. Malena). E mi colpisce il fastidio che si confessano a vicenda le monache: «Adesso c’è per confessore straordinario un gesuito che proprio ti costringe a risponderli e dire i fatti tuoi alle interrogationi che ti fa, nondimeno ne cava poco da tutte, per quel che intendo» (lettera della domenicana Maria Geltrude Buoninsegni, 1680).

Mi colpisce il concetto di «quiete» che dà il nome al movimento e che mi pare piuttosto una spettacolare manifestazione di nichilismo, per quanto ancorato alla fede – ma è proprio la debolezza, o quanto meno la particolarità, di quell’ancora che insospettisce gli inquisitori e poi li spinge ad agire senza esitazioni. Un’attrazione per l’annichilimento soprattutto di sé che passa con agilità dagli scritti più elaborati alle lettere delle monache meno avvezze alla scrittura, sollecitate dai direttori spirituali a scrivere scrivere scrivere. Così la terziaria francescana Francesca Toccafondi, morta in odore di santità nel 1685, ad alcune consorelle: «Prima usavo di gridare e di strilare ma ora cercho di iscapare e mi burlo del tuto, però sorele carisime io vi in vito quando sete tentate eprovate dalamore cioè tentate con sentimenti e provate con tormenti a fugire i questo sicurisimo salvo del niente» (riportata da A. Malena).

Mi colpisce la contiguità con il misticismo della stessa epoca, anch’esso scrutato con attenzione dagli inquisitori: «Le visioni spesse volte sono state a molti più tosto di danno, che di giovamento… In alcuni altri poi sogliono a loro le visioni essere messaggio, overo argumenti di prossima pazzia; perciochè essendo ruinato, o indebolito, il cervello, et essendo da fumi oscurato, si confonde la vista de gli occhi, in modo che veramente appaia loro alcuna cosa; la quale però è fantasia, e falsa» (dalle Lettere spirituali di Bartolomeo da Salutio, 1629).

Insomma, mi colpiscono un sacco di cose, e per ora, come dicevo, accumulo senza alcun ordine frammenti disparati, attirato da quel termine che suona incongruo applicato a una materia tanto veemente. Come scrive Massimo Petrocchi, «l’inquietudine da vincere e la quietudine da trovare era un più generale problema del secolo».

 

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«Una nuvola non si forma senza brezza»

Si può dire, magari semplificando un po’, che prima delle Regole vengono le raccolte di sentenze, come prima dei cenobiti, sempre semplificando, vengono gli eremiti. L’esigenza di fissare norme strutturate emerge, comprensibilmente, quando il monaco solitario si unisce ad altri per formare una comunità («Mentre l’eremita non ha bisogno della regola, bensì della “parola” o sentenza, il cenobita è sottoposto alla regola», scrive Gregorio Penco). E se le Regole incorporeranno comunque buona parte di quanto messo a punto nelle raccolte di sentenze (come fa anche Benedetto), tali regole, a loro volta, hanno precedenti illustri «all’interno di una tradizione letteraria ben definita»: il genere sapienziale, da Esiodo, a Solone, a Teognide, fino a Marco Aurelio ed Epitteto.

Ho letto recentemente quattro esempi notevoli di queste raccolte in un volume curato da Lucio Coco, che accorpa il Discorso sull’ascesi di Basilio Magno, le Sentenze di Isaia di Scete, l’Esortazione ai monaci di Iperechio (del quale «non si sa niente») e La legge spirituale di Marco l’Eremita. Ai Padri del deserto, e ai loro testimoni, piacciono e tornano utili le frasi brevi, i proverbi, gli aforismi: si ricordano bene, si meditano meglio, agevolano l’insegnamento. E a me piacciono perché vi trovo conferma del valore di protopsicologia di tante scritture monastiche. Nel passaggio dal pensiero classico a quello cristiano sono talvolta evidenti gli innesti puri e semplici, altre volte delle specie di traduzioni o adattamenti. C’è ad esempio un detto molto semplice di Marco l’Eremita che recita: «Non pensare o fare niente senza uno scopo. Chi infatti cammina senza uno scopo faticherà inutilmente» (54); alcuni codici lo riportano con questa variante: «Non pensare o fare niente senza aver in Dio il tuo scopo…».

Sono pensieri di uomini di fede, certo, cristiani, che guardano alla salvezza dell’anima, ma qui e là emergono, quasi involontariamente, osservazioni di cui si intuisce bene la radice più antica, e che colpiscono per la luce limpida che gettano su meccanismi di pensiero che transitano immutati le epoche (d’altra parte sono proprio i «pensieri» uno degli oggetti principali della meditazione dei Padri).

«Monaco, non mostrarti duro; ricorda che nessuno che sia duro ha potuto resistere» (Iperechio, 74; solo il monaco?). «Meglio mangiare carne e bere vino che mangiare le carni dei fratelli con la calunnia» (Iperechio, 138). «Non dire: “Ciò che non voglio mi capita lo stesso”. Sicuramente se non quella, tu ami le cause di quella cosa» (Marco l’Eremita, 143). «C’è chi recide una passione per un piacere più grande e viene celebrato da coloro che ignorano il suo scopo. E forse anch’egli ignora che si sta sforzando inutilmente» (Marco, 101). «[Disse ancora:] Sono simile a un passero, che un fanciullo ha legato per le zampe; se si molla il filo, subito si alza in volo credendo di essere stato liberato, ma se il fanciullo lo tira giù, lo riporta indietro. Così vedo me stesso. Dico questo perché uno non deve smettere di darsi pensiero fino all’ultimo respiro» (Isaia di Scete, 8, 3). «Quando senti che pulsioni soggiacenti in noi assumono consistenza e sollecitano la passione nella mente che se ne sta quieta, sappi che è la mente [stessa] in un momento precedente che le ha suscitate, le ha rese concrete e le ha messe nel cuore» (Marco, 180).

In fondo «una nuvola non si forma senza brezza e vento, e una passione non si genera fuori dall’intelletto» (sempre lui, Marco l’Eremita).

Sentenze spirituali, a cura di L. Coco, Città Nuova 2011.

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