Archivi del mese: luglio 2013

Notker Wolf, «Imparare dai monaci»

Notker_Wolf«Molti sanno che suono la chitarra elettrica. A volte sono “l’abate che ama gli AC/DC”, a volte “il monaco che suona il rock”. E quando sono sul palco con la mia band [un corsivo commovente] Feedback, in abito talare e con la mia croce al collo, noto non raramente dei volti increduli.» Non è proprio una frase che ti aspetti di trovare nel libro dell’abate primate della Confederazione benedettina. Sapevo delle passioni musicali, non soltanto rock, dell’abate Wolf, peraltro documentate, ed ero curioso di leggere qualcosa della sua ampia bibliografia.

Imparare dai monaci, sia detto senza riprovazione, è un’interessante operazione di marketing, ben condotta, con stile e sostanza; non sorprendente, considerando il ruolo internazionale del suo autore. Saldamente legato come ogni benedettino al suo monastero, Sant’Ottilien, in Baviera, Notker Wolf (nato nel 1940 e primate dal 2000) risiede da anni a Roma, viaggia, parla, ascolta e scrive molto, e incontra molte persone, in ogni continente, religiose e no. Le sue parole scritte hanno un tono leggero, aperto, fiducioso; nonostante il titolo, la sua non è una lezione, bensì una gentile e simpatica pubblicità progresso: «La Regola benedettina dà buoni risultati da 1500 anni e oggi nel mondo vivono circa 25.000 benedettini e benedettine secondo questa Regola. Porgiamo insieme l’orecchio, cerchiamo e scopriamo cosa dai monaci – naturalmente anche dalle monache e sorelle – possiamo imparare».

Tre parti: cosa possiamo imparare in rapporto a noi stessi, alla comunità di cui facciamo parte, al mondo in cui viviamo. La formula funziona molto bene, e anche questo non sorprende se si ha presente la straordinaria caratteristica della Regola di san Benedetto – che è pur sempre un testo normativo – di unire l’assoluta limpidezza riguardo agli scopi (anzi, allo scopo) a una formidabile duttilità pratica. Le categorie della vita monastica benedettina si prestano con facilità a essere declinate per le cosiddette inquietudini dell’individuo comune contemporaneo, assillato, strattonato, stanco e stressato, e l’abate primate non è il primo a cimentarsi con il tema, ma è bravo a tenersi lontano da certi deliri della manualistica self-help, pur costeggiandone i lidi. Soprattutto è ironico e molto abile a trovare le immagini e i parallelismi giusti per rendere attuali ed evidenti certi concetti. Mi ha fatto sorridere ad esempio la similitudine tra McDonald’s e l’Ordine benedettino: il menù è uguale dappertutto, magari con qualche lieve variazione locale, «dai benedettini funziona in modo simile: anche noi abbiamo aperto in tutto il mondo le nostre filiali, quasi come il sistema di franchising, con la Regola di Benedetto alla mano»; oppure la riscrittura aggiornata del famoso brano di Evagrio sul demone meridiano: «Tornavo dal pranzo, mi volevo sedere di nuovo alla scrivania e buttare giù un paio di idee per questo capitolo. Ho guardato fisso lo schermo del computer. Niente. Ho preso degli appunti. Niente. Svogliatezza. Mi sono guardato intorno, ho visto l’enorme cumulo di mail stampate a cui dovevo ancora rispondere, ho pensato alla lezione che avrei tenuto domani e dopodomani quell’altra. Lentamente sono scivolato nell’autocommiserazione e nell’irritabilità…»

Sia chiaro, l’ironia e la leggerezza non impediscono all’abate di pronunciarsi anche su questioni di rilievo etico e sociale, quelle che ci si può aspettare, con un generale atteggiamento di comprensione e speranza, di ecumenismo, che merita rispetto: «Non si può tornare indietro: dobbiamo osare, convivere, cooperare ed essere qui l’uno per l’altro». Certo che quando scatta la citazione di Pulp Fiction, del Bayern, o di quel «purè di radici di manioca che mi è rimasto sullo stomaco per tre giorni», è la simpatia che prevale.

Notker Wolf, Imparare dai monaci (2009), traduzione di M. Susini, Edizioni Dehoniane 2013.

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«Sarò il padre prior dei miei peccati» (Reperti, 16: Emilio Praga)

L’altro giorno leggevo le poesie di Emilio Praga – attività comunissima, a chi non capita? – e ho scoperto alcuni riferimenti monastici curiosi, un complesso di immagini non di maniera, che nei versi del poeta scapigliato (nato nel 1839 a Gorla – ora stazione della metropolitana milanese – e morto a 36 anni, di eccessi, soprattutto alcolici) vengono usate sia come bersaglio degli slanci antiborghesi e dissacranti, sia come sostegno della nostalgia di un passato idealizzato in cui rifugiarsi. Tre in particolare.

In Monasterium (da Penombre, 1864): «Io, reprobo poeta / di messale sdegnoso e d’ostensorio, / vagando nelle flebili campagne, / passo talor vicino al parlatorio / della clausura», e si siede vicino a un crocifisso («pinto ad olio da un monaco spagnuolo / di cui l’ossame nel mortorio ho visto»). E gli pare di udire dai «profondi tumuli del chiostro» il suono di «postumi lamenti»:

Oh frescura notturna!

A respirarla uscitene, fanciulle.

Le morte son sepolte, e uscir non ponno;

per le alcove nasceste e per le culle,

giovinettine uscite,

chè lo Sposo del ciel non giunge mai!…

Le son fiabe ordite

dalle badesse, perché mai nessuna

si rompa il capo alla muraglia bruna!

Ancora in Penombre, Praga disegna il suo Convento ideale e irriverente:

Io voglio farmi un piccolo convento,

lontano, solitario, in riva al mare;

colà, pieno di sole, in mezzo al vento,

starò lieto e tranquillo ad invecchiar.

Sarò il padre prior dei miei peccati,

e una regola nuova inventerò;

i miei pensosi e pallidi affiliati

senza scelta di sesso annicchierò.

Nel «Prologo» a Monaci e cavalieri (da Trasparenze, 1889 postumo), dedicato ad Arrigo Boito, prevale invece la più classica delle proiezioni:

Se fosse nostro, Arrigo, il secol bello

della fervida fede e dell’amore,

pensa ch’io sarei forse un fraticello

di tavole e di dogmi indagatore,

e che vivrei contento

scordando l’ora e contemplando il poi!

Però del mio convento

tu verresti a fermar spesso alle grate

il più tranquillo dei morelli tuoi,

e, per le vaghe arcate,

mediteremmo insiem messale ed arpa,

cilizio e ciarpa.

(Tutte le raccolte poetiche di Emilio Praga si possono leggere su Liber Liber.)

 

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«Fai attenzione, fratello» (Dice il monaco, XIV)

Dice Efrem il Siro (306-373):

Se qualcuno ti parla dei suoi pensieri, fai attenzione, fratello, perché non accada che, mentre lui parla, tu sia disturbato dagli stessi pensieri, soprattutto se l’occhio della tua mente è ancora un po’ debole, perché saresti simile a un pilota coinvolto in una grande tempesta. Bisogna piuttosto che, ascoltando le prime parole, tu comprenda quale sarà il seguito, e così ti metta a confortare la persona tribolata con ciò che ci è stato trasmesso dagli uomini santi, o con ciò che proviene dall’esperienza personale. Non è infatti volontà del Signore che l’uno cada a causa dell’altro: egli vuole che tutti si salvino. E tu, mio caro, non manifestare a chiunque i tuoi pensieri, ma a quelli riguardo ai quali hai potuto appurare che sono spirituali, senza badare né all’abito, né alla canizie.

(È l’inganno della buona coscienza che mi fa sottolineare queste parole. Certo che sembrano fatte apposta per alimentarlo. Mi bastano poche modifiche, lievi cancellature, e il consiglio è lì, evidente e quotidiano, semplice frutto di osservazioni e prove, spedito da un monaco di lingua siriaca del IV secolo a un tizio del XXI.)

Paolo Everghetinós, Esempi e parole dei santi Padri teofori, volume I, a cura di M.B. Artioli, Edizioni Scritti Monastici, Abbazia di Praglia 2012, p. 187.

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Erone e Tolomeo, che confidarono in se stessi

Negli Esempi e parole dei santi Padri teofori di Paolo Everghetinós, che, come ho già detto, sto leggendo con grande piacere, sono riportati anche esempi negativi. Questi due sono tratti, e rimaneggiati, dalla Storia lausiaca di Palladio e rubricati all’Argomento 20: «Come non si debba confidare in se stessi, ma seguire l’esempio dei Padri…». Succinti, chiari e, per certi aspetti, sorprendenti.

Erone, racconta Palladio, è un giovane monaco di Scete molto virtuoso, forse «eccessivamente magro», capace di nutrirsi per tre mesi della sola santa Comunione. Una volta i due fanno un vaggio, insieme con altri fratelli. Tutti mangiano qualcosina, Erone no. Non solo, continua a recitare a memoria «dei salmi, il grande salmo e altri quindici, la Lettera agli Ebrei, Isaia…», non la finisce più. Finché, «per la boria», viene «preso da follia», si esalta e si mette ad accusare gli altri. Scacciato, se ne va ad Alessandria, dove passa il tempo «in teatri, ippodromi e bettole»: è inevitabile che finisca a correre dietro alle donne, a un’attrice del «teatro dei mimi» in particolare. A questo punto, «per una certa provvidenza», gli viene il carbonchio ai genitali «e per sei mesi fu tanto malato che questi organi imputridirono e caddero da sé». Così si ravvede, torna nel deserto e confessa tutto, ma «dopo pochi giorni morì».

Anche Tolomeo è molto virtuoso, anche lui sta dalle parti di Scete, «in un luogo chiamato Klimax», e per quindici anni beve soltanto l’acqua che impregna alcune spugne esposte alla rugiada. Si estrania da tutti e alla fine impazzisce, perché il demonio gli dice una cosa all’orecchio. Allora abbandona il deserto e vaga per l’Egitto, «schiavo della ghiottoneria e del vino», si aggira nelle città parlando da solo, oggetto di pena o di scherno. È perduto per sempre.

Ma cosa aveva sussurrato il diavolo all’orecchio di Tolomeo? «Il demonio maligno gli suggerì di dire che le cose non hanno alcuna sostanza, ma semplicemente tutto proviene dall’automatismo con cui il mondo si realizza.» E così era caduto nell’«empia dottrina dell’automatismo».

Paolo Everghetinós, Esempi e parole dei santi Padri teofori, volume I, a cura di M.B. Artioli, Edizioni Scritti Monastici, Abbazia di Praglia 2012, pp. 164-166 (nella Storia lausiaca le storie di Erone e Tolomeo si leggono ai capitoli 26 e 27; le differenze sono, ovviamente, interessanti: differenze di sceneggiatura, ad esempio, o di terminologia; spiegazioni o particolari omessi; aggiunte derivate da altre versioni, e così via).

 

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