Archivi del mese: giugno 2013

«Che male c’è?»

Sto leggendo con grande piacere gli Esempi e parole dei santi Padri teofori di Paolo Everghetinós, per la precisione il primo volume, dei quattro previsti, da poco pubblicato dalle Edizioni Scritti Monastici dell’Abbazia di Praglia, per la cura di M. Benedetta Artioli. È un’«amplissima antologia di… indicazioni spirituali concrete» redatta intorno al 1050 dal monaco bizantino Paolo, fondatore del monastero della Madre di Dio Benefattrice, presso Costantinopoli, e che finì con l’essere identificato con la sua opera; ebbe larghissima diffusione manoscritta, successivamente s’inabissò, per poi riemergere nel 1783, a Venezia, con la prima edizione a stampa a cura degli stessi editori della Filocalia. Alla quale Filocalia può essere accostata, a un livello decisamente più pratico: cosa deve fare un giovane monaco che voglia progredire sulla via della virtù? I dubbi e le domande che possono sorgere sono infiniti, e Paolo vi dedicò un altrettanto infinito prontuario di risposte, ordinate per argomento, traendolo senza scopi filologici, bensì puramente pedagogici, dalle opere e dalle testimonianze dei Padri del deserto e di altre autorità riconosciute, come dice il titolo originale che merita di essere riportato: Everghetinós, ovvero Raccolta delle parole ispirate e degli insegnamenti dei santi Padri teofori, raccolti da tutti i loro scritti ispirati, disposti in modo semplice e utile dal santo monaco Paolo, soprannominato Everghetinós.

Credo che la leggerò tutta perché, come dicevo, la lettura è molto piacevole e si ripassano pagine importanti del monachesimo delle origini, che trasudano di riferimenti alla vita quotidiana di anacoreti e comunità. Il motivo di questa prima tappa, tuttavia, è un altro, è l’Argomento 15: «È necessario che quanti hanno rinunciato al mondo non abbiano rapporti con i parenti secondo la carne e non abbiano attaccamento per loro». Una manciata di testi che sviluppano il tema della xenitía (l’essere stranieri a questo mondo) in riferimento ai rapporti di parentela: oggi suonano durissimi, per non dire feroci, ma forse anche allora, per quanto coerenti, suscitavano per lo meno qualche tentennamento.

Mi pare lo dimostrino in particolare alcune frasi e atteggiamenti delle donne, madri e sorelle, che alla fine comprendono la scelta di figli e fratelli, ma che in un primo momento esprimono il proprio sconcerto con accenti toccanti. Come la sorella di Pior, che «già vecchia, saputo da qualcuno che il fratello era ancora in vita [dopo cinquant’anni che se n’era andato], quasi impazziva dal desiderio di vederlo»; o la sorella di Pacomio che bussa al monastero chiedendo di vederlo e si sente rispondere dal portinaio mandato dal fratello: «Ecco, hai saputo di me che sono vivo. Vattene, dunque, e non rattristarti se non ti vedo», se vuoi ti faccio costruire qui una cella dovre potrai salvarti, eccetera, «ricevuta questa risposta, la sorella si mise a piangere, poi, presa da compunzione…»; o la madre di Teodoro che, ricevuto dal figlio il rifiuto di incontrarla, si ferma presso il monastero, unendosi alla comunità femminile e «pensando che certamente, se era volontà di Dio, lo avrebbe visto con gli altri fratelli e, grazie a lui, avrebbe guadagnato la sua anima» (e il commento è assai indicativo: «Così bisogna che, quando sopravviene qualcosa di austero a gloria di Dio, per quelli a cui capita divenga occasione di profitto, anche se appare un po’ penoso», e direi!).

C’è poi la madre di abba Poemen, chiusa fuori dalla chiesa: «Che io vi veda, miei amati figli!» Poemen, con i fratelli, non molla: «Perché, vecchia, gridi così?» Perché!? «Voglio vedervi, figli! Che male c’è se vi vedo? […] permettetemi di vedervi appena un momento». Già, che male c’è? Il braccio di ferro si conclude con la promessa del figlio: «Vuoi vederci qui o nell’aldilà? … Se ti sforzi per non vederci qui, di là ci vedrai».

E infine la madre di Simeone lo Stilita, «che ancora recava profondamente nelle viscere il naturale fuoco dell’affetto, [e] non potendo in altro modo spegnere questa fiamma, se ne andò da quel figlio che viveva nella carne come se non avesse carne». L’anacoreta rifiuta di incontrarla: tratteniamoci, serbiamo il nostro incontro «per il secolo futuro», se saremo graditi a Dio. La madre non capisce (più esattamente, il suo amore non le permette di capire) e insiste, Simeone allora, tutto rigido, le fa la lezione ma infine acconsente: «Dio ha giudicato che, tra poco, io ti veda». «La madre, dunque, ricevendo questa dolcissima e desideratissima promessa ne ebbe l’anima sollevata e con queste speranze riprendeva coraggio e gioia, ed era tutta proiettata nel futuro, quasi vedesse il figlio presente, lo abbracciasse, lo stringesse, e le sembrava di sentirne la voce.» Ma… «ma in quel mentre, così si misero le cose: all’improvviso la madre giunse al termine della sua esistenza». L’anima di lei è salva, e anche la virtù di Simeone, e persino l’onore, perché lo Stilita si avvicina infine al cadavere della madre e «la contemplò, come aveva promesso». No comment.

Paolo Everghetinós, Esempi e parole dei santi Padri teofori, volume I, a cura di M.B. Artioli, Edizioni Scritti Monastici, Abbazia di Praglia 2012, pp. 129-139.

 

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«Voci dal chiostro», di Pasquale Maffeo

Voci dal chiostro«Siamo come cartelli stradali che indicano al mondo quale sia la vera mèta da raggiungere, che cosa abbia veramente valore, per che cosa sia il caso di giocare l’esistenza.» Messi da parte preventivamente le perplessità e i dissensi che in un lettore come me provocano frasi come questa, bisogna dire che il volume di Pasquale Maffeo rappresenta un’occasione limpida per conoscere, come promette il titolo, le voci, i pensieri e i sentimenti di alcune monache di clausura. Il libro raccoglie infatti, senza filtri né manipolazioni, le risposte a un questionario di dodici domande diffuso dall’autore per via telematica presso quindici comunità monastiche italiane di ordini e congregazioni diversi. «Estratti di cronaca di un altro pianeta», li definisce, ma più che le informazioni contenute nelle risposte – non sono poche le testimonianze del genere a disposizione –, mi ha interessato la differenza di tono, di atteggiamento, di articolazione e stile.

Le domande proposte coprono molti temi: oltre a una generica richiesta di indicazioni concrete sul monastero, si va dalla vocazione al rapporto tra clausura e mondo esterno, dallo spirito della regola alla santità, alla giornata tipo, dal rapporto con Dio a quello con Internet. E le risposte sono lunghe, molto lunghe o anche telegrafiche; alcune hanno il sapore di formule messe a punto da tempo, mentre altre sembrano sgorgate sul momento; alcune dispiegano il consueto armamentario di immagini astratte, altre sono assai concrete; alcune sono per così dire collettive e altre individuali; alcune comunità ne escono francamente un po’ impettite, altre molto più distese; di alcune comunità si sente la struttura, di altre lo slancio; in alcune risposte affiora la rivendicazione, per non dire il monito, in altre la serena illustrazione di un modo di vivere e di sentire. Differenze, cosa che non stupisce in effetti, ma la loro emersione va ascritta a merito del libro, e al modo scelto per sollecitare e raccogliere gli interventi.

Ci sono anche tratti unificanti, e non potrebbe essere diversamente. La relazione sponsale con Gesù, la gioia e la contemplazione, il mistero della chiamata, la preghiera come riparazione, l’adesione al magistero della Chiesa, quella particolare torsione grazie alla quale l’essere «fuori dal mondo» è vissuto addirittura come un maggiore radicamento in esso, un autentico «rientro». Ho dovuto tenere a bada la voglia di ribattere soltanto davanti alle risposte riunite sotto la rubrica «Clausura e mondo “senza fede”», poiché vi ho trovato il solito dito puntato in maniera sommaria contro il soggettivismo e l’«efferato rifiuto della fede», ma è vero anche che le posizioni sono sfumate. «Nel silenzio del monastero si impara ad accogliere nel cuore anche il silenzio di fede dei nostri fratelli e sorelle che pensano di fare a meno di Dio»: un giorno sarei sbottato, oggi non più, e non perché abbia dubbi o mutato parere, tutt’altro, bensì perché apprezzo la formulazione discreta.

E infine mi piace quando in mezzo a tante parole dallo stile nel complesso molto sorvegliato e comprensibilmente trattenuto, sfugge l’avverbio che strappa un sorriso: «Alle 13.15 suona la squillante campanella del refettorio, finalmente c’è il pranzo».

Pasquale Maffeo, Voci dal chiostro. Monache di clausura raccontano, prefazione di M. Beck, Àncora 2013.

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Andrea Carobene, «Diario di un monaco del XXI secolo» (pt. 2)

(la prima parte è qui)

Il capitolo del libro di Andrea Carobene forse più riuscito è il quarto, «IV settimana di Avvento», che prende le mosse da questa affermazione: «Credo che la fisica, quella che va sotto il nome di “teoria delle stringhe”, sia oggi lo strumento più potente per percepire le vibrazioni di Dio nell’universo. Credo che questa teoria, ancora da dimostrare e da verificare, ci possa davvero illuminare su cosa aveva in mente Dio nel creare l’universo. È la fisica di oggi la preghiera più potente che sta svelando il pensiero di Dio sul cosmo». Dopodiché l’immaginario «fisico e certosino» torna sull’«esperimento delle due fenditure», sulle relative considerazioni di Feynman e sulla conclusione: è impossibile la certezza, è certa la probabilità. «Oggi la scienza dice che, data una certa particella, non si può dire se questa passerà dalla fenditura A o dalla B. Si può però dire, su 10.000 particelle, quante passeranno dalla fenditura A e quante dalla B». Questa impossibilità non è legata a un difetto di conoscenza, è bensì intrinseca alla «natura delle cose», e «il determinismo della fisica classica si è spostato dal comportamento della singola particella al comportamento di un insieme di particelle le cui probabilità variano seguendo le leggi della fisica».

Il passaggio dalla certezza della probabilità all’impossibilità della singola previsione, mi pare di aver capito, coincide con l’osservazione del fenomeno, e si porta dietro la questione  delle «storie possibili» e degli universi alternativi aperti dalla meccanica quantistica. «A ogni lancio di un fotone, l’universo si biforca… Due universi per ogni scelta, per ogni decadimento: due porte che conducono a due mondi radicalmente differenti», Carobene richiama qui per analogia le due porte del Deuteronomio (30:15-16): a ogni momento ci troviamo di fronte a biforcazioni  possibili delle nostre esistenze, piccole e meno piccole, e le scelte fatte si stratificano, influenzano quelle ancora da compiere, «il passato non si dimentica ma si attualizza nel presente, allo stesso modo con il quale la scelta di una particella di entrare o passare per una delle due fenditure diventa quasi vincolante per quelle che seguono». Nulla passa senza lasciare traccia, e il monaco scienziato addita come simbolo supremo di ciò le piaghe di Gesù Cristo, simbolo di tutte le ferite della storia, quella minuscola e quella maiuscola, e che si chiuderanno soltanto alla fine.

Carobene prosegue il suo discorso passando in rassegna il «principio di minima azione», i «diagrammi di Feynman» e la funzione d’onda, esplorando le relazioni tra previsione di un fenomeno, sua probabilità e suo effettivo accadere, per approdare infine alla cruciale antitesi tra ordine e caso. Già, la domanda di sempre, principio ordinatore o pura combinazione? Durante la lettura ho annotato parecchie volte a margine il mio dissenso, che tuttavia mi pare irrilevante e spesso contraddittorio. Semplicemente non frequento queste analogie avventurose, che mi sembrano rientrare più nel campo dei «giochi verbali». Tali giochi sono tutt’altro che vani e sono parte di quello che forse è il nostro essere, ma mi piace esplorare, come in un esperimento mentale, la possibilità di un tranquillo rifiuto della cosiddetta «sete di infinito», che l’autore, e non soltanto lui, connette alla ricerca scientifica. Nel mio tempo a scadenza altri universi non sono dati (a stento è dato questo), l’idea di spazi a 26 dimensioni è una frase su un foglio e Achille sorpassa la tartaruga in una frazione di secondo. Non è un rifuto ideologico, è soltanto un’ammissione di incapacità, un tentativo.

Forse non c’entra molto, ma mi viene comoda per concludere una citazione di Fernando Pessoa (fresca perché è stata una rilettura contemporanea): «Risolviamo bruscamente, con il sentimento, i problemi dell’intelligenza, e lo facciamo per la fatica di pensare, oppure per la timidezza di trarre  conclusioni, o per l’assurda necessità di trovare un appoggio, o per l’impulso gregario di far ritorno agli altri, alla vita. Perché non possiamo mai conoscere tutti gli elementi di una questione, non la potremo mai risolvere. Per raggiungere la verità ci mancano dati sufficienti, e processi intellettuali che esauriscano l’interpretazione di quei dati».

(2-fine)

Andrea Carobene, Diario di un monaco del XXI secolo, Città Nuova 2013.

 

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Andrea Carobene, «Diario di un monaco del XXI secolo, fisico e certosino» (pt. 1)

Visto, preso, letto. Anche se la probabilità (o forse il desiderio) che la premessa del libro fosse vera era molto bassa sin da principio, il tenore della nota biografica dell’autore, una ricerca in rete e una esplicita richiesta alla casa editrice l’hanno azzerata. D’altra parte, come resistere a un titolo del genere? A un incipit che recita: «Sono diventato monaco per immergermi nell’infinito, ma mi sono perso… Sono un certosino, ed ero un fisico»? Va detto che un vero monaco probabilmente non avrebbe mai pubblicato così un tale volume, i certosini e le certosine sono noti per firmare opere, traduzioni e curatele con la formula «a cura di un certosino».

L’operazione di Andrea Carobene è tuttavia interessante: immaginare che un ricercatore di fisica delle particelle a un certo punto si faccia monaco e, su invito del padre superiore, provi a illustrare la continuità che può sussistere tra i due campi di esperienza. Esperienza di conoscenza, che è l’intento principale del volume; esperienza emotiva, che è l’impressione che ne ho ricavato io. Il ponte tra i due campi mi è parso, infatti, affidato al sentimento, di meraviglia e di mistero, più che allo sfumare delle conseguenze di alcune teorie scientifiche, dei loro paradossi e dilemmi, nelle elaborazioni del pensiero teologico e nei territori della fede. Ho sempre avvertito un salto logico tra un tipo di discorso e l’altro, il ponte per me è interrotto, ma questo, come si suol dire, è un problema mio, e delle mie limitazioni, in un campo e nell’altro.

Il volume, che ha la forma di un diario che segue i tempi liturgici di un anno, alterna l’esposizione divulgativa e ben fatta di varie questioni scientifiche a riflessioni, spesso di tono ispirato, sui principi e sui misteri della fede. Il ripasso prevede la matematica degli infiniti, e del transfinito, di Cantor, i paradossi di Zenone e le particolarità di √2; gli studi sulla luce e l’«esperimento delle due fenditure di Feynman»; Rutherford, Bohr e il modello atomico; la meccanica quantistica e le «storie» e i diagrammi di Feynman»; la funzione d’onda, l’equazione di Schrödinger (che «è considerata una delle più belle di tutta la fisica e costituisce un monumento all’intelligenza umana») e le relazioni di Heisenberg; e infine la teoria dei mondi possibili e la teoria, anzi le teorie delle stringhe, cui è dedicato ampio spazio (e che, ci ricorda l’autore, chiamiamo così in virtù di un clamoroso anglicismo, trattandosi più correttamente di strings, cioè corde).

Non mi avventuro al di là di questo elenco (con la divulgazione scientifica mi capita sempre così: grande entusiasmo e impressione di capire, seguiti da incapacità di ripetere), mi limito a dire che Carobene deriva in modo non banale da ogni esposizione scientifica considerazioni circa la posizione dell’essere umano nell’universo, i limiti del suo pensiero, l’interconnessione dei fenomeni, l’impossibilità di aderire a un puro determinismo (Laplace confutato dalla meccanica quantistica), il bisogno di spiegare e la sete di infinito. È la scienza più avanzata che ci spingerebbe alla fede, nell’atmosfera rarefatta delle equazioni e dei modelli più sofisticati si può compiere il passo decisivo verso Dio e verso l’unicità di ogni singola esistenza. Il comportamento probabilistico delle particelle – la loro «memoria», il loro «annusare» – è quanto di più simile a noi.

(1-continua)

Andrea Carobene, Diario di un monaco del XXI secolo, fisico e certosino, Città Nuova 2013.

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«Non occorre abitare in un monastero per vivere come un monaco»*

Tvedten, How-to-be-a-monastic«Sono molto poche le persone che vogliono entrare in un monastero oggigiorno, ma sono sempre di più quelle che desiderano visitarlo», scrive il benedettino Benet Tvedten, e prosegue, citando Timothy Radcliffe (superiore generale dei Domenicani dal 1992 al 2001): «Chi sono costoro? Alcuni senza dubbio sono turisti in gita, che magari sperano di scorgere un monaco, come una scimmia allo zoo – tanto che potremmo aspettarci di vedere in futuro dei cartelli che recitano Non dare cibo ai monaci. Altri vengono per la bellezza degli edifici o per le attività liturgiche. Molti sperano di poter incontrare in qualche modo Dio».

Questa ironia è tipica del curioso volume di Tvedten, How to be a monastic and not leave your day job, titolo molto pragmatico di una semplice introduzione al fenomeno sempre più diffuso dell’oblazione, con particolare riguardo all’Ordine benedettino e al Nord America (l’autore è stato per oltre trent’anni direttore degli oblati, e priore, della Blue Cloud Abbey, a Marvin, nel South Dakota, chiusa circa un anno fa per mancanza di nuove vocazioni).

La tesi principale del volume è che oggi la spiritualità benedettina non è più confinata nei monasteri e sta anzi staripando, essendo uno degli «strumenti» più efficaci per migliorare qualsiasi vita ci si trovi a vivere. La chiave di questo fenomeno va individuata, secondo Tvedten, nei due voti – o promesse, se non si è professi – specifici del carisma benedettino: la conversione dei costumi (la conversatio) e la stabilità («Stabilità significa vivere nella realtà»). In qualunque luogo o situazione viva, il benedettino, monaco o oblato, si impegna a progredire nella propria spiritualità, e lo fa consapevole di appartenere a una comunità il cui valore è pari, se non superiore, a quello del singolo. Famiglia, quartiere, scuola, posto di lavoro, associazione, sono tutte comunità («comunità intenzionali») delle quali il benedettino si prende cura, in una continua dialettica tra sé e gli altri, tra sé e l’abate-capo; rispetto, ascolto, disponibilità, diligenza, sono tutte forme di questa cura e risuonano, in senso spiccatamente cristiano, con la Regola di Benedetto (regola, ricorda l’autore, composta assai prima delle divisioni tra i cristiani e in tempi che, per complessità e difficoltà, possono rassomigliare ai nostri).

Preghiera, lettura delle Scritture, lavoro ben fatto e in spirito di servizio, relazione, regole condivise, pace, giustizia, ospitalità: il ritratto di una comunità in cerca di Dio, e anche di serenità e prosperità, emerge da una quotidianità in cui queste cose si mescolano naturalmente con le piccole e meno piccole attività ordinarie. Ordinarietà è addirittura la parola che secondo l’autore riassume adeguatamente la formula benedettina: «Benedetto era un uomo comune, e la sua Regola è ordinaria», come lo è la stragrande maggioranza delle esistenze. In una costante ma non drammatica tensione tra ciò che siamo e ciò che dovremmo essere, «realisticamente, certi giorni non succede un granché», e la Regola diventa la routine, una routine che non ci deve scoraggiare, né per la sua apparente monotonia, né per i nostri continui errori.

Di questo straripamento – un fenomeno ricco di significati e qui soltanto presentato – gli oblati e le oblate sono il segno più luminoso e tangibile, e anche fonte di grande speranza per i monaci stessi (all’epoca della stesura del testo, le stime riportavano circa 24.000 oblati benedettini a fronte di circa 25.000 professi), e il merito dell’autore, pacato, ottimista e pratico, è quello di mostrarceli nella loro più marcata concretezza, alle prese con problemi di tempo, di spostamento, di disponibilità economica, di volontà e determinazione, e tuttavia convinti che qualcosa si possa sempre fare («Mi sono convinto», commenta Tvedten, «che san Benedetto sia il patrono dell’umana imperfezione»). In fondo la Regola contiene anche un costante appello alla discretio, cioè alla flessibilità, e il tempo di una «pasusa Bibbia» si può sempre trovare, come nel caso di Wanda, «che gestisce un donut shop nella cittadina vicina al nostro monastero e che spesso può essere trovata intenta a leggere la Bibbia quando non ci sono clienti. Sta facendo la lectio divina».

Benet Tvedten, How to be a monastic and not leave your day job. An invitation to oblate life, Paraclete Press 2006 (*il titolo del post è tratto dallo slogan in quarta di copertina).

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