Archivi del mese: maggio 2013

Tisane, francobolli e raccolte di saggi

Francobollo Montecassino

Avere un «Google Alert» per «monachesimo», ordinare le cartelle dei siti preferiti – appunto – per Ordine, essere iscritto a un certo numero di newsletter. Spulciare i siti come Quel che passa il convento e Prodotti monastici dall’Italia e dal mondo, e fare confronti tra la «Tisana alle erbe “D”», delle Benedettine di Orte, o la «Tisana LS3», dell’Abbazia di Finalpia; oppure valutare la piccola pasticceria su Monastic – Le Savoir-faire des Monastères. Andare al Salone del Libro di Torino e comprare tutte le novità che hanno «monac*» nel titolo (acquisti interessanti, quest’anno). Passare del tempo (complessivamente saranno decine di ore) su Romanes.com a sfogliare gli album fotografici delle abbazie francesi. Ascoltare tanto gregoriano. Passare ai raggi X una bancarella di libri usati e andarsene tutti contenti con in mano Scottish Abbeys. An Introduction to the medieval abbeys and priories of Scotland, dell’Ispettore per i Monumenti Antichi della Scozia, Stewart Cruden, pubblicato nel 1960 dall’Her Majesty’s Stationery Office. Esplorare Project Gutenberg e scaricare Avvenimenti faceti raccolti da un anonimo siciliano, di Giuseppe Pitrè, perché sicuramente ci sarà qualche bella storiella di monaci (e infatti c’è). Comprare un pacchetto di caramelle solo perché sulla confezione c’è l’immagine di un monaco. Guardare sistematicamente sul canale YouTube di TV2000 i bei documentari della serie «I passi del silenzio», dedicati alle comunità monastiche italiane (ci vuole un po’ di tempo, perché ogni puntata dura circa un’ora, e le stagioni sono già quattro, ma ne vale la pena, perché si possono ascoltare un po’ diffusamente le parole di monaci e monache di oggi, oltre a vederli per così dire in azione). Curare una piccola raccolta di francobolli di soggetto religioso/monastico (il 19 luglio 2012 le Poste Italiane hanno emesso un francobollo da 0,60 della serie tematica «Il Turismo» dedicato a Montecassino, e adesso è frequente trovarlo sulle buste). Eccetera, eccetera.

Ecco, anche questo fa parte del mio «essere appassionato di monachesimo». Non soltanto questo, certo, perché poi ci sono la raccolta dei saggi di Benedetto Calati, l’edizione commentata della Regola del Maestro (due splendidi volumi a cura di Marcellina Bozzi, o.s.b., e Alberto Grilli), le riviste specializzate e un semplice quanto ostinato desiderio di comprensione, ma è giusto che mi chieda se nell’espressione di cui sopra il termine intercambiabile non sia proprio «monachesimo». Perché a volte qui sembra che abbia più importanza il come del cosa. Lo dico soprattutto per prevenire quel sentimento pericoloso che spinge a inorgoglirsi dei propri interessi, a pensare che interessarmi di un argomento piuttosto che di un altro mi renda migliore: attenzione, io non colleziono adesivi e sticker (cosa che peraltro faccio), io m’interesso di monachesimo!

Il mio atteggiamento, la mia passione e i suoi modi sono, appunto, tipici, e ci posso convivere serenamente. Mi illudo che ci sia almeno una qualche forma di ricaduta pratica, sia sul versante del come (cosa significa interessarsi a qualcosa?), sia su quello del cosa: una scelta più sensata magari riesco ad azzeccarla se al momento giusto mi ricordo di quello che dice abba Poemen.

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Non è questione di luogo (Dice il monaco, XIII)

Dice Eutimio, 430 ca.:

Non dobbiamo accogliere i pensieri cattivi che introducono in noi, a nostra insaputa, un sentimento di tristezza e di odio riguardo al luogo ove siamo e verso i nostri compagni di vita, o che seminano segretamente in noi accidia o che ci suggeriscono di passare in altri luoghi. No, dobbiamo vegliare sempre e portare attenzione alle astuzie del demonio, per paura che la nostra regola sia distrutta dal mutamento di luogo. Un albero continuamente trapiantato non può fruttificare: allo stesso modo un monaco non porta frutto se passa da un luogo all’altro. Se dunque si cercano i mezzi di ben fare nel luogo in cui si è, e non ci si riesce, non si creda che si possa riuscirvi altrove: ciò che è in questione non è il luogo, ma le disposizioni del volere.

Vita di Eutimio, XIX, in Cirillo di Scitopoli, Storie monastiche del deserto di Gerusalemme, Edizioni scritti monastici Abbazia di Praglia 2012, p. 145.

 

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«È stato il soldato» (Vita di Maria-Marino)

Rimasto vedovo, il buon Eugenio così si rivolge alla figlia Maria: «Figlia mia, ecco metto nelle tue mani tutto quello che possiedo, perché io me ne vado a salvarmi l’anima». Allevata secondo i principi della santa religione, Maria non è proprio entusiasta: Ma come? E la mia, di anima? Il padre si commuove, ma non sa che cosa fare: vuole entrare in un monastero – ovviamente maschile – e non c’è modo che la figlia (ianua diaboli) lo possa seguire. «All’udire queste parole la figlia gli disse: “No, mio signore, non ci entrerò come tu dici, ma t’accompagnerò in monastero dopo essermi tagliata i capelli e aver indossato un abito maschile”.»

Nel bel volume Donne di comunione, curato da Lisa Cremaschi, e nel quale ho letto la storia di amma Sincletica, c’è un’altra storia molto interessante e caratteristica del fenomeno (il «sotterfugio») delle donne che si travestivano da uomini per entrare in monastero. È un fenomeno ampiamente attestato dalle fonti, come ci informa la curatrice, al punto da essere oggetto di specifiche proibizioni da parte dei concilii della tarda antichità («Se una donna, per presunta ascesi, muta l’abbigliamento e, al posto del consueto abito femminile, indossa quello maschile, sia anatema» Concilio di Gangra, 435, can. 13). La Vita di Maria-Marino, di area greca e anonima, ebbe vastissima diffusione, fu tradotta e finì addirittura, in forma sintetica, nell’opera di Iacopo da Varagine. Vi si può leggere una forma di rifiuto verso il modello dominante della femminilità, per quanto «questo tentativo di rottura… non riesca a proporre altra alternativa se non l’imitazione del modello maschile».

E così Maria diventa Marino, segue il padre (una figura molto dolce, che asseconda e copre lo stratagemma della figlia – i capelli glieli taglia lui, ad esempio) e si fa monaco. Tutto va per il meglio. Passa il tempo. Eugenio muore. Marino progredisce nella virtù. Non gli cresce la barba, ma i confratelli non ci badano (per forza, non mangia mai!). Un giorno l’abate (l’«igumeno» per la precisione) ordina a Marino di unirsi agli altri monaci che ogni tanto escono dal monastero per «sbrigare commissioni». Se devono passare fuori la notte, si fermano presso un’«osteria» dove vengono trattati con riguardo. Qui avviene il fattaccio. Una notte un soldato violenta la figlia dell’oste, la mette incinta e la minaccia: «Se tuo padre lo viene a sapere digli: “È stato il giovane monaco ad andare a letto con me”». Così accade. L’oste, imbufalito, va al monastero e reclama giustizia. L’igumeno non perde tempo e sbatte fuori Marino, il quale tace e «si mise a sedere fuori dal portone del monastero e se ne stava lì sopportando il gelo e la calura».

Quando nasce il bambino, l’oste ne fa un fagotto e lo getta in grembo a Marino, che continua a tacere e s’ingegna per accudire il neonato (il latte se lo fa dare dai pastori). Passano tre anni e i monaci, mossi a compassione, implorano l’igumeno di perdonare Marino e di riaccoglierlo. L’igumeno alla fine cede: «Per l’amore dei fratelli ti accolgo come ultimo di tutti». Marino, felice, ringrazia, rientra nel monastero con il piccolo e si sottomette senza fiatare ai lavori più umili. Il bambino – «che gli correva dietro piangendo e dicendo “tata, tata”, e altre espressioni che dicono i bambini quando vogliono mangiare» – cresce, è bravo, diventa monaco.

«Il tempo passò.» Un giorno l’igumeno chiede ai fratelli: «Dov’è Marino? È tre giorni che non lo vedo…» Marino è morto, nella sua cella. Chissà se se n’è andato in pace, quel grande peccatore? si chiede l’igumeno, e quando dà le disposizioni per il lavacro e la sepoltura… costernazione generale: «Fratel Marino è una donna!» Senso di colpa senza limiti. Viene fatto venire l’oste che, sconvolto, «cominciò anche lui a gemere e a stupirsi per l’accaduto». Giunge anche la figlia dell’oste – nel frattempo, ovviamente, posseduta da un demonio – che confessa infine la verità: «È stato il soldato a sedurmi».

«E subito fu guarita al ricordo della santa Maria e tutti glorificarono Dio per il prodigio accaduto e per la pazienza di Maria, perché aveva perseverato fino alla morte senza rivelare la sua identità.»

Vita di Maria-Marino, in Donne di comunione. Vite di monache d’oriente e d’occidente, a cura di L. Cremaschi, Edizioni Qiqajon – Comunità di Bose 2013, pp. 147-54.

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Sincletica, perla ignorata da molti

C’è un episodio dell Vita di Sincletica che mi ha colpito molto. In primo luogo per l’accento macabro, che, seppur non alieno al registro agiografico, mi è parso particolarmente acuto; inoltre per l’apparizione di un personaggio eccentrico e per la svolta che esso produce.

La Vita di Sincletica, amma del deserto, è stata a lungo attribuita ad Atanasio, l’autore della Vita di Antonio (ca. 355), con la quale presenta ampi parallelismi; ora non più, e si ritiene che sia un testo di origine egiziana da datarsi al V secolo. È un racconto dallo stile «faticoso, ridondante, ripetitivo, ma…, a differenza delle successive produzioni dell’agiografia orientale, lascia poco spazio al meraviglioso» (Lisa Cremaschi).

E infatti. Siamo alla fine della vita dell’amma, Sincletica ha ottant’anni, e il diavolo, che nulla ha potuto contro di lei «dall’esterno», la attacca dall’interno. Sincletica si ammala, prima ai polmoni, poi alle corde vocali: emottisi, febbri, perdita della voce – «[il Nemico] al pari di una lima, consumava senza sosta il suo corpo». Ma la donna non tentenna e continua la sua battaglia, con l’esempio della sopportazione, tanto che le sue compagne ne sono vieppiù edificate. Allora il diavolo attacca i denti: «Avendole guastato un molare, subito deteriorò la gengiva; l’osso si mosse, l’infezione si estese a tutta la mascella e intaccò le parti vicine; in quaranta giorni l’osso si consumò e dopo due mesi era forato. Erano annerite tutte le parti all’intorno; anche l’osso era corroso e a poco a poco si frantumava. Tutto il suo corpo era putrefatto e maleodorante tanto che quelle che la servivano soffrivano più di lei» (non sono in grado di citare l’originale greco, ma anche la versione latina è impressionante: «Tunc omnia circum putredine nigricantia, caro gangrena, ossa sphacelo paullatim, per se ipsa labem contrahentia absumebatur: exinde putredo: graveolentia totus corpus occupaverat»).

Le consorelle non ce la fanno, provano a bruciare incensi, «ma subito si ritraevano per l’odore spaventoso» («horribilem et cadaverosum odorem»); le suggeriscono di «spargere aromi» sulle parti lese, ma lei non vuole rinunciare alla sua «lotta gloriosa». La svolta si ha con l’arrivo di un medico, chiamato dalle compagne dell’amma affinché provi a convincerla. Lei, di nuovo, si ribella: Perché mi volete strappare a questo combattimento? Perché vi preoccupate della cose sensibili e non di quelle spirituali?

Il medico, pacato e razionale (lo ammetto, mi è piaciuto molto), trova le parole e la motivazione giuste: «Non ti offriamo un farmaco per curarti o recarti sollievo, ma per seppellire, secondo gli usi, quella parte corrotta e morta perché i presenti non siano contaminati. Ti faccio quello che si fa ai morti; ti applico una miscela di aloe, di mirra e di succo di mirto» (nella versione latina: «aloen ecce cum myrrha et myrto in vino maceratam applico»).

E Sincletica accetta il consiglio.

Vita di Sincletica, in Donne di comunione. Vite di monache d’oriente e d’occidente, a cura di L. Cremaschi, Edizioni Qiqajon – Comunità di Bose 2013, pp. 79-146 (l’appellativo di «perla ignorata da molti» dato a Sincletica si può trovare negli Acta Sanctorum, nel primo volume, al 5 gennaio).

 

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Tre storie di san Saba

1. Saba molto giovane (era nato nei pressi di Cesarea nel 439), e già in forze al monastero di Flaviana, un giorno vide una mela «bella d’aspetto e veramente dilettevole». Quasi vinto dall’impulso, la staccò dall’albero e fece per addentarla, ma poi gli sovvenne Adamo, colui che introdusse la morte nel mondo, e si bloccò: che io non segua la soddisfazione del ventre a scapito dei godimenti spirituali. «E così, vinto il suo desiderio con un ragionamento più forte, gettò la mela a terra e la calpestò, calpestando, con la mela, il suo stesso desiderio. E da quel giorno si dette questo precetto, di non mangiare mai mele fino alla morte.»

2. Saba, ancora adolescente, era già chiamato il «giovane vegliardo» ed era capace di grandi gesti. Un giorno d’inverno, nuvoloso e umido, il monaco addetto alla panificazione pensò bene di stendere il suo bucato nel forno. Poi se ne dimenticò, e il giorno dopo, intento alla cottura del pane, «si ricordò dei suoi abiti e fu in gran turbamento a loro proposito». Nel trambusto generale, nessuno sapeva cosa fare, tranne Saba, che «sostenuto da una fede inaccessibile al dubbio, dopo essersi armato del segno della croce, balzò nel forno, vi prese gli abiti e ne uscì indenne». Gli anziani del monastero ne furono molto impressionati.

Il monastero di Mar Saba

Il monastero di Mar Saba

3. Saba ormai anziano, e carico di gloria per la santa vita e le molte fondazioni monastiche, soffrì la contestazione dei suoi confratelli. Il sant’uomo, «combattivo contro i demoni, [ma] dolce verso gli uomini», si allontanò di sua volontà dal monastero e si diresse nella regione di Scitopoli, dove si esiliò per qualche tempo in una grotta abitata da un leone. Già la prima notte, l’animale, trovato il vecchio monaco addormentato, lo afferrò per la tunica e cercò di trascinarlo fuori. Ma Saba, destatosi, cominciò a recitare l’ufficio notturno, e il leone uscì dalla grotta ad aspettare. Conclusa la salmodia, Saba si distese di nuovo, e di nuovo il leone provò a spingerlo fuori. Al che Saba gli si rivolse: «La caverna è abbastanza vasta per contenerci largamente ambedue», siamo entrambi figli di Dio; se ti va, resta con me, se no, ciao. «A queste parole, colto in qualche modo da reverenza, il leone se ne andò.»

Cirillo di Scitopoli, Vita di Saba, III, V, XXXIII, in Storie monastiche del deserto di Gerusalemme, traduzione di R. Baldelli e L. Mortari, note a cura di L. Mortari, Edizioni Scritti Monastici Abbazia di Praglia 2012, pp. 223, 224, 259-60.

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