Archivi del mese: aprile 2013

«Nei monasteri fiorentini» (pt. 3)

(la prima parte è qui, la seconda qui)

Le storie gustose sono tante, e non poche infatti sono poi confluite nella novellistica coeva. Come quella del braccio di santa Reparata, fatto venire dal monastero di Teano e scopertosi poi essere di legno, citata in una novella di Franco Sacchetti, o quella del dito di sant’Anna, rubato e poi restituito alle monache del convento di Sant’Anna sul Prato (solo che miracoli non ne faceva più, sicché «lo fecero esaminare da alcuni competenti, i quali riferirono che non si trattava nemmeno di un osso umano»). Ma la più divertente è quella appunto di Buffalmacco e delle monache di San Giovanni Evangelista, raccontata dal Vasari (che forse non sarebbe nemmeno il caso di parafrasare…).

Protagonista di numerose novelle del Boccaccio, Buonamico di Martino, il Buffalmacco, non è pittore che badi particolarmente alla forma e, lavorando per le monache del Monastero delle Donne di Faenza (fondato dalla beata Umiltà), agli inizi del XIV secolo, non si preoccupa di vestirsi da «maestro», tanto che le religiose, spiandolo dal telo che copre il «cantiere», cominciano a pensare che non sia pittore di fama, bensì un «qualche garzonaccio da pestar colori».

La badessa non si trattiene e si rivolge al giovane in farsetto, dicendogli che ogni tanto gradirebbero vedere all’opera anche il maestro. Buonamico, «uomo faceto e di piacevole pratica», promette di avvisarle non appena egli verrà e, per impartire una lezione alle monache diffidenti, architetta un «posticcio maestro» con una pila di brocche e stoviglie, lo riveste di mantello con cappuccio, gli fissa un pennello e se ne va. Le monache, soddisfatte, si tranquillizzano, «onde da una banda cansando la turata della tela, vedevano il maestro dell’opera, che pareva che dipignesse». Alla fine però sono prese di nuovo dalla curiosità di vedere come procedono i lavori e una notte, avvicinatesi all’altare coperto, «rimasero tutte confuse e rosse nello scoprire il solenne maestro che in quindici dì non aveva punto lavorato». Scoperto l’inganno, e appresa la lezione, vergognose fanno richiamare il pittore, «il quale, con grandissima risa e piacere, si ricondusse al lavoro, dando loro a conoscere che differenza sia dagli uomini alle brocche»: l’abito non fa il monaco, proprio voi, sorelle, dovreste saperlo!

Tutto a posto. Il lavoro riprende, con soddisfazione delle committenti, salvo che le monache trovano un po’ pallide e «troppo smorticce» le figure. Udito il reclamo, Buonamico si ricorda di aver sentito che la badessa conserva una scorta di vernaccia molto buona, per usi sacri, e le manda a dire che il difetto si può facilmente correggere, a patto di «stemperare i colori con vernaccia che fusse buona»: allora sì, vedreste che colorito!

«Ciò udito le buone suore che tutto si credettono, lo tennero sempre poi fornito di ottima vernaccia, mentre durò il lavoro, ed egli, godendosela, fece da indi in poi con i suoi colori ordinarj le figure più fresche e colorite.»

(3-fine)

(Enrica Viviani della Robbia, Nei monasteri fiorentini, Sansoni 1946; disponibile anche su Internet Archive.)

 

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«Nei monasteri fiorentini» (pt. 2)

(la prima parte è qui)

E visto che ho parlato di elenchi, diamo un’occhiata a questo, interessantissimo, tratto dal Libro di Ricordanze di Santa Verdiana del 1568 e che riporta «la nota della roba che le monache dovevano portare con sé nell’entrare in convento», la dote. Anzitutto il letto, sì, il letto «con saccone, Materasse, Coltrice, Piumaccio et dua Guanciali»; e ancora «uno Coltrone; una mezza Coltre; una Coltre a bottoncini; un Panno Lano bianco»; poi una quantità ragguardevole di stoffa di varia natura, tra cui 10 braccia di Perpignano monacile, 20 di Sventone bianco, 20 di Tela bottana azzurra, 60 di Panella da soggoli; sempre alla voce biancheria: 14 fazzoletti da capo e 20 da collo, 12 asciugamani e 25 tovagliolini; per l’arredamento: una seggiola e uno sgabello, «un quadro di Vergine: un Crocifisso di rilievo»; a corredo: 12 libbre di candele bianche, un breviario, un catino una cintura di cuoio, un paio di forbici grande, «una Scodella, uno Scodellino, un Piatto, ogni cosa di stagno; un quchiaio e una Forchetta d’argento per quando sono inferme». Senza dimenticare la dotazione specifica per la «sacratione», consistente in altri chilometri di stoffa, un esercito di candele e «una scatola di lb VI di confetto. Sei Pinocchiati di lb. 1/2 l’uno. Dieci fiaschi di Trebbiano e cento Berlingozzi. Dua lb. di Zuchero fine. Dieci ducati per la Pietanza». Una montagna di roba.

Già, la pietanza: «Ogni evento, allegro o triste, era celebrato con l’immancabile pietanza!», che spesso rappresentava un problema economico non da poco, soprattutto per le comunità meno beneficate. Sempre a Santa Verdiana, nel 1452, questa era la pietanza per la festa del fondatore dell’Ordine vallombrosano, Giovanni Gualberto: «Quindici taglieri per trenta religiose alle prime e alle seconde mense, trebbiano e susine e ciriege, e di poi vitella: libbra cento dodici e paia cinque di capponi e lingue e raviuoli e lacto con zuchero e cialdoni… [e alla sera] paia due di paperi e tre paia di polli e tre di pippioni e solecio». «Questi pranzi e rinfreschi erano arrivati a un tal segno, che per non andare in rovina, le monache dello stesso convento dovettero ricorrere nel ‘600 all’arcivescovo, supplicandolo di fare una specie di riforma interna, che fu detta appunto di moderazione.»

Oltre che di cibo, i Libri sono pieni anche di note economiche: spese di restauro, spese di conduzione degli edifici e degli annessi (il rinnovo dell’altare per 278 ducati; 14 scudi al fattore-ortolano e 7 al suo giovane aiuto; 46 scudi di lire 7 per scudo per la campana che «il 1° novembre 1591 suor Maria Benedetta Cicciaporci fece fare con la sua dota o entrata»); spese per i mortori, cioè il «desinare funebre»; registrazioni dei disobblighi («Se qualche famiglia voleva, per una ragione o un’altra, fare dispensare qualche sua congiunta dalla levata del Mattutino o dagli altri uffici che incombevano a turno su tutte le religiose, bastava che versasse una somma a parte, detta di disobbligo, fra i 100 e i 170 scudi»); spese per gli addobbi…

E poi le spese per le opere d’arte, «poiché le badesse si facevano un vanto di ornare e abbellire la loro chiesa, ricorrendo ai più provetti artisti del tempo», e in effetti nella Firenze del Trecento, del Quattrocento e del Cinquecento, anche a scegliere frettolosamente non si rischiava la mediocrità. Magari qualche problema poteva nascere dall’ingenuità delle claustrali, qualche problema o qualche burla, come quella raccontata dal Vasari a proposito di Buonamico Buffalmacco e delle monache di San Giovanni Evangelista.

(2-continua)

(Enrica Viviani della Robbia, Nei monasteri fiorentini, Sansoni 1946; disponibile anche su Internet Archive.)

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«Nei monasteri fiorentini» (pt. 1)

Francesco Botticini,"Santa Monica circondata dalle suore agostiniane" (1470; Firenze, Chiesa di S. Spirito, part.)

Francesco Botticini, “Santa Monica circondata dalle suore  agostiniane” (1470; Firenze, Chiesa di S. Spirito, part.)

Ho accennato qualche tempo fa a un libro che mi è piaciuto molto: Nei monasteri fiorentini di Enrica Viviani della Robbia. Pubblicato nel 1946 da Sansoni, nei piani doveva essere il primo di una serie ed era nato dallo spoglio delle «carte dei monasteri soppressi conservate all’Archivio di Stato di Firenze». L’autrice, discendente di una storica famiglia fiorentina di origine trecentesca, giocava a suo modo in casa, annoverando tra le sue antenate anche una Pietra d’Andrea Viviani Gennaj (poi della Robbia) che era stata tra le cinque «nobilissime matrone» che avevano fondato il monastero di San Giovannino delle Cavalieresse di Malta e ne era stata la prima Commendatrice nel 1391.

L’intento dichiarato del volume è restituire, anche con larghezza di citazioni, lo spirito della vita quotidiana delle numerosissime comunità di monache che costellavano Firenze in età medioevale e moderna, seguendo le cronache dei Libri di Ricordanze e cercando di andare al di là delle immagini e dei pregiudizi consueti (un merito che anche la storiografia recente riconoscerà a Enrica Viviani). Sì, numerosissime: «I conventi femminili nel Cinquecento erano 45, nella sola Firenze, senza contare quelli dei dintorni (un complesso di 4340 suore), ma nel Seicento salirono a 63».

Il risultato è un pozzo senza fondo di informazioni, storie, aneddoti, nomi, curiosità; ma prima di procedere devo confessare, soprattutto a me stesso, il perché di tanta passione, che mi ha spinto addirittura a recuperare una copia cartacea presso una libreria antiquaria. Lo ammetto, ho letto  Nei monasteri fiorentini con lo stesso piacere di pura evasione che un appassionato di fantasy nutre quando s’imbatte in una saga particolarmente riuscita. Mi è piaciuto perché è scritto in un bell’italiano antiquato, mi è piaciuto perché ho condiviso la stessa curiosità dell’autrice a ogni scoperta, mi è piaciuto perché contiene il Tempo, mi è piaciuto perché «sfogliando le carte dei vecchi monasteri, la cosa che ci colpisce maggiormente, forse perché in così assoluto contrasto con i tempi che stiamo vivendo, è il senso di stabilità che le anima, la sicurezza in una continuità che nulla avrebbe mai potuto variare… Ogni minimo evento era scrupolosamente segnato dalle croniste, seguitando a ordire una tela di memorie che avrebbe dovuto seguitare all’infinito, come quei tanti rotoli di canapa e di lino che si accatastavano negli armadi del convento pei bisogni delle generazioni monastiche del futuro»: un sentimento regressivo, è inutile nasconderlo.

Ammesso quanto era da ammettere, posso abbandonarmi, per cominciare, al piacere dei nomi. Quelli delle congregazioni: le Murate, le Stabilite, le Pinzochere, le Poverine, le Convertite; quelli delle monache: suor Fioretta, suor Cedrinella, suor Luminata, suor Celeste, suor Purità, suor Colomba, suor Maria Minima… (e anche quelli di qualche laico come Diomicitidiede di Buonagiunta del Dado); quelli delle cariche principali: la Camarlinga dello scrittoio, la Celleraia velata, la Celleraia suora, la Speziala, l’Infermiera, la Cottora, la Rotara, la Sarta, la Pollaiola, la Refettoriera. E subito dopo a quello degli elenchi, come questo per l’Ufizio della Spezieria del monastero di Santa Verdiana: «La Spezieria del Convento deve a tutta sua spesa provvedere le monache di tutto quello che si possa manipolare in detta, cioè Sciroppi, Medicine, Solutivi di tutte le sorte, bocconi di Lattovarj, Pillore, tutta la Cassia; Sciarappa, Regina di Sciarappa, Diagridi, Tartaro Vetriolato, Acqua del Tettuccio, numero otto Vescicatori, Spirito di Vetriolo, Cremor di Tartaro e così simili».

Irresistibile, no?

(1-continua)

(Il volume è disponibile online in vari formati su Internet Archive.)

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Zombie Hermitage (Dice il monaco, XII)

Dice Rodolfo II-III, camaldolese (1180 ca.):

Segue infine [tra le virtù dei solitari]  la meditazione silenziosa, quando si uniscono indissolubilmente queste due cose: la regola del tacere e la vigile occupazione del meditare; nessuna delle due senza l’altra basta alla salvezza. Il silenzio senza meditazione, infatti, è morte ed è come la sepoltura di un uomo vivo; la meditazione senza silenzio è inefficace ed è come l’agitarsi di un uomo ormai sepolto.

Libro della regola eremitica, 44, 1-2, in Privilegio d’amore. Fonti camaldolesi, testi normativi, testimonianze documentarie e letterarie a cura di C. Falchini, Edizioni Qiqajon-Comunità di Bose 2007, p. 302.

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Concentrato d’uomo e salsa di monaci

«In che senso un monaco può essere detto laico o, viceversa, un laico essere definito monaco?» Da interrogativi come questo muove il saggio molto interessante del padre benedettino Giulio Meiattini, pubblicato sulla rivista «Ora et Labora» del Monastero San Benedetto di Milano con il titolo di Monaci e laici.

Per fissare il concetto di laicità l’autore si basa sulla ricerca della filosofa Annalisa Caputo, secondo la quale, in estrema sintesi, l’essere laico si identifica con l’umanità dell’uomo, e con il suo essere responsabile della terra condivisa, dell’ambiente sociale, della comunità, del tempo: «Tutto questo è laicità in quanto è “comune” a tutti, perché è l’umanità dell’uomo nel suo essere al e nel mondo». Da ciò deriva che il laico è il mediatore per antonomasia, colui che fa emergere ciò che è comune «attraverso il dialogo, la collaborazione, il confronto». La secolarità in cui è immerso il laico, cioè l’essere umano, è dunque apertura, pluralità, attenzione a ciò che lega, rifiuto di ciò che allontana.

Sull’altra sponda sta il monaco, «colui che si distingue dal comune», anche numericamente («solo pochi, statisticamente, sono monaci, anzi pochissimi»), colui che sta a parte. In questa prospettiva, se la laicità coincide con l’esssere uomo, e il monaco in qualche misura è alternativo al laico, «il monaco può ancora, e fino a che punto, dirsi uomo, appartenente al mondo e dunque laico? I monaci (e i religiosi in genere) non contraddicono, con la loro scelta di distinzione, l’appartenenza alla comune casa mondana e umana?»

È possibile superare questo falso dilemma, secondo Meiattini, ricorrendo all’originaria definizione di vita monastica come vera philosophia. Nell’antichità il filosofo è colui che cerca la verità unica e universale oltre i fenomeni, non soltanto teorizzando ma anche praticando veri e propri esercizi ascetici e spirituali. In questo senso il monaco-filosofo fa lo stesso, «i monaci – in quanto dediti a ricordare praticamente, oltre la pluralità e la dispersione degli enti, … l’essere comune e l’Essere fondante… – non hanno mai preteso fare altro che ricordare a se stessi, e così alla chiesa e all’umanità intera, ciò che è comune per eccellenza, perché assoluto e universale». Dunque il monaco è «forse laico per definizione», concentrato senza distrazioni sulla condizione umana e sul suo limite, e aperto sia all’essenza sia alla differenza, «consacrato a ciò che è comune per eccellenza».

Le due dimensioni sono primarie e costitutive, il tutti e l’uno, e l’autore allarga la riflessione agli spunti del cosiddetto «monachesimo interiore», quel filone di pensiero che considera il monaco come archetipo, precendente le stesse fedi religiose. Il laico ricorda al monaco che c’è un mondo, una casa comune; il monaco ricorda al laico che c’è un monastero, una cella (un’infinità di celle). Sono due poli che convivono e che non possono trascurarsi a vicenda. Il suggestivo approdo di Meiattini è in una parafrasi della famosa definizione di Evagrio: se, come dice Evagrio, il «monaco è colui che, separato da tutti, a tutti è unito», allora il «laico è colui che, unito a tutti, da tutti è separato».

È una formulazione interessante, sulla quale ragionare. Unità e separatezza: come non riconoscere la realtà di tale compresenza, anche prescindendo dalla cornice della fede? A questo quadro, tracciato con logica e razionalità, e in cui forse l’unico tratto che mi disturba è una certa presunta inevitabilità (come quando l’autore si rivolge a «credenti o meno», oppure quando mette in guardia contro il laicismo e la sua pretesa di autonomia), mi limito ad aggiungere tre note. Anzitutto, mi piacerebbe inserire nella riflessione il fatto che la tradizione prevalente preveda una comunità di monaci, che può essere sì simbolo di quella più grande, ma anche alternativa. Poi, sul versante dell’unità, ricorderei il ruolo non soltanto negativo del conflitto (direi presente anche nella scelta monastica): per quanto sia ossessionato dalla mediazione, so che ciò deriva dalla mia paura del conflitto, senza il quale, per semplificare, i salti non si compiono. Infine, ossessionato anche dalla separatezza, non dimenticherei che in agguato sul fondo dell’individuo, se così si può dire, potrebbe non esserci l’unicità, bensì la sostituibilità.

Giulio Meiattini osb, Monaci e laici, in «Ora et Labora» LXVII (2012), 2, pp. 155-65.

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