Archivi del mese: marzo 2013

Come i ghiacciai

È su libri come Io sarò l’amore. Le nuove vie della clausura che misuro la mia distanza da una realtà umana cui pure dedico parecchia attenzione (per quanto esclusivamente libresca). Il nuovo libro di Espedita Fisher si compone di una serie di testimonianze  anonime di monache di clausura, aperta e chiusa da alcune considerazioni personali dell’autrice, non nuova a questo genere di indagine. Ci sono anche un saggio di Anna Maria Cànopi, badessa del monastero dell’Isola di San Giulio, e un inserto fotografico di ritratti, di cui mi sfugge l’intenzione.

Per me è come se fosse scritto in un’altra lingua, non ci arrivo. Si potrebbe chiedere perché mi ostini a leggere libri come questo, e la risposta che mi do è che sono attratto dai risultati che derivano da premesse che non condivido o che non capisco. Risultati pratici, intendo, condotta di vita; e risultati buoni, aggiungo, poiché quello che conta, credo, è la pratica che discende da una teoria o, come in questo caso, da un sentimento di fede. Non considero le opere di bene, che sono di molto al di là della mia portata, mi limito, ad esempio, all’armonia di una comunità, al suo fiorire, all’amore reciproco.

Non capisco molte cose: lo scarto verso «qualcosa oltre», l’opposizione che ritorna tra il disordine di un mondo dimentico di Dio e il «vero amore» – come se non ci fossero alternative –, la sottolineatura delle domande sull’origine, sul senso, sul fine. D’altra parte non pretendo nemmeno di capire, soprattutto quando le testimonianze affrontano il mistero della vocazione. Leggo e basta.

«Non c’è persona che presto o tardi nel corso della vita non si trovi davanti a questi interrogativi. La semplice ragione non basta a rispondere, il mistero della vita la trascende», scrive la badessa, e io mi sento di dire che forse non occorre rispondere. Vorrei dire che rispondere o non rispondere, ignorare la domanda o non formularla, non cambia, nella pratica, la sostanza di ciò che ci è toccato e le soluzioni che ci richiede. Obietto a me stesso: e allora, tutti gli individui che nel corso del tempo hanno vissuto l’inquietudine del senso, si sono interrogati, hanno creduto? Tutti scemi? Certo che no! Ma ammetto di non saper aggiungere altro, se non, forse, che il tempo passa anche per il genere umano e che la trascendenza si ritira, come i ghiacciai, e che non provo disagio per un «mondo lasciato a se stesso». È un’altra lingua, dicevo, né io pretendo che la mia sia quella corrente, o tanto meno quella giusta. Ci si può anche ascoltare senza capire tutto, e rispettarsi, e magari prendere un caffè insieme, che per quello non occorrono parole.

Poi capita di essere chiamati in causa esplicitamente da un’altra monaca, una clarissa, che dice: «Credenti e non credenti, ugualmente, hanno nel loro cuore la frontiera tra fede e incredulità […]. Il credente ha bisogno dell’ateo per purificare la sua fede e l’ateo richiede il credente per purificare il proprio ateismo» (Maria Manuela Cavrini). Quando ho letto questa frase ho sorriso. Vi ho scorto un’onesta ammissione di debolezza, che apprezzo. Mi colpisce questa evocazione dell’ateo da parte del credente, mi colpisce perché io non mi considero il nero del bianco rappresentato dal credente. È soltanto in base alla convenzione linguistica corrente che posso definirmi «non credente», in realtà credo a un sacco di cose, e di persone, in base ad altri criteri.

Scrive ancora la clarissa: «Perché sono così come sono? Perché capita proprio a me? Perché non ho altre qualità, altre doti? Non siamo venuti all’esistenza per sbaglio e non siamo numeri di una massa amorfa». Quelle domande non me le sono mai poste. Le eventuali risposte non modificherebbero di una virgola i termini di ciò che devo scegliere di fare quando avrò finito questo temino.

(Espedita Fisher, Io sarò l’amore. Le nuove vie della clausura, Castelvecchi 2013; Maria Manuela Cavrini, In viaggio con Dio. 100 briciole di fede per il cuore, Cantagalli 2012.)

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Fratelli, il ciuffo non si addice

Sul finire del Cinquecento papa Clemente VIII (quello di Giordano Bruno) spedisce d. Domenico Boerio, chierico della Congregazione di San Paolo (i Barnabiti) a visitare l’abbazia cisterciense di Santa Maria di Staffarda. Il barnabita, «uomo grandemente pratico di dare incamminamento sodo alle nuove fondazioni», come apprendiamo altrove, va e relaziona. Le sue note si sono conservate dentro gli «enormi faldoni» che raccolgono le carte dell’erudito cisterciense Ferdinando Ughelli, cioè i manoscritti latini 3204-3249 del fondo Barberini presso la Biblioteca Vaticana. Grazie a un articolo di Stefano Pagliaroli, che ne ha condotto uno «spoglio sistematico – foglio per foglio e linea per linea», possiamo avere un assaggio, assai gustoso, di queste note. (Tutto l’articolo peraltro è molto interessante.)

La situazione a Staffarda è molto compromessa. Tanto per cominciare non c’è una biblioteca, soltanto un paio di casse di libri («malissimamente tenuti, carichi di terra») abbandonate in una stanza. C’è qualche scaffale nel chiostro, «luogo assai humido», e i monaci «dicono che ivi si studia: Dio sa come studiano».

Nella cucina regna il caos, ogni osservanza è saltata. Tutti i monaci vi entrano a piacimento, anche per scaldarsi, mentre non dovrebbero, e vi perdono tempo «in ciancie, burle et troppo inutilmente». La preparazione del cibo è affidata a un laico, pagato dall’abbazia, «et, nell’hora di pranzo, quando si magna, molti de’ monaci stanno in cucina a farsi cuocere chi una cosa et chi un’altra in particolare oltre quello che si dà in comune». Il «cucinaro… sa molto bene i portamenti de’ monaci et frati», ma tiene la bocca chiusa. Non parliamo delle cantine! Oltre alla comune, l’abbazia ospita quella di un oste e quella del fittavolo, e poi c’è quella del priore, che ci tiene il vino prodotto da «due vigne del suo beneficio» e di cui fa commercio.

L’archivio è chiuso, e il priore non ricorda nemmeno se ne esistano le chiavi. I «disordini» non si contano. Troppi secolari entrano ed escono dal monastero. Persino l’officina tonsoria è fuori controllo – e qui la citazione estesa è inevitabile…

«Hanno un luogo deputato all’officio della barbaria, assai sordido, ma fra di loro non ci è chi esserciti l’officio di barbiere et si servono di secolari a i quali danno certo salario l’anno. Et, facendosi a’ monaci et a’ frati la corona, non s’adopra rasoio, ma si tagliano i capelli con forbici, in modo che la corona non si fa così bene. Anzi, quando l’habbiamo visitati, pochi l’havevano et molti havevano capelli longhi, massime sopra il fronte, che “facevano”, come si dice, “il ciuffo”: et stava male. Se gli comandò si facesse la corona: et fu fatto.»

(Da: Stefano Pagliaroli, Spigolature ughelliane, in «Rivista Cistercense» XXIX [2012], 3, pp. 275-297.)

 

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«Il primiero vomito delle lascivie»

Sto leggendo un libro molto bello di Enrica Viviani Della Robbia, Nei monasteri fiorentini, pubblicato da Sansoni nel 1946, pieno zeppo di informazioni e curiosità sulle comunità monastiche femminili cinque-seicentesche, tratte da fonti d’archivio. Ne parlerò, ma non so resistere a riportare i titoli di due opuscoli inerenti al mondo dei monasteri delle Convertite, separati l’uno dall’altro di qualche mese.

Il primo è questo:

Conversione della Maria Lunga detta Carrettina meretrice famosa in Firenze, la quale essendo stata peccatrice oltre vent’anni per penitenza de’ suoi peccati havendo dato il suo avere ridotto a denari per l’amor di Dio, si è ritirata a servire alle misere Donne del Lazzeretto. Azione dispiegata in tre capitoli con obbligo di descrivere in ogni ternario almeno un verso del Goffredo del Sig. Torquato Tasso. Composizione del Dott. Giulio Guazzini. In Firenze 1633, per Zanobi Pignoni.

E qualche mese dopo:

Palinodia in ritrattazione delle lodi già fatte per la Maria Lunga Meretrice Fiorentina nella sua infruttuosa Conversione, la quale dopo l’essere stata volontaria penitente de’ suoi lussi per dieci mesi a servire nel Lazzeretto, per nuovo esempio d’incontinenza è ritornata al primiero vomito delle lascivie. Il che si ritratta con lo stesso obbligo d’un verso almeno del Goffredo del Sig. Torquato Tasso in ogni ternario, del medesimo Dott. Giulio Guazzini, che ne avea composte le lodi intempestive, le quali è parso bene darsi in luce di nuovo avanti la Palinodia per maggiore intelligenza di essa. In Firenze 1633, per Zanobi Pignoni.

Scopro che la curiosa doppietta aveva già colpito l’avvocato e scrittore toscano Narciso Feliciano Pelosini (1833-1896), che nelle sue Amenità bibliografiche della vecchia Toscana (1871) l’aveva registrata e aveva commentato: «Che ti pare di questo titolo? Doveva essere il gran bell’umore il poeta dottor Guazzini! E mi svaga che il povero Tasso fa le spese alle lodi ed all’invettive; come se a lui importasse un fico e della Maria Lunga che vuole e disvuole, e del dottor Guazzini che loda e vitupera. Il mondo era bellino anche nel 1600, quando il Pignoni (nel 1633) stampava questi libri in Firenze».

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Dieci, venti, trenta anni

«Quando una persona ripete per dieci, venti, trenta anni questi gesti, quando prega per tre volte al giorno, quando pensa con Dio e davanti a Dio per ore – e questo in particolari momenti della giornata… – finisce per scoprire il significato profondo di tutto questo.» È soltanto uno dei molti punti interessanti della conversazione con Enzo Bianchi sul monachesimo, ottimamente condotta da Gabriella Caramore, autrice e voce di Uomini e profeti, e poi pubblicata in volume con il titolo di La vita altrimenti. Interessante, oggi, per me, perché evidenzia al contempo vicinanze e distanze rispetto all’esperienza monastica.

Vicinanza anzitutto intorno a un meccanismo che vede nella regolarità (vorrei dire proprio ripetizione) la strada della conoscenza, dal ripetere una poesia o una lezione per apprenderle, al ripetere una strada, un gesto, una frase per scoprirne il valore teorico e pratico. Andando un po’ liberamente per associazioni, è soltanto alla centesima volta che si ripete la ricetta di un risotto che si può dire di saper fare un risotto, e io questo vedo, anche, nel monachesimo: ripetere per conoscere. Per mettersi alla prova, direbbe forse un monaco, aggiungendo, come fa il priore di Bose, che esiste anche un perché lo si fa, uno scopo che trascende, là dove la semplice ripetizione produttiva è attributo delle macchine.

Qui si comincia a intravedere la distanza. Anche chi, come dice Bianchi, «non sperimenta la grazia della fede», non può essere sordo in quanto essere umano alla domanda dell’interiorità. Orbene, io credo sempre meno a questa domanda, o meglio credo che le risposte che vi si posso dare non siano rilevanti al di fuori di me, perché sono combinazioni di elementi dati, sono storie che mi posso raccontare per dare senso e spessore ad atomi e scariche elettriche, un mero, ancorché complesso accidente.

È vero, non posso non ascoltare chi – persone concrete, nomi propri – si ribellerebbe a questa affermazione, coloro per i quali tale mero accidente determina delle differenze. Che io ci sia o no per costoro è diverso, ma prima di «io», in realtà c’è «qualcun altro», come ampiamente offerto dalla specie, e questa per me è la prova che in questo discorso «io» non conta, conta soltanto «altro».

Qui c’è sicuramente una contraddizione nel mio cosiddetto pensiero, poiché anch’io mi ribellerei se coloro i quali, in modi diversi, determinano una differenza nella mia vita affermassero di essere un mero accidente. Non so risolverla, o meglio, non voglio risolverla con uno di quei «giochi di parole» di cui sono terribilmente stanco e cui pure non so rinunciare, me la tengo, e finita lì, con una sola avvertenza. La partita si gioca qui, dove non vedo tracce di trascendenza, ma semmai di qualcosa che assomiglia alla responsabilità – verso persone concrete, nomi propri.

Ed ecco che mi pare di avvicinarmi di nuovo. Perché la comunità monastica, come idealmente tratteggiata dalla Regola, è anche luogo di massima esaltazione di questa responsabilità, dove si impara a essere… l’altro di cui l’altro ha bisogno per essere l’altro (eccolo lì…), in una circolarità di certo non esclusiva del monastero, ma che il monastero radicalizza e pone al centro della sua vita quotidiana: «Quando si è gli uni accanto agli altri, nella vita comune, si assiste alla manifestazione dei propri limiti, dei propri difetti: l’altro è colui che ci corregge e che ci vede nella nostra verità. Da soli, non sappiamo di cosa siamo veramente fatti; ma in mezzo agli altri siamo obbligati a riconoscerlo…»

(Enzo Bianchi, La vita altrimenti. Pensieri sul monachesimo, a cura di G. Caramore, Morcelliana 2006.)

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Gli stivali sì, ma non scamosciati

È sempre interessante, e anche divertente, leggere in trasparenza le regole monastiche e concentrarsi su ciò che vi viene proibito e sulle prescrizioni minute. Non è stupida volontà di cogliere in fallo i reverendi padri, è umana curiosità, considerando senza malizia che, tra le mille cose che potevano essere regolamentate, le circostanze e i comportamenti che vengono citati erano evidentemente stati osservati nella realtà e pertanto i suddetti padri avevano ritenuto di doverli espressamente menzionare.

Di particolare interesse è poi il caso di costituzioni di molto successive alla Regola di Benedetto, che la pongono come base e si limitano a integrarla: perché i tempi e le consuetudini sono cambiati, perché circolano più denari e più merci, perché anche le persone si muovono di più e «perché oggi si allarga un poco più la mano». Le Costituzioni della Congregazione di Vallombrosa, ad esempio, nella seconda parte, lo dicono chiaramente: «Ammaestrati dalla santa istruzione della Regola, che l’Abate in tal modo temperi, o disponga le cose… dichiareremo alcuni passi della Regola, modificando quelle cose che a’ tempi nostri sembrano aspre, componendo alcuni modi di vivere, acciocché nella nostra Congregazione si vegga l’uniformità nelle cose esteriori e si conservi la concordia interiore». Le «Dichiarazioni» che seguono fanno riferimento ai capitoli della Regola, il più delle volte citando un passo preciso («Dove dice…»), e i casi curiosi che mi hanno colpito sono numerosissimi.

Là dove Benedetto si limita a vietare scurrilità e parole oziose (Cap. VI), i padri di Vallombrosa prescrivono che «acciocché si levino le occasioni di leggerezza, o buffonerie, … che in qualunque luogo della nostra Congregazione siano vietati i canti e i suoni, eccetto che di tasti, che si permettono per abilitarsi al suono de’ sagri organi in servizio della Chiesa». Parimenti si vietano i giochi di carte, i dadi, le scommesse, quelle fatte da sé o tramite altri. Per quanto riguarda il dormitorio (Cap. XXII), «non si permettano i camini nella camere, né a veruno il dormire accompagnato». Benedetto (Cap. XLII) prescrive che subito dopo cena i monaci si riuniscano per ascoltare una lettura edificante, bene, «dove dice “subito” dichiariamo doversi intendere in largo modo, perché si differisce un’ora, o più, acciò per la cena fresca non sia nocivo entrare a letto» (in realtà, dopo la lettura c’è Compieta). I monaci non devono accettare né ricevere lettere o regali (Cap. LIV), ma «per questo non intendiamo proibire donare cose mangiative, purché non siano in quantità notabile». (Tra parentesi, il commento a questo capitolo è l’occasione per stabilire che «al P. Generale è assegnata la propina di scudi 200 per qualunque bisogno suo, e della famiglia, a ciascheduno de’ Visitatori scudi 60, avendo però vitto e vestito, e servitù per loro, e cavalcature».) Sulle norme per l’abito (Cap. LV) i padri si diffondono: la «gabbanella» sotto la tonaca deve arrivare «a tre dita sotto il ginocchio»; «i calzoni siano semplici e modesti, senza tasche»; le camicie «di color tanè»; niente «giubboni attillati» e nessun indumento di pelle, «se non stivali, quali sempre siano neri, ma non scamosciati». Ah, e «nessun dei nostri Monaci per l’avvenire porti barba o basette». Un discorso a parte andrebbe poi fatto per le chiose ai capitoli sulle colpe (XXV-XXVIII), che vengono distinte minuziosamente in leggiere, gravi, più gravi e gravissime. Per restare sul versante lieve: colpe leggere sono «urtare, spingere, tirare e minacciar fanciullescamente e per giuoco» (cioè, spintonarsi), «bere con ambo le mani», «chiamarsi l’un l’altro con soprannomi, o dicendosi non voi, ma tu», «mangiare cose particolari senza licenza»…

Insomma, la fiducia nel discernimento dell’abate è sempre massima, ma lo sappiamo che siamo vittima del peccato, «dal quale è troppo difficil cosa il potersi guardare in questo Mondo, perché in molte cose offendiamo tutti, e sette volte il giorno cade il giusto, e se pensassimo, o dicessimo, non aver peccato, inganneremmo noi medesimi».

(Costituzioni della Congregazione di Vallombrosa, Parte seconda. Spettante al genere politico. O dichiarazione della Regola di San Benedetto. Si possono leggere qui.)

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