Archivi del mese: febbraio 2013

Election Day all’abbazia

I Monaci Capitolari, i «Vocali», sono stati convocati secondo la procedura e si sono radunati nel luogo convenuto la terza domenica dopo Pasqua. Sono presenti il Presidente – o Padre Generale, o Abate Generale – uscente, i Definitori, i Visitatori, i Prelati, gli Abati Collegiati, gli Abati e i Priori non Collegiati, gli Abati e i Priori Titolari, i Conventuali, insomma tutti coloro che hanno «voce in capitolo». Celebrata la messa, osservati i Vespri e compiuta una serie di orazioni, i padri si ritirano.

«La mattina immediatamente seguente, coadunati tutti i sopranominati del Capitolo con quelli del Convento, a buonora in chiesa» si celebra un’altra messa, dopodiché, «tutti quelli del Capitolo, a suono della campanella, com’è costume, convengano nell luogo deputato, e si proceda all’elezione del Presidente».

Il Presidente uscente elenca tutti i monaci che possono essere eletti. Quindi l’assemblea provvede all’elezione, «per maggior parte del Capitolo per fave nere», di due «Scrutinatori», che assisteranno il Generale e due Visitatori nelle operazioni.

Il nome di ogni candidato, anzi di ogni monaco eleggibile, sarà già stato scritto o stampato su una «Schedola, che sia lunga poco meno di un palmo, e alta un soldo». Le istruzioni al riguardo sono precise: «si stampi, o si scriva, per lo lungo il nome dell’eligendo, con lasciare di qua e di là per la lunghezza il margine eguale: si pieghi detta Schedola per lo lungo in terzo, talmenteché il nome stampato nell’estremità resti chiuso nella piegatura di mezzo».

Le schede con ciascun nome, in numero pari ai votanti, vengono poste su piccoli piatti, uno per candidato. Chiamati per ordine, i Vocali si accostano alla tavola su cui sono disposti i piatti e prendono una scheda da ciascun piatto. Ogni votante, «separatosi dagli altri fuori della stanza del Capitolo, scelga quella Schedola ove è descritto il nome di chi le piace eleggere per Abate Generale», dopodiché rientra in Capitolo con la scheda scelta bene in vista e la depone in una «borsa da calice» («in cui, scuotendo detta borsa, si possa frammischiare alle altre, acciò non si possa distinguere da quelle, né in qual parte sia collocata»).

A questo punto, pronunciato l’Extra omnes, il Generale e chi lo assiste procedono allo scrutinio: vuotano la borsa, contano le schede, le spiegano e, «fattane la ripartizione, si pubblichi eletto per Abate Generale quello che ha più voti, ed in caso d’egualità de’ medesimi sia Generale chi è maggiore di professione». Si bruciano tutte le altre  schede rimaste in mano ai Vocali, e il Generale uscente proclama il suo successore, specificando se è stato eletto «a voti pieni, e tutti favorevoli», ovvero a maggioranza.

Al nuovo Generale viene dato «l’Abito prelatizio, la Berretta, il libro delle Costituzioni, il Sigillo, e la Gruccia», e infine «si canti l’Inno Te Deum, andando tutti in Chiesa a render grazie a Dio».

(Questa procedura può essere letta nelle Costituzioni della Congregazione di Vallombrosa, nella Parte prima, «spettante al genere politico», al capitolo XVIII, disponibili anche online.)

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«Mentre vi guardo» di m. Ignazia Angelini (pt. 2)

(la prima parte è qui)

C’è poi un livello più denso di riflessioni nel quale l’autrice prova a definire i tratti più specifici dell’essere monache, riflessioni che muovono dal concetto di «unicità imperfetta» dell’individuo (la formula è mia). Il monastero è «una comunità che mette a tema l’imperfezione» ed è al tempo stesso un progetto fondato sulla tesi che «non ci sono persone umane incompatibili». È il luogo dove ci si apre in piena gratuità all’altro (e attraverso di esso all’Altro). L’altro è il tu senza il quale non c’è io: «Se qualcuno non mi chiama io non esisto», e nel monastero l’altro per così dire si radicalizza. Anzitutto perché non è scelto (cosa che in verità avviene anche altrove) e in secondo luogo perché ci tiene costantemente sotto osservazione – pure questo accade anche in altri ambiti, ma nel chiostro non ci sono maschere: «Noi monache viviamo sempre insieme sotto gli occhi le une delle altre e sempre nello stesso luogo, non abbiamo ambiti diversi. In un certo senso siamo costrette ad avere un unico volto. La stabilità monastica è una condizione di autenticità perché ti impedisce di bluffare, di nasconderti». Questa scelta, anzi questa «chiamata», esplora in profondità la dimensione dell’unicità («La sfida monastica si basa sulla convinzione che il cuore umano è uno e che rimane se stesso in qualunque situazione»), che l’autrice si spinge a definire «la dimensione monastica dell’esistenza umana», quella per la quale la verità di un individuo, di una «persona unificata», risiede «nel corrispondere allo stesso nome, il proprio, sempre».

Tale «vocazione» si fonda sul concetto, appunto, di unicità di ogni esistenza, un terreno sul quale non posso seguire l’autrice: l’unicità «della mia corporeità, del mio essere umano, del mio patrimonio cromosomico» è puramente accidentale, la definirei un fatto combinatorio, e non penso che la mia esistenza sia un novum che cambia l’universo. «Se non pensi questo», avverte la badessa, «allora tiri a campare»: bene, vorrà dire che tiro a campare.

Posso essere affascinato dall’immagine di «una umanità riconciliata attraverso la lotta intorno alle passioni», anche più che affascinato, ma la storia della specie cui appartengo mi suggerisce diversamente. E posso senz’altro seguire l’autrice sul fatto che non mi chiamo da solo, ma non vedo come la relazione fondi la fede, o meglio, e vorrei esprimermi bene, non vedo qui la rilevanza della fede. «Io credo sia praticamente impossibile che un uomo onesto e senza risentimenti sia ateo», dice la badessa, che non concepisce come l’alterità non abbia un nome, anzi un Nome, che per lei è Gesù. Incassati la disonestà e i risentimenti, io di nomi potrei farne una lista abbastanza lunga, e quelli mi bastano, nel senso che sono più che sufficienti per tentare di orientare le mie azioni.

E mi sia concessa una punta di irritazione di fronte all’insinuazione: tu dici di non credere, ma in realtà non può essere così. Io credo alle persone che affermano di credere, non dico loro che, in realtà, inseguono l’ippogrifo, mi farebbe piacere essere trattato alla stessa maniera.

(2-fine)

Madre Ignazia Agelini, Mentre vi guardo. La badessa del monastero di Viboldone racconta, a cura di Pierfilippo Pozzi, Einaudi 2013.

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«Mentre vi guardo» di m. Ignazia Angelini (pt. 1)

Da tempo ormai le case editrici laiche frequentano con regolarità gli argomenti monastici, non soltanto dal punto di vista storico, un filone di consolidata tradizione, ancorché meno forte in Italia, ma soprattutto da quello delle testimonianze dirette, sia sotto forma di reportage e interviste, sia proprio di testi di priori, eremiti e badesse. Non ho mai avuto problemi ad acquistare volumi dell’editoria religiosa – e perché, poi? –, ma di certo non mi faccio scappare un libro come quello appena pubblicato da Einaudi: Mentre vi guardo, della badessa dell’abbazia benedettina di Viboldone Ignazia Angelini (classe 1944, a Viboldone da quasi cinquant’anni). Anzitutto perché già nel titolo, in quel «vi», c’è un senso, se non di dialogo, per lo meno di indirizzo, e poi perché, dal momento che respiriamo la stessa aria, mi pare meno irragionevole confrontarmi direttamente e idealmente ribattere.

Il libro ha due centri di gravità. Anzitutto le pagine dedicate al monachesimo di oggi, che sono di grande interesse e non possono che essere lette con attenzione. Dalle considerazioni sulla clericalizzazione dei monasteri (ma il versante femminile, per ovvi motivi, si è difeso meglio, al punto che «credo che la vera anima monastica abbia mantenuto di più il suo senso originario proprio nell’ambito femminile») e sul peso della gerarchia ecclesiastica maschile («lo sguardo indagatore dei signori di curia»), alle riflessioni sulle aspettative sbagliate che nutrono le giovani monache («l’idea che la donna monaca fa “diverso”, fa “fino”»); da qualche nota mesta per una forma di vita controcorrente («come espressione della tradizione monastica, noi stiamo sempre più lottando con un mondo che va in direzione opposta, ma non so quanto il nostro messaggio arrivi») e destinata probabilmente all’assoluta marginalità («diventa sempre più improbabile che molti monasteri, nati in momenti di sovrabbondanza di domanda religiosa, reggano l’impatto con la contemporaneità»), a leggere punte polemiche, sempre temperate e rispettose, contro la qualità «generalmente desolante» della liturgia, contro certe strumentalizzazioni («come tutte queste Madonne che trasmetterebbero presunte rivelazioni») e ancora contro lo snaturamento dei monasteri come centri culturali o, peggio, luoghi di «turismo spirituale».

Fin qui tutto bene, si potrebbe dire. La seconda area tematica ospita un confronto più generale con questioni sociali ed esistenziali: la badessa, più che legittimamente, tengo a precisare, parla del nostro mondo, ci parla. E lo fa stigmatizzando circostanze e fenomeni: i rapporti di oggi sono degradati («c’è stato un terremoto fondamentale per cui sentimenti come l’invidia, la gelosia, la brama di possesso non sono stati debitamente istruiti della loro forza distruttrice dei legami»); il mito della realizzazione di sé e la retorica di quello che lasciamo a memoria del nostro passaggio nel mondo (a questo proposito trovo del tutto mal posto il riferimento al «fondatore della Ford» che non avrebbe «cambiato niente»); l’eterno adolescente che incolpa di tutto i padri, o addirittura il Padre; lo «straniamento dell’umano dall’umano» (che sarebbe all’orgine della crisi planetaria, «che è meglio vada alle sue conseguenze ultime, così che si possa avviare una nuova partenza»); la «comunicazione disimpegnata» che si consuma attraverso le immagini; la «gnosi contemporanea, laica», incarnata soprattutto da psicoanalisi, astrofisica e neuroscienze; la stessa vicenda della nave Concordia, che diventa emblema di «un’ipocrisia istituzionalizzata» (non mi convince molto la chiamata in correo, come anelli di una catena, degli armatori e persino «delle persone che credono che per fare il viaggio di nozze si debba esprimere la felicità in questo modo su una crociera del genere, tra sale giochi e solarium. È un’espressione dell’Italia di oggi… un’immagine veramente aberrante rispetto alla realtà»). Anche qui tutto bene: non sono d’accordo, ma questo non è importante.

(1-continua)

Madre Ignazia Agelini, Mentre vi guardo. La badessa del monastero di Viboldone racconta, a cura di Pierfilippo Pozzi, Einaudi 2013.

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Monache poetesse, poetesse monache (pt. 2)

(la prima parte è qui)

Là dove il nome di qualche autrice riemerge, si può osservare un fenomeno parallelo di «testualità debole»: monache le cui opere sono andate distrutte, o disperse, o soltanto casualmente si sono conservate. Nulla è rimasto, ad esempio, della carmelitana Maria Maddalena Sanguinetti, della domenicana Pentesilea Lanzi, della francescana Teresa Zais, e così via. Della domenicana Lorenza Strozzi (indicata come «Lorenzo» ancora in una bibliografia recente) sono sopravvissuti gli Inni (1588), ma della sua vita non si sa quasi niente (se non che, autodidatta, «i di lei componimenti in versi latini hanno meritato l’approvazione de’ dotti»). D’altra parte «la pubblicazione e la memoria storica delle scritture di queste monache, di tutte le monache,  erano saldamente nelle mani maschili di raccoglitori, editori, censori», e il vincolo dell’obbedienza, se da un lato poteva portare all’obbligo di scrivere, dall’altro poteva anche sfociare nel comando di distruggere quanto si era scritto.

Molto di ciò che è rimasto è disperso, in pubblicazioni minori e d’occasione, di minima circolazione e che sfuggono facilmente alle ricerche. Tuttavia «quello che pare straordinario, davanti a questo naufragio di testi, è non il silenzio dei chiostri, ma che nei chiostri si continuino a scrivere rime che rimangono nel cassetto, in assenza di motivazioni esplicite e di un pubblico di destinazione, e nonostante i divieti». Già, «perché dunque scrivevano queste monache?» Talvolta per un accenno di fama locale, più spesso «per costruire un’identità di gruppo o di famiglia monastica» (è il caso della clarissa romana Francesca Farnese, autrice delle Pie e divote poesie, del 1564, o ancora dei «poemetti di carattere visionario» della benedettina Maria Crocifissa Tomasi, del monastero di Palma di Montechiaro), e per additare modelli di comportamento, di devozione, addirittura di sentimento: «attraverso queste canzonette venivano modellati non solo gli slanci devoti ma anche gli affetti umani che poi entravano in opera nel convento come famiglia allargata».

Al di là della pedagogia e dei doveri, si fanno strada, seppur timidamente, altri temi come la consolazione, l’amicizia, l’affetto, e la poesia delle monache diventa un luogo, intimo, protetto e ignoto al mondo, dove esprimere ciò che… tutti gli esseri umani hanno sempre avuto bisogno di esprimere, ad esempio il dolore per la morte di un’amica. Così Annalena Aldobrandini (alla fine del XVI) consola la consorella Felice Vecchietti per la morte di un’altra consorella:

Se la mia bassa musa alcun favore

già mai di cosa allegra

ti fece o suora, hor nel maggior dolore

con teco benda negra

al capo advolge e poi ti prega e dice:

poi che hai nome Felice

felice è anco sul nel regno santo

la tua Cornilia. Frena il grave pianto

che il soverchio dolersi il cielo annoia

ché chi nasce mortal, convien che muoia.

«Nessuno può sostenere», chiosa Graziosi, «che siamo in presenza di capolavori (non lo sono neache molti dei componimenti di mano maschile che con pietas storica i ricercatori vanno riesumando da stampe di tanto più facile accesso). Bisogna però riconoscere che questa in versi è un’altra maniera di dire tanto più interessante quanto è più lontana da una pratica disadorna e colloquiale del dire.» Nella «perenne carenza affettiva» dello stato claustrale, questi versi dimenticati rievocano e conservano il tessuto delle emozioni quotidiane, piccolo spazio di «libertà minimale», e ribadiscono la capacità costitutiva della poesia di «aiutare chi la legge e chi la scrive a vivere qui e adesso. Anche le monache. Mistiche, sante, devote, tiepide o fervorose che fossero. Placate o ribelli al proprio destino».

Ancora un sonetto di Annalena Aldobrandini:

Dolce compagna mia, diletta suora

ahi, che sì tosto giunta al punt’estremo

ti veggo e perciò dentro e di fuor tremo,

mancan le forze e il volto si scolora.

So ben che la tua anima decora

volata è in cielo e di lei nulla temo,

ma dell’altra e di me che privi semo

di vedervi e parlarvi, il che m’accora.

Dunque a noi resterà la doglia e il pianto

che siam restate in questa vita ria

e a quei lassù la gioia e il canto?

Beata te che ti partisti pria.

Dico suor Porzia, che nel regno santo

si gode la celeste melodia.

(2-fine)

Elisabetta Graziosi, Arcipelago sommerso. Le rime monacali tra obbedienza e trasgressione, in I monasteri femminili come centri di cultura fra Rinascimento e Barocco, a cura di G. Pomata e G. Zarri, Edizioni di storia e letteratura 2005, pp. 145-73.

 

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Monache poetesse, poetesse monache (pt. 1)

Senza premeditazione mi sono infilato in una serie di letture sul monachesimo femminile, con un’attrazione forse più spinta per il Seicento, o più esattamente per l’epoca post Concilio di Trento, con tutti i risvolti legati, da un lato alla codificazione della clausura stretta, dall’altro al controllo pressante esercitato sugli istituti femminili da parte delle gerarchie ecclesiastiche. Non c’è mai stata sistematicità nelle mie letture monastiche, tanto che talvolta mi chiedo se non sia il caso di mettere un po’ di ordine, salvo poi ricadere subito nel meccanismo che ben conosco di seguire in maniera erratica suggerimenti il più delle volte prodotti da testo a testo. Il punto di partenza di questo filone di letture è stato sicuramente la superba antologia delle Scrittrici mistiche italiane. Mi rendo conto che del monastero femminile, di quello cinquecentesco o seicentesco, ho un’immagine non priva di molti strati di pregiudizi: un universo chiuso, per così dire, al quadrato rispetto a quello maschile. E se guardo con estrema cautela al mio interesse, riconoscendone i tratti fantastici, mi imbatto poi in studi che già a partire dal titolo non fanno che alimentarlo in una direzione probabilmente scorretta.

Il bel saggio in questione è Arcipelago sommerso. Le rime monacali tra obbedienza e trasgressione, di Elisabetta Graziosi, che per prima mette in guardia su un titolo «forse troppo metaforico, troppo ampio, troppo allusivo». D’altra parte, «anche se è vero che i monasteri femminili furono centri di produzione, diffusione, conservazione della cultura, delle molte rime monacali che vi si produssero poche si sono conservate, altre emergono solo indirettamente per cenni e allusioni, mentre le più sono introvabili o forse distrutte». Qui il «silenziatore» della storia ha agito con particolare efficacia, e la stessa tradizione erudita settecentesca, ricorda l’autrice, si è in gran parte arresa: «Non si può far storia di quello che non si trova». Pure, qualcosa è rimasto, anche se «la ricerca sulle rime delle monache non premia i ricercatori impazienti, ma a volte neppure quelli pazientissimi».

Lo studio di Graziosi procede con ordine. Anzitutto: chi erano queste monache poetesse? Non si sa. In molti casi ci si trova di fronte a testi anonimi, una «autorialità debole» che sfocia in «un fenomeno imponente di postumismo»: solo dopo la morte delle autrici le loro rime vengono raccolte, perché soltanto allora si può aggirare «il potenziale trasgressivo contrario all’umiltà» (chi sarai mai tu, povera monaca, per rivendicare un’opera poetica?) e spostarsi sul terreno più tranquillo dell’edificazione e dell’uso devozionale: da peccatrice d’orgoglio a esempio di virtù. È il caso, davvero rilevante, delle Devotissime composizioni di una clarissa del convento bolognese del Corpus Domini, «uno dei best seller monacali più straordinari», forse il primo libro di poesia totalmente femminile, di cui non si conosce la prima edizione (1498?) ma le numerose successive. (Di un’edizione bolognese del 1558 è riportato il seguente titolo esteso: Devotissime composizioni ritmiche, et parlamenti a Jesu Christo nostro Redentore, de una Suora del Monasterio del Corpo di Cristo di Bologna… quali meditando componeva mentre era occupata nelli manuali esercizj, non avendo lettere ne scientia alcuna, ec.) Sono testi elementari, da recitare ad alta voce, magari durante il lavoro, semplici e ripetitivi, perfetti per essere alterati, variati, imitati, dimenticati e ricomposti, tanto non sono di nessuno, anzi di tutte, «sono testi aperti, di riuso collettivo senza monopolio… l’opposto dei monumenti letterari che restano nelle biblioteche».

E «chi era questa monaca? Per ora non si è trovato modo di appurarlo».

(1-continua)

Elisabetta Graziosi, Arcipelago sommerso. Le rime monacali tra obbedienza e trasgressione, in I monasteri femminili come centri di cultura fra Rinascimento e Barocco, a cura di G. Pomata e G. Zarri, Edizioni di storia e letteratura 2005, pp. 145-73.

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