Archivi del mese: novembre 2012

L’equivoco monastico

Nel bel mezzo delle periodiche riflessioni sulle forzature del mio «interesse» per il monachesimo mi è arrivato l’ultimo numero della «Rivista cistercense» (XXIX, 1, gennaio-aprile 2012), dal quale ho ricevuto, per così dire, una sonora «sberla».

Il numero è dedicato alla figura di Giorgio Bertolini, monaco dell’abbazia di Chiaravalle milanese, recentemente scomparso, propiziatore tra l’altro della «Cattedra di teologia monastica e spiritualità cistercense», istituita a Chiaravalle nel 1995. In sostanza, poi, il fascicolo raccoglie una serie di lezioni della «Cattedra», quasi tutte dovute a Inos Biffi, professore ordinario emerito di teologia sistematica e di storia della teologia presso la Facoltà teologica dell’Italia Settentrionale e la Facoltà di Teologia di Lugano. Ed è proprio da mons. Biffi che ho preso la «sberla» di cui dicevo, nello specifico dal suo contributo Attualità e «inattualità» del carisma monastico (in alcuni passaggi sembra di leggere gli appunti per una lezione, più che una vera lezione, nondimeno ho apprezzato la totale assenza di «giri di parole»).

Già le precisazioni da cui prende le mosse sono interessanti: il carisma monastico è al tempo stesso attuale e inattuale perché da un lato ha un valore permanente («sottratto alle varie volubilità dei gusti e dei giudizi»), dall’altro perché tale valore è antitetico a ciò che domina nell’epoca presente; per carisma monastico, inoltre, va intesa la «forma di esperienza cristiana qual è vissuta in monastero». La precisazione di mons. Biffi mi è chiara da tempo: «Sarebbe molto riduttivo far coincidere il carisma monastico con gli scritti monastici. La maggior parte dei monaci non ha scritto. Né, per questo, dovremmo concludere che si tratti di monaci meno riusciti».

La scelta monastica – che rientra nella categoria del «mistero» e non risulta da una «motivazione» – è «un risalto di singolare intensità nella pratica dell’assolutezza della sequela del Vangelo». Lungo la sua via, il monaco «esaspera» i consigli evangelici e predica la precarietà di ciò che non è in relazione con Dio, e, nel far questo, si pone sul fronte opposto alla secolarizzazione, che «è l’autosufficienza dell’uomo e di quanto gli conviene». Occorre stare attenti a non rileggere il monachesimo da premesse antropologiche, poiché ciò sarebbe in linea proprio con la secolarizzazione, e il suo carisma non va «confuso come una ricerca di compensazione non tanto religiosa quanto psicologica». «Il tempo del risveglio monastico», ammonisce mons. Biffi, «può accompagnarsi con quello dell’equivoco monastico, e allora non sarebbe più un carisma, ma una pretesa e una appropriazione».

La lezione prosegue, illustrando attualità e inattualità della teologia monastica in rapporto a quattro momenti cruciali – Cristo, Scrittura, liturgia e Chiesa –, con tanto di veemente presa di posizione contro «l’insipiente e insidiosa invadenza di un [certo] ecumenismo», ma mi fermo qui e mi riprometto ancora maggior prudenza, ricordando che qualche tempo fa avevo parlato proprio di «appropriazione indebita» a proposito dei miei pensierini. È vero che ho ascoltato, anche di recente, voci diverse, tuttavia non posso negare che la tesi di mons. Biffi sia chiara e credo che possa essere discussa soltanto dall’interno, da un monaco, e non da un secolarizzato quale sono.

Semmai, il secolarizzato opinerà che l’«inconsistenza e vanità di una simile concezione [l’autosufficienza dell’uomo] non ha bisogno di essere provata»: e perché no? E opinerà anche che «l’esperienza della secolarizzazione stessa non manca di avvertire dentro di sé un’insoddisfazione e depressione, una specie di estenuazione, di smarrimento, che sembrano essere un indizio della natura e del bisogno telogico dell’uomo»: ma chi lo dice? In base a quali elementi? L’attenzione nei confronti delle «appropriazioni indebite» dovrebbe essere biunivoca.

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Tutti i Santi Monaci

Non sapevo – come milioni di altre cose – che oggi, 13 novembre, si celebra la festa di «Tutti i santi monaci e monache che sono vissuti secondo la Regola di San Benedetto» (mentre domani, 14 novembre, si commemorano tutti i monaci e le monache defunti).
Il «proprio» della liturgia del giorno prevede per le lodi mattutine un inno gregoriano molto poetico: il Salvete, cedri Libani, che pullula di «praterie celesti», di brezze e «pii venticelli», di ramoscelli e «puri ruscelletti».
Qui lo si può ascoltare, e seguire, nell’interpretazione di Giovanni Vianini, direttore della Schola Gregoriana Mediolanensis.

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Il «Tractato del diavolo co’ monaci»

Nella benemerita «Scelta di curiosità letterarie inedite o rare dal secolo XIII al XIX» (cui ho già accennato) ho trovato il Tractato del diavolo co’ monaci, una «istoria popolare in ottava rima» di Bernardo Giambullari (1450-1529). Come potevo esimermi dal leggerlo? Dice l’editore, Gaetano Romagnoli, nel presentarlo nel 1866, che è cosa «puerile abbastanza», ma «graziosa»; «rappresenta al vivo le superstizioni de’ nostri avoli» ed è inoltre in piena sintonia con la diffusione dei «diavoli» che gli pare di riscontrare intorno a sé, «che proprio si conosce apertamente essere il diavolo la letizia, la gloria e il conforto dell’età moderna».  Diavoli nei drammi e nei balli, nelle canzoni e nei brindisi (l’Inno a Satana del Carducci è pubblicato nel 1865), nei gioielli e nei modi di dire («e diavoloni chiamiamo insino a certi confetti che valgono mirabilmente a temperare la puzza ch’esce di bocca a qualche sciaurato»)…

La istoria, propriamente intitolata Una resia che un demonio volle mettere in un monasterio di monaci, narra di come un giorno un diavolo, per introdursi in «un divoto e santo monastero» e seminarvi la malizia, fosse entrato nell’asino di un converso. Giunto alla porta della badia, l’animale si blocca, si mette a strepitare e non c’è verso di smuoverlo. I monaci accorrono e le provano tutte: niente. Finché il converso, spazientito, sbotta: «Và, ‘n nome del diavolo». Oh, finalmente!

«La notte poi, suonato mattutino, / un monaco si andava per quei chiostri» e improvvisamente gli sembra di udire il pianto di un bambino. Viene dalla stalla. È proprio un neonato! Nella mangiatoia, nudo, con questo freddo! Il monaco avvisa l’abate, che corre alla stalla e si convince che il piccolo non possa che essere figlio del converso:

Che questa cosa non s’abbia a sapere, / Che ci sarebbe troppa gran vergogna; / Ed ucciderlo già non par dovere. / Ma ben prometto di grattar la rogna / al padre suo, s’ i’ lo posso vedere: / di fuor vogliol mandar secretamente, / di poi vuo’ ricercar tal conveniente.

Così l’abate affida il bambino a una pia donna («una sua spirituale antica»), che a sua volta lo affida a una sua amica perché lo cresca, senza dir nulla ad alcuno. L’abate informa i confratelli riuniti in capitolo e, tra lo sconcerto generale, promette che «se vive, sarà cosa conveniente / che, allevato, ce lo facciam poi rendere» e diventerà uno di loro.

Passano cinque anni. Il bambino è bello, educato, «benigno, astuto e tutto sapiente», e, come promesso, l’abate lo riporta al monastero. I monaci si sdilinquiscono. Passano altri dieci anni e il giovane è così nobile, prudente, dotto e amato che, quando il vecchio abate muore, i confratelli non esitano un istante ed eleggono proprio lui come nuovo abate. Ancora altri cinque anni, ed ecco che il maligno dà il via al suo piano.

Fratelli, «noi siamo in grande errore!» dice un giorno ai suoi monaci. Ce ne stiamo qui, da soli, quando il Signore ci ha detto: andate, crescete e moltiplicatevi. Dobbiamo rimediare! E aggiunge:

Noi abbiam qua, trenta miglia discosto, / un monaster di buone monacelle / che dell’ordine nostro è sotto posto. / Voglio che due di voi vadino a quelle / e narrino quello che è presupposto, / ciò dichiarando con ragioni belle, / ch’esse debbono uscir di questo errore / celatamente, e servire il Signore.

Si farà tutto di nascosto, e i figli che nasceranno, se femmine, resteranno con le suore, se maschi, saranno monaci. I confratelli approvano, «ed hanno pena già dello aspettare, / ed ognun pensa: qual suora fia quella / che tocchi a me? oppur: la sarà bella?» Sicché due monaci, debitamente istruiti dall’abate, il giorno dopo partono, si presentano alla porta del monastero femminile e chiedono di parlare con la badessa, e «Suora Umilia, di niente sinistra / venne alla grata senza far dimora». La badessa li accoglie fraternamente, li fa sistemare in una cella separata e ordina che siano onorati «col lesso e coll’arrosto». La mattina dopo, in chiesa, i due monaci riferiscono alle suore le parole dell’abate. L’effetto è immediato, e la badessa si rivolge alla comunità:

Se ben comprendo e gustando considero, / divote mie spiritual figliole, / eramo in error grande! e già desidero / d’uscirne presto e con brievi parole. / Per gran dolore tutta si m’assidero / che del perduto tempo assai mi duole: / e priego voi, e parmi convenevole, / che ognuna sia a tal cosa arrendevole.

Dopodiché invita i due monaci a tornare dal loro abate e riferirgli «ch’al suo voler noi siamo tutte parate».

Perfetto! I due s’incamminano, ma la notte li sorprende mentre sono ancora nella foresta. Per evitare inconvenienti con bestie selvatiche, decidono di sistemarsi su un albero, e così sono testimoni di una scena spaventosa: una riunione di diavoli! E in mezzo alla turba infernale chi s’avanza a un tratto? Proprio l’abate, che viene interrogato dal capo dei demoni: è tanto che non ti vediamo, dove sei finito? E perché indossi «monacil panni»? Mi vedete così abbigliato, risponde l’abate, perché «voglio menar all’inferno una badia… I’ sono stato già ventidu’ anni / a tender reti, trappole e lacciuoli / sott’ombra di ben far», e racconta tutto ai suoi maligni fratelli.

Il mattino dopo i due monaci, terrorizzati, corrono al monastero e riportano tutto a un anziano confratello, il quale ci pensa su e organizza la riscossa. Quattro confratelli si appostano all’uscita della chiesa e saltano addosso all’abate: «Questo è il diavol maledetto!» Lo caricano di legnate, «lui si raccolse in terra come un nicchio / e sparì via; e quivi ebbe lasciato / un asin puzzolente in una cappa: / sicché vedete se c’inganna e frappa!»

I monaci, veggendo quello inganno, / divotamente Gesù ringraziorno / e con amaritudine ed affanno / a maggior penitenza ritornorno. / Per l’avvenire in tal timore stanno / che alla lor fine tutti si salvorno. / Così le suore di quel monasterio / furno avvisate di tutto il misterio.

(Il testo è disponibile online.)

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Parallelamente e indipendentemente

Dopo che l’avevo ordinato online, l’altro giorno mi è arrivato questo libro: Dove va la storiografia monastica in Europa? Temi e metodi di ricerca per lo studio della vita monastica e regolare in età medievale alle soglie del terzo millennio, Atti del Convegno internazionale, Brescia- Rodengo, 23-25 marzo 2000, a cura di Giancarlo Andenna (Vita & Pensiero). L’ho scartato come una tavoletta di cioccolato e ho iniziato a leggere l’indice con allegra anticipazione: si va da un classico «Monachesimo e monarchia nel Mezzogiorno normanno-svevo» (H. Houben) al ficcante «Cronache minime di storiografia camaldolese e vallombrosana» (N. D’Acuto); dal promettente «La storiografia fruttuariense» (A. Lucioni) all’insolito «Views from Afar: North American Perspectives on Medieval Monasticism» (B.H. Rosenwein) – cinquecentocinquanta pagine di serietà.

Aspetta un momento… Perché sono giunto qui? È una lettura specialistica, da studiosi, non da «individuo generico interessato all’argomento». Che cosa mi aspetto?

In piccola parte mi aspetto una raccolta di saggi veramente concentrati sul tema, cioè una forma di scrittura in fondo indipendente dal soggetto, testi che parlano di qualcosa e non di chi li ha scritti e di qualcosa (non che non ne sia ghiotto, anche di autoscritture, intendo).

Più in generale, mi sono detto, voglio capire fino a che punto l’idea che ho del monachesimo sia coerente con la cosa e non semplicemente una fantasia. E cioè che, parallelamente alla vicenda di fede (questo «parallelamente» è di certo un punto critico), il monachesimo abbia rappresentato e rappresenti una forma sociale alternativa, seppur all’interno di forme sociali più ampie, e in qualche modo da esse reso possibile. Una forma costruita, perfezionata e abbracciata (e pure corrottasi, certo) anche proprio in quanto tale, indipendentemente dalla vicenda di fede. Una forma di vita (farina del sacco di Agamben) che in un’ipotetica disgregazione prossima verrà riconsiderata come modello, almeno sulla carta, di comunità paritaria, non finalizzata alla «crescita economica» e capace di perseguire la serenità dei suoi membri, per quanto in cambio di taluni sacrifici. Una forma di contratto sociale? (La richiesta di ammissione stabilita da Benedetto doveva essere messa per iscritto, firmata e depositata sull’altare.)

Mi pare poi di sommo interesse che la chiave, il pilastro su cui ha poggiato e poggia l’istituto sia la rinuncia all’individualità, con tutto il suo corredo. Una pratica molto concreta, per lo svolgimento quotidiano delle attività. E non importa che la vita in monastero sia anche attesa, perché comunque è vita, anni, successione di giorni. Toh, l’esercito, la caserma… no, tutt’altro: niente gerarchia e pace, interiore e no, come primo obiettivo. Una forma tenacemente antimoderna, ma anche una risposta esistenziale quasi pre-storica, che mi fa molto riflettere.

Con la certezza che queste considerazioni confuse le avrà di sicuro già svolte meglio qualcun altro, ho ripreso a scorrere l’indice del volumone: «Le Congregazioni monastiche: le Damianite» – uhm, sounds good!

 

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Facili disperazioni e pasticcini (Reperti, 14-15)

14. Ci sono molti monaci nelle poesie del polacco Adam Zagajewski (nato a Leopoli nel 1945): monaci che cantano nella notte, cd di gregoriano in macchina, aironi fermi «come tante monache». L’apparizione più interessante è in un verso di R. dice: «Sorci letterari – dice R. – ecco chi siamo», e il ritratto che di «noi» fa l’amico del poeta si conclude con un minimo cenno, quantomai significativo: «Benedettini di un’epoca atea, missionari di una facile disperazione». (In Dalla vita degli oggetti. Poesie 1983-2005, a cura di K. Jaworska, Adelphi 2012, p. 73.)

15. La permanenza di Ludwig Wittgenstein nel monastero agostiniano di Klosterneuburg (presso Vienna) nell’agosto del 1920 è una circostanza che colpisce chiunque (per propri limiti) si avvicini alla sua biografia più da un punto di vista sapienziale che scientifico. Quello che cercava lì, in maniera a suo modo pertinente, era «un qualche tipo di lavoro regolare, che di tutte le cose che posso fare nella mia attuale condizione, se non sbaglio, mi pare ancora la più sopportabile». Un mesetto come aiuto giardiniere, a faticare nel vivaio, in modo che «alla sera, quando ho finito, sono stanco, e non mi sento infelice» (Lettere a Paul Engelmann). D’altra parte, per quanto infelice, straziato (lutti, la guerra, la videnda del Tractatus) e dubbioso circa il proprio futuro, non smise di essere ciò che era, e le testimonianze riportano che a) era «ben nutrito dalla capo-cuoca, che l’aveva preso in simpatia e che gli dava pasticcini e talvolta anche carne dalla tavola dei canonici» (McGuinness); e che b) «un giorno l’abate del convento gli passò accanto mentre era intento al lavoro e osservò: “Vedo che l’intelligenza ha la sua importanza anche nel giardinaggio”» (Monk).

 

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