Archivi del mese: settembre 2012

«Non volevo rovinarvi la festa» (I miracoli di san Columba, pt. 3)

(la prima parte è qui, la seconda qui)

Il terzo e conclusivo libro della Vita di San Columba è dedicato alle visioni angeliche dell’abate di Iona – visioni  angeliche e manifestazioni di luce divina, come tiene a precisare Adamnano. Ma il libro è occupato soprattutto dal racconto della morte di Columba, il capitolo più lungo dell’opera (III, 23), nel quale le doti di «sceneggiatore» dell’autore si mostrano al massimo, proprio nella costruzione della sequenza finale di scene.

È un giorno di maggio del 597 e Columba va a trovare i confratelli che lavorano nei campi. Avrei voluto raggiungere il mio Signore nella Pasqua appena trascorsa, si rivolge loro, ma, «per non trasformare una festa di gioia in una di mestizia per voi, ho preferito posporre di qualche giorno la mia dipartita da questo mondo». I monaci si disperano. Columba guarda verso est, benedice l’isola, compie un miracolo e torna al monastero. Il sabato successivo si fa accompagnare al granaio dal suo servitore, il buon Diarmait. Benedice le scorte e si rallegra perché «se dovessi andare da qualche parte, avrete [voi, miei confratelli] abbastanza pane per almeno un anno». Diarmait è a disagio: Padre, in questi ultimi tempi parlate troppo spesso della vostra morte. Ti rivelerò un segreto, ribatte Columba, se prometti di mantenerlo. Diarmait si inginocchia e promette, e Columba prosegue: il sabato è il giorno del riposo, e oggi sarà veramente il mio sabato perché sarà il mio ultimo giorno in questa vita dolorosa. Alla mezzanotte di domenica raggiungerò il mio Signore.

Lasciato il granaio, Columba si avvia al monastero. A metà strada si ferma per riposare un momento, e un cavallo bianco (di quelli usati dai monaci per trasportare il latte) gli si avvicina e gli appoggia il muso sul petto. Sembra persino che pianga, il cavallo, e Diarmait fa per allontanarlo, ma Columba lo ferma: «Lascialo stare! Lascia che pianga, lui che ci ama, lascia che versi le sue lacrime più amare sul mio petto».

Rientrato nella sua cella, Columba riprende a lavorare su un manoscritto che sta copiando, il Libro dei Salmi: mi fermerò alla fine di questa pagina, mormora mentre trascrive il Salmo XXXIV. Si fa sera, e il santo si ritira per il sonno, non prima di aver detto a Diarmait le sue ultime parole: «Amatevi l’un l’altro senza remore. Pace. Se terrete questa condotta, secondo l’esempio dei santi padri, Dio, che sostiene i buoni, vi aiuterà, e io ai suoi piedi intercederò per voi».

È mezzanotte. Risuona la campanella che chiama i monaci all’ufficio notturno. Columba si alza senza esitazioni e, quasi di corsa, precede gli altri in chiesa. Diarmait gli corre appresso. Entra dopo di lui. È buio.

«Padre, dove siete?» sussurra.

I confratelli con le lampade non sono ancora arrivati. Diarmait si fa strada nell’oscurità fino all’altare. Columba vi è sdraiato davanti. «Rialzandolo un poco e sedendogli accanto, Diarmait accolse la santa testa in grembo. Intanto i monaci con le lanterne si raccolsero intorno e presero a singhiozzare, vedendo il loro abate morente… Diarmait sollevò la mano destra del santo, per benedire il coro dei monaci. Il venerabile padre, con le forze rimaste, nello stesso tempo mosse la mano, così che dal movimento fosse chiaro che stava benedicendo i fratelli, anche se nel momento del suo passaggio non poteva più parlare. Infine, rese lo spirito.»

(3-fine)

Adomnán of Iona, Life of St Columba, translated by R. Sharpe, Penguin Books 1995.

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Vade retro, Nessie… (I miracoli di san Columba, pt. 2)

(la prima parte è qui)

La qualità descrittiva della prosa di Adamnano rifulge nel secondo libro della Vita di San Columba, dedicato ai miracoli di potere. Bisogna anche dire che la varietà dei suddetti è tale da produrre gli effetti tipici dell’agiografia: meraviglia e, in altri tempi, venerazione. Adamnano è serissimo, ma il suo tono si fa più affettuoso: «our own Columba», ripete spesso, e non solo per orgoglio di appartenenza.

Il «nostro caro Columba» non lesina le dimostrazioni del suo divino potere, non rifiuta mai una benedizione, un intervento a chi glielo chiede: un’anima santa, generosa e soccorrevole, che veglia sulla propria comunità. C’è un albero i cui frutti sono aspri? «Nel nome di Dio onnipotente tutta la tua asprezza ti abbandoni, o albero amaro, e i tuoi frutti più aspri siano da ora i più dolci» (II, 2); la sete ci perseguita? Quella roccia darà acqua (II, 10); caspita, mi sono dimenticato il bastone nel porto di Iona! Niente paura, lo troverai al tuo arrivo in Irlanda (II, 14); padre, protesta Luigne, mi sanguina sempre il naso! «Il santo si avvicinò, gli strinse le narici tra il pollice e l’indice della mano destra e lo benedisse»: mai più una sola goccia di sangue dal naso fino all’ultimo dei suoi giorni (II, 18). E così via, guarigioni, porte bloccate, pozzi asciutti, codici cascati in acqua…

Vanno tutti da lui, non lo lasciano mai in pace. È lì tranquillo che copia i suoi manoscritti (II, 29) e arriva un confratello, Molua Ua Briúin, e gli fa: «Ti prego, benedici questo attrezzo che ho tra le mani». Con un’ombra di impazienza Columba «non solleva nemmeno lo sguardo… nondimeno stende il braccio e, con la penna ancora in mano, fa il segno della croce». Qualche ora dopo gli viene un dubbio e chiama Diarmait, il suo fido servitore, e gli chiede: «”Cos’era quell’attrezzo che ho benedetto per il nostro fratello?” “Un coltello”, risponde Diarmait, “di quelli usati per uccidere tori e vacche”». Ommadonnasanta!, «”Confido nel mio Signore”, aggiunge Columba, “che quel coltello che ho benedetto non recherà danno né a uomo né ad animale”.» E infatti, nemmeno un’ora dopo, Molua prova a sgozzare un torello, ma la lama non riesce neppure a scalfire la pelle dell’animale.

Le rubriche stesse dei miracoli sono piccole storie in sé, e devo citare almeno II, 41: A proposito di un uomo chiamato Luigne «il piccolo martello», un timoniere, che viveva a Rathlin, odiato dalla moglie per la sua bruttezza.

Un miracolo infine merita una nota a sé. Un giorno Columba è in viaggio nei territori dei Picti e deve attraversare il fiume Ness (II, 29). Giunto sulla riva, vede poco distante un assembramento: stanno seppellendo un pover’uomo, sbranato da un’orrenda bestia emersa improvvisamente dalle acque. Tra lo sconcerto dei presenti, Columba chiede a uno dei suoi monaci di attraversare a nuoto il fiume per recuperare un battello ormeggiato sull’altra riva. Senza esitare, il confratello si tuffa. A metà strada ecco la bestia sorgere dalle profondità. Tutti sono paralizzati dal terrore, ma Columba stende la mano, fa il segno della croce e dice: «”Fermati! Non toccare l’uomo! Torna da dove sei venuta!” Al suono della voce del santo la bestia fugge spaventata, così veloce da far pensare che fosse trascinata indietro con delle corde».

Columba aveva appena sconfitto il mostro di Loch Ness (e questa, come annota il curatore, è proprio la storia più antica cui fanno riferimento i «credenti» di Nessie).

(2-continua)

 Adomnán of Iona, Life of St Columba, translated by R. Sharpe, Penguin Books 1995.

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It’s been a hard day… (I miracoli di san Columba, pt. 1)

Stavo proprio per arrendermi alla Vita di san Columba di Adamnano di Iona, che ho preso in mano tempo fa. Il primo libro, dedicato ai miracoli di profezia, per quanto ricco di episodi curiosi e di notizie storiche e geografiche interessanti (che tanto dimenticherò), mette a dura prova il «lettore non specialistico». C’è soltanto una pausa nel flusso di battaglie, tempeste e destini, tutti rigorosamente previsti, e lo stesso Adamnano ne è consapevole perché la introduce (I, 37) con queste parole: «In mezzo a tante manifestazioni notevoli dello spirito di profezia, non è fuori luogo ricordare la storia di come san Columba…» La scena balza davanti agli occhi e il tono si addolcisce.

Un giorno i fratelli stanno rientrando dal lavoro nei campi. Sono a metà strada tra la brughiera (la parola esatta è machair) sulla costa occidentale di Iona e il monastero (Adamnano dice «il nostro monastero», con una nota davvero struggente), quando tutti improvvisamente provano «una sensazione strana e meravigliosa». Nessuno fiata, nemmeno quando, il giorno successivo, la cosa si ripete, e il giorno dopo ancora. Alla fine il priore Baithéne si rivolge ai monaci: «Fratelli, è tempo che ciascuno di voi dica se gli è accaduto qualcosa di strano, o addirittura miracoloso, qui a metà strada tra i campi e il monastero».

È un anziano a rispondere per primo, e le sue parole sono così belle che provo a tradurle per intero. «Poiché ce lo chiedi, descriverò cosa mi è stato rivelato in questo luogo. Nei giorni scorsi, e anche adesso, mi sembra di sentire un meraviglioso profumo, come se tutti i fiori fossero raccolti in uno solo; e un calore come di fuoco, ma non il fuoco del tormento, bensì dolce, a suo modo. Provo, anche, una strana, indicibile gioia, che mi riempie il cuore. Mi sento ristorato, all’istante, e così lieto da dimenticare ogni tristezza e ogni fatica. Persino il carico sulla mia schiena, per quanto non sia affatto leggero, da qui fino al monastero – non so come – mi pare tanto lieve da non sentirlo più.»

Anch’io, anch’io!, esplodono in coro gli altri monaci e, buttandosi in ginocchio («tutti insieme con un solo movimento»), chiedono al priore una spiegazione. E la spiegazione del priore è allo stesso tempo la più semplice, bella e «impossibile». Di quell’«impossibilità» sulla quale anch’io come tutti sorvolo ogni volta che non posso essere dove e con chi vorrei.

«Voi sapete», dice infatti Baithéne, «che il nostro padre Columba pensa costantemente a noi e si cruccia quando torniamo a casa da lui così tardi, perché sa che abbiamo lavorato duramente. Perciò, dal momento che non può venirci incontro con il corpo, la sua anima corre da noi e ci conforta mentre camminiamo, in modo che la gioia riempia i nostri cuori.»

(1-continua)

Adomnán of Iona, Life of St Columba, translated by R. Sharpe, Penguin Books 1995.

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La parentesi del cardinale

In occasione della morte di Carlo Maria Martini ho ripreso in mano Il vescovo e il monaco, un volumetto pubblicato nel 1995 dall’Abbazia di Seregno (Milano), che raccoglie una serie di scritti di soggetto monastico dell’allora arcivescovo di Milano. Lo stesso Martini era rimasto un po’ sorpreso dall’iniziativa dell’abate di Seregno: «Non pensavo di aver fatto in questi anni tanti interventi sulla vita consacrata». Estratti da opere, lettere diocesane, omelie, articoli e discorsi di occasione – tra i vari testi antologizzati ho visto che mi aveva colpito una conversazione (inedita) tenuta con un non identificato «gruppo di monaci» nel 1991, un breve testo dal tono incredibilmente intimo e dedicato a due temi distinti.

Anzitutto la pace interiore, quel concetto declinato dentro e fuori la fede fino allo sfilacciamento, ma che in relazione a una comunità monastica recupera un significato preciso e, per così dire, operativo. «O siamo superficiali, o siamo apprensivi», dice Martini, «o siamo l’uno e l’altro», mentre la vera pace è al di sotto. Il più delle volte è un dono, ma «è frutto anche, o meglio fruttifica nella vita monastica attraverso qualcosa di molto semplice che si chiama “custodia dei sensi”, la quale è tanto raccomandata dalla tradizione sin dall’inizio, sin dai padri del deserto». Tale custodia è cruciale («e il demonio cerca di turbarla continuamente») poiché è attraverso le sue manovre – il flusso dei pensieri, i gesti, il tono della voce (o un silenzio «smodato»), il modo di camminare, di guardare, di vestire – che ci influenziamo reciprocamente: «In una comunità, se le porte dei sensi di qualcuno non sono ben custodite, se quindi una porta o una finestra sbatte perché non è ben ferma e sente i venti soffiare, gli altri ne sono disturbati». La comunità è fatta anche di strutture («i muri, la clausura, le regola»), ma la pace ne è il cemento, e la condizione per raggiungere lo scopo della comunità stessa: «Convivere con i problemi propri e altrui. Si potrebbe anche dire», aggiunge Martini con mossa inattesa, «se l’espressione si potesse ben calibrare, “convivere con le frustrazioni proprie e altrui”».

Il cardinale è molto attento ai risvolti pratici di quello che sta dicendo. Convivere, d’accordo, ma questo allora significa che i problemi non si risolvono? No di certo, ma la pace è «la situazione interiore più adatta per risolvere ciò che è possibile», altrimenti si passa, sempre per così dire, nel campo della conflittualità, e la «conflittualità produce conflittualità». La pace interiore è anche la fonte di una certa «autorevolezza», indispensabile per trovare le soluzioni «nel tempo e nel modo giusto, tempestivo, per quanto è possibile e scrutando i tempi di Dio». È un appello autentico e partecipe, cauto, misurato, nobile – come l’immagine che mi sono fatto dell’uomo che lo pronuncia –, ma inestendibile al di fuori delle mura di un monastero.

Il cardinale, rivolgendosi a dei monaci, parla di comunità e lascia al lettore l’esecuzione del sillogismo e della deduzione, ma sono convinto che a lui stesso non sfuggisse la difficoltà, tanto che passando al secondo punto, la presenza della comunità monastica nella chiesa locale, il suo discorso si fa ancora più concreto: «In astratto e a priori si potrebbero dire alcune cose, ma non contano tanto». Ciò che conta sono le forme reali di evangelizzazione che i monaci possono percorrere. Sono sei, e parlano da sole: l’evangelizzazione per proclamazione, per convocazione, per irradiazione, per attrazione, per contagio e per lievitazione. Ce n’è anche una settima, una forma di «attualizzazione evangelica», e sembra quasi che Martini l’abbia tenuta per ultima, in fondo e separata, per chiudere su una nota che avrebbe rincuorato i monaci dopo un discorso piuttosto impegnativo. Già, «c’è anche la gratuità, cioè il non preoccuparsi molto dei successi, del volerli misurare, ma essere contenti di esserci, perché Dio ci fa essere così».

Martini si congeda infine dai monaci, accenna a un suo imminente impegno che lo preoccupa, si affida alle loro preghiere e torna in città. La parentesi si chiude, e per un istante mi sono immaginato che uscendo dal monastero il cardinale abbia pensato: Almeno voi, almeno qui, siate come è impossibile essere là fuori

Carlo Maria Martini, La pace interiore e l’evangelizzazione monastica, in Il vescovo e il monaco. Riflessioni sulla vita consacrata, a cura di V. Cattana o.s.b., Abbazia San Benedetto 1995, pp.123-130.

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Che postaccio, Basilio mio!

Più o meno è andata così. Interrotti gli studi ad Atene, Basilio di Cesarea compie alcuni viaggi alla ricerca di un luogo dove condurre vita ascetica, non necessariamente in solitudine, anzi. È il 358 e il luogo infine viene trovato, ad Annesi, nel Ponto, dove Basilio fonda una comunità. Tra le prime cose che fa è scrivere all’amico Gregorio di Nazianzo, «il suo raffinato e delicatissimo compagno di studi retorici», per invitarlo a unirsi a lui, anche in nome della promessa reciproca fatta ai tempi di Atene. Gregorio però gli risponde di no: non può, ha deciso di rimanere accanto ai suoi genitori, a Tiberina. Basilio insiste, va a trovare Gregorio e gli scrive di nuovo (la famosa Lettera 14 del suo epistolario), magnificando il luogo e le qualità del medesimo: «C’è forse bisogno che ti parli delle esalazioni del terreno, o delle brezze che spirano dal fiume? Qualcuno potrebbe ammirare la varietà dei fiori e gli uccelli che cantano, ma io non traggo piacere da questi pensieri. D’altra parte, la qualità più alta di questo luogo è che, pur essendo fertile e ricco di frutti di ogni tipo, mi nutre di quello che per me è il frutto più dolce, la quiete» (chiedo comprensione perché ho tradotto una traduzione inglese).

Gregorio va a trovarlo: D’accordo, visto che insisti, vediamo! Tornato a casa scrive a Basilio tre lettere (la 4, la 5 e la 6 del suo epistolario) e… lo prende in giro. Cioè: Basilio di Cesarea (il Grande) e Gregorio di Nazianzo, forse i due più grandi padri cappadoci, oltre 1650 anni fa, e l’amico prende in giro l’amico.

Ah, certo, dice Gregorio, «tesserò le lodi del tuo Ponto e della tua fede pontica», e anche di quella «topaia che porta i nomi solenni di casa di meditazione [phrontestérion], di monastero, di scuola», ma che postaccio, Basilio mio! La valle chiusa, le bestie selvagge, non c’è aria, non c’è sole, è difficile da raggiungere («il sentiero che lo attraversa… costringe ad esercizi fisici per uscirne indenni»). E questo sarebbe l’Eden? Se lo dici tu… Sì, sì, «ammira le brezze che corrono, le esalazioni del suolo che vi rianimano quando svenite e gli uccelli canterini che cantano, sì, ma la fame, e che volano, sì, ma sul deserto. Nessuno viene qui, se non al momento della caccia, tu dici; devi aggiungere: e per visitare i morti che siete voi» (Ep. 4).

Lasciamo perdere la mensa: «Mi ricordo, sì, di quei pani e di quelle salse – così le si chiamava –, ma mi ricordo anche dei miei denti che scivolavano sui crostini e subito si ritraevano, come dal fango!» E anche l’orto puzzolente in cui abbiamo lavorato («con questa nuca e queste mani che portano ancora i segni delle fatiche»), meno male che è arrivata tua madre, «apparendo al momento propizio come un porto ai naufraghi sballottati dalla tempesta, [altrimenti] da tempo saremmo cadaveri» (Ep. 5).

Un bel gioco dura poco, e anche Gregorio lo sa: «La lettera precedente in cui scrivevo sul mio soggiorno nel Ponto era uno scherzo, niente di serio; ma quello che ti scrivo ora è molto serio». La Lettera 6 ristabilisce per così dire la verità: Gregorio ha grande nostalgia, umana e spirituale, dei giorni passati con Basilio. In quel luogo è stato piantato il seme di una forma di vita regolata, fatta di virtù e preghiera, di unione tra i fratelli, di servizio quotidiano, di veglie e di inestimabile carità. Su questo Gregorio non può scherzare, e meno ancora può scherzare sull’amicizia, su quella che aveva definito «fusione delle nostre nature»: «Poiché è te che respiro più che l’aria, e vivo soltanto nella misura in cui sono con te, sia quando sono presente, sia quando sono assente, nei sogni».

Gregorio di Nazianzo, A un amico. Lettere a Basilio ed Epigrammi, a cura di L. Cremaschi e B. Mariano, Edizioni Qiqajon-Monastero di Bose 2003.

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