Archivi del mese: agosto 2012

Punti deboli (Dice il monaco, VIII)

Dice Gregorio di Nazianzo, scrivendo all’amico Amazonio nel 382:

Se un amico comune ti chiede che cosa fa Gregorio, dove si trova, che ne è di lui, digli senza esitare che vive nella quiete monastica e che di quelli che cercano di fargli del male se ne preoccupa tanto quanto di quelli di cui non conosce neppure l’esistenza. Ma se poi ti chiede come sopporta la lontananza degli amici, non parlargli più della quiete monastica, ma digli pure che a questo proposito è quanto mai vigliacco. Altri avranno altri punti deboli, il mio è l’amicizia e gli amici.

Gregorio di Nazianzo, Lettera 94, citata in A un amico. Lettere a Basilio ed Epigrammi, a cura di L. Cremaschi e B. Mariano, Edizioni Qiqajon-Monastero di Bose 2003, p. 3.

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Il trailer della «Vita di san Columba»

Uno dice: il trailer – un breve montaggio di scene appositamente realizzato per invogliare la visione di un’opera di prossima uscita – è uno degli strumenti promozionali più specificamente cinematografici. Con ogni probabilità, concettualmente, si può risalire a forme legate alla diffusione a stampa di opere letterarie, ma nel complesso non si va troppo indietro.

E tuttavia aprendo la Vita di san Columba di Adamnano di Iona (composta alla fine del VII secolo), al primo capitolo del Libro primo ci s’imbatte in qualcosa che del trailer ha tutte le caratteristiche. Il racconto della vita del grande santo, fondatore dell’abbazia di Iona e figura cardinale del monachesimo irlandese e britannico altomedievale, comincia infatti con una carrellata di storie ed esempi relativi ai suoi poteri miracolosi.

Alcuni di questi poteri sono presentati in maniera generica: Columba guariva i malati; poteva vedere («proprio con gli occhi del corpo») i demoni e gli angeli; teneva a freno la furia delle bestie feroci («talvolta uccidendole, talvolta scacciandole»); prevedeva la sorte ultraterrena di chi era ancora in vita ed era persino in grado di influenzare le battaglie con le sue preghiere (una dote di cruciale importanza, dato il ruolo anche politico che svolgeva tra re e potenti nella zona d’influenza delle sue fondazioni).

Altri esempi, invece, sono presentati facendo riferimento a precise circostanze. La scena più corposa riguarda l’apparizione che il santo fece nei sogni del re di Northumbria Oswald la notte precedente la scontro in cui, grazie proprio alla profezia di Columba, sconfiggerà il gallese Cadwallon (634). «Sii forte e coraggioso», dice Columba al re, citando Giosuè, e aggiunge: va’ in battaglia domani perché il Signore mi ha concesso che i tuoi nemici questa volta siano sconfitti e che Cadwallon cada in tuo potere. La scena più curiosa riguarda un gruppo di briganti irlandesi pentiti che riuscirono a sfuggire ai loro inseguitori invocando san Columba: una notte, ormai accerchiati, si mettono a cantare canzoni irlandesi in onore del santo e passano, illesi, attraverso «fiamme, spade e lance». (Ed è ancor più curioso che, come accade proprio in certi trailer, queste due scene risultino poi «tagliate» nella narrazione seguente.)

La rassegna si completa con altri cinque episodi: Columba seda una tempesta in mare; Columba, giovane, tramuta l’acqua in vino durante una messa; Columba prende una pietra bianca, la benedice e la getta in un fiume, e «la pietra galleggiò come una mela, contro l’ordine naturale delle cose»; Columba risuscita il figlio di un buon cristiano – «un miracolo molto grande», commenta Adamnano; Columba infine dice ai suoi confratelli che spesso la grazia divina lo ha toccato producendo «un miracoloso allargamento del potere della mente, tanto che gli sembrava che tutto il mondo fosse raccolto in un raggio di sole» (evidente citazione della Vita di san Benedetto – quasi a dire: vi è piaciuta quella? Vi piacerà questa.)

A questo punto, come resistere al desiderio di leggere tutta l’opera? Adamnano non è uno sprovveduto: «Queste storie circa i poteri miracolosi del santo sono state qui brevemente riassunte in modo che il lettore, avendo avuto un assaggio del dolce banchetto che lo attende, sia più bramoso di ciò che, estesamente e con l’aiuto del Signore, verrà raccontato nei tre libri che seguono».

Un trailer, appunto.

Adomnán of Iona, Life of St Columba, translated by Richard Sharpe, Penguin Books 1995.

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Abbazia di Pluscarden, una visita

(Foto Potts)

Durante il viaggio in Scozia che abbiamo fatto questo mese, siamo andati a visitare l’abbazia benedettina di Pluscarden, nei pressi di Elgin (diocesi di Aberdeen), perché è l’unica in tutta la Gran Bretagna ancora attiva nella sua sede originaria. I monaci vi sono rientrati nel 1948, dopo quasi quattro secoli di abbandono, e i lavori di ricostruzione sono ancora in corso… ma queste sono tutte informazioni che si possono trovare sull’esauriente sito dell’abbazia.

La strada per giungervi (una «single track road» come tante in Scozia) sembra fatta apposta per creare la giusta aspettativa e introdurre all’atmosfera di ritiro dal mondo, alla potente carica di pace, raccoglimento e meditatività del luogo. L’ultimo, breve tratto si compie a piedi, per ritrovarsi improvvisamente di fronte al complesso abbaziale e pensare ancora una volta a come i monaci sapessero scegliere con sapienza i luoghi.

La visita vera e propria è limitata ai due transetti della chiesa e a due cappelle collegate, dalle quali si può gettare uno sguardo al coro. Poco distante, si può entrare anche nel cimiterino ombreggiato.

(Foto Potts)

Nell’ordine abbiamo incontrato un anziano monaco, che si è eclissato nell’edificio principale camminando molto faticosamente, un giovane confratello seduto all’organo, intento a provare qualche brano, e un monaco giardiniere che rasava il prato a bordo di un trattorino. Naturalmente siamo andati allo shop, dove ho preso un medaglietta di san Benedetto (ne ho un certo numero), un vasetto di balsamo antidolorifico al miele, un cd di canto gregoriano con la liturgia di san Columba cantata proprio dai monaci di Pluscarden e tre volumetti. Tre di quei tipici esempi di pubblicazioni monastiche difficili da trovare nei circuiti normali e di cui sono molto ghiotto.

Anzitutto un numero (il 157, datato «Quaresima 2012») di Pluscarden Benedictines, il notiziario dell’abbazia, dove tra le altre cose si può leggere un estratto degli «Annals» (novembre 2011 – gennaio 2012), redatti da brother Matthew e in cui sono riportati fatti di diversa importanza e trovano spazio anche notazioni lievi, ma non per questo meno significative. Il 7 dicembre, ad esempio, è nevicato: pochi centimetri nella valle «which now looks very beautiful»; il Natale è passato felicemente, e il giorno di Santo Stefano «we had our usual steak and kidney pie for lunch»; al primo del nuovo anno, durante la ricreazione serale (Guadeamus) «we watched For a Few Dollars More [Per qualche dollaro in più], which we all enjoyed»; e poi le partenze, gli arrivi, le visite, i lavori e, evento cruciale di inizio anno, l’introduzione del nuovo orario (un articolo apposito informa che l’importante novità è stata oggetto di una «extensive consultation, in which every monk in solemn vows was free to  make any comment or suggestion he liked», dopo la quale il consenso è stato unanime).

Il secondo acquisto è stato un album fotografico, In This Place I Will Give Peace, che racconta per immagini i nuovi primi cinquant’anni dell’abbazia (1948-1998). I documenti visivi dei lavori di restauro e vera e propria ricostruzione, e delle cerimonie ufficiali, sono intervallati da ritratti di monaci che sono vissuti e morti o sono tuttora viventi nell’abbazia. Per la maggior parte sono immagini non premeditate e spesso commoventi, che trasmettono con evidenza quel senso di particolare attaccamento fisico e spirituale che una comunità monastica può generare nei confronti del luogo nel quale ha pronunciato il voto di stabilità: dom Benedict alle prese con le sue api, br. Dronstan sorridente con un martello pneumatico in mano, br. Michael tutto contento alla macchina per cucire e dom Edmund «in his beloved greenhouse».

Infine Our Purpose and Method dell’abate Aelred Carlyle, figura complessa del monachesimo britannico e fondatore nel 1895 della prima comunità benedettina anglicana (dalla quale, dopo il passaggio al cattolicesimo, deriverà la comunità di Pluscarden). Un documento interessante, al quale probabilmente dedicherò qualche nota a parte.

Dimenticavo la nota di colore. Mentre eravamo allo shop è entrato un monaco e, giocoforza, abbiamo scambiato due parole, very benedictine e very british. Come mai siete venuti proprio qui, dove siete diretti, che splendida giornata, ecc. Da dove venite? Italia, Milano? «Ah, ci sarebbe piaciuto che Armani ci disegnasse il saio, ma non poteva…»

(Oltre alle molte immagini presenti sul sito, si può vedere anche questo breve montaggio di presentazione dell’abbazia.)

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Un posticino (Iona)

Iona Abbey (foto Potts)

 

 

 

 

 

 

If death in Iona be my fate,
merciful would be that taking.
I know not beneath blue heaven
a better little spot for death.

(Se un giorno a Iona mi aspettasse la morte
benedetta sarebbe quella sorte,
poiché sotto il cielo azzurro non conosco
un posticino migliore per morire.)

Attribuito ad Adamnano di Iona (fine VII secolo), citato in The Triumph Tree. Scotland’s Earliest Poetry, 550-1350, ed. by Th.O. Clancy, Canongate Classics 1998, p. 116.

Il cimitero affacciato sul Sound of Iona (foto Potts)

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