Archivi del mese: luglio 2012

Caterina Vegri (Who’s Who, IX)

«Caterina poverella bolognesa, cioè in Bologna acquistata nata e allivata e in Ferrara da Cristo sposata e quel che segue ne le precedente due cartette scritte di mia mano.» La «poverella bolognesa» è Caterina Vegri (o Vigri, o de’ Vigri, 1416-1463, o.s.c.), nota e venerata come santa Caterina da Bologna, e le «due cartette» sono l’Epilogo dell’autografo delle Sette armi spirituali, opera tormentata e dettata soprattutto dall’esperienza di maestra delle novizie, ma «esplosa» strada facendo in racconto autobiografico.

Grande mistica clarissa, Caterina «fu donna colta, allevata alla corte di Niccolo III d’Este a Ferrara… istruita nelle arti della letteratura, della musica e della miniatura.» A tredici anni lascia la corte ed entra nella comunità laica del Corpus Domini di Ferrara. Professa i voti nel 1432, quando la comunità viene trasformata in convento di clarisse. Dal 1456 è a Bologna, badessa del monastero del Corpus Domini, dove muore («santa viva»)  e dove tutt’oggi (per alcuni la «santa nera») veglia sulla sua comunità: il suo corpo incorrotto è infatti esposto, in posizione seduta in una teca, nella cappella a lei dedicata.

La sua vicenda, che intreccia temi femminili, francescani e politici, è molto interessante ed ampiamente trattata. Oltre agli autografi, si sono conservate la sua giga (una specie di viola) e alcune sue opere pittoriche, miniature, tele e forse affreschi, oggetto di vari studi di attribuzione. L’opera indiscussa è il suo Breviario personale, che «appare come un “sito interattivo”, dove gli elementi del testo e le immagini stesse operano insieme per stimolare la preghiera. Caterina deve perciò essere considerata una vera artista clarissa, che attinge alle fonti letterarie della spiritualità del suo ordine, inventando nel contempo un nuovo linguaggio formale, volto a rappresentare i voti di umiltà e povertà, creando in tal modo un'”arte povera” per le clarisse» (Kathleen G. Arthur).

Ma è stata la sua lingua che mi ha colpito molto, un bolognese incisivo e potentemente jacoponico, come direbbero gli studiosi, cioè influenzato da Jacopone da Todi, autore amatissimo dalla santa. A cominciare dall’incipit e dal modo indimenticabile con il quale Caterina si definisce: «Con reverenzia prego per lo dolce e suave amore Cristo Iesù qualunca persona alla quale vegnerà notizia de questa picoleta opera facta con lo divino aiuto per mi, minema cagnola latrante soto la mensa delle excelente e dilicatissime serve e spose de lo immaculato agnello Cristo Iesù, sore del monasterio del Corpo de Cristo in Ferrara, guardise dal difecto de la infidelità, e anche non reputi a vizio de presonzione né piglie alcuno errore de questo presente liberzolo, lo quale io sopradicta cagnola de mia propria mano scrivo solo per timore de la divina reprensione, se io tacesse quello che ad altri porria zoare».

(Ho letto un assaggio delle Sette armi nelle Scrittrici mistiche italiane, a cura di G. Pozzi e C. Leonardi, Marietti 1820 2004; mentre notizie sul breviario le ho trovate in Kathleen G. Arthur, Il breviario di santa Caterina da Bologna e l’«arte povera» clarissa, in I monasteri femminili come centri di cultura fra Rinascimento e Barocco, a cura di G. Pomata e G. Zarri, Edizioni di storia e letteratura 2005. Qui alcune immagini della santa.)

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Una capacità (Dice il monaco, VII; Mectildiana)

Dice Catherine Mectilde de Bar, in un capitolo del 1662, e in una «conversazione familiare»:

Credetemi, la vostra perfezione è nell’obbedienza, ma non vi assicuro che sia nelle cose che voi proponete, per quanto vi sembrino sante. Per esempio: vorreste fare orazione mentre l’obbedienza è di coricarvi; io vi dico che la vostra preghiera, per quanto sublime, non è che un’illusione. Queste sono, di solito, manifestazioni della nostra superbia che ci sottrae all’obbedienza per renderci singolari; e vi sono dei contemplativi superbi come demoni. Sì, sorelle mie, ho visto anime molto elevate, in stati eminenti di orazione, cadute come stelle dal cielo per essersi allontanate dall’obbedienza. Questo fa tremare; non pensate infatti che, per aver domandato certi permessi alle superiore, siate discolpate davanti a Dio. Niente affatto, a meno che non si tratti di qualcosa per la vostra salute. Allora ve lo permetto di tutto cuore; ma non di tutte le altre cose che potete fare; in nome di Dio non chiedete esenzioni… Io vi posso esentare dai digiuni e dalle astinenze, ma non dall’obbedienza, perché è un voto fatto al Signore.

Dobbiamo essere una capacità di Dio…

Catherine M. de Bar, Attesa di Dio. Riflessioni sulla Regola di San Benedetto, Jaca Book 1982, pp. 113-114.

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Il mondo fisico e la piega del tovagliolo

Passa il tempo e mi chiedo ancora il perché di queste letture e di questi appunti, e, oltre a questo, credo che la risposta più veritiera sia per provare a capire il fenomeno della fede (quella a me più vicina e familiare). Ma non in astratto, poiché su quel piano non mi riconosco alcuna possibilità di comprensione, bensì in una delle sue manifestazioni più concrete, pratiche, e soprattutto comunitarie.

Di qui la prospettiva monastica, per due ordini di ragioni. Anzitutto per la concretezza, appunto, delle ricadute etiche, se così si può dire. La Regola, sempre se così si può dire, mi pare una specie di precipitato della reazione fede-vita, e trovo significativo che l’ampiezza della Regola sia una misura variabile (come la legge, peraltro), dall’unico precetto «Segui il Vangelo» alle costituzioni più dettagliate, con tendenza alla sovrapposizione «uno a uno» di Regola e vita. (Si veda a mo’ d’esempio questo precetto tratto dal capitolo III delle Regole della Trappa: «Finita la refezione, metta ognuno i suoi rilievi su l’estremità della tavola, raccolga i minuzzoli, e rimetta la salvietta nelle sue pieghe, posandola su la ciotola, senza farla capovoltare; e a piè di questa, sopra una riga che è su la tavola, cucchiaio, forchetta e cultello; avvertendo che la cascata della salvietta torni per appunto su detta riga, e non più qua nè più là».) «Che cosa devo fare?» è domanda irresistibile (con l’accompagnamento di: «Mi venga detto una volta per tutte») e che, per altri versi che non sono capace di argomentare, mi spinge a pensare che la Regola preceda la fede, sia più originaria.

In secondo luogo sono, ovviamente, sensibile all’aspirazione di larga parte del monachesimo regolato di mettere ordine là dove il caos sembra prevalere – storicamente, culturalmente, psicologicamente. Mettere ordine insieme. L’ordine mi pare una combinazione di sogno e nevrosi suprema, e il monachesimo la incarna in maniera direi sublime.

So che l’ordine monastico non può essere disgiunto anche dalla carità, questo scivoloso sinonimo dell’amore, ma insomma, in questo tentativo di comprensione, faccio quello che posso, un po’ alla volta.

Nel complesso, direi che mi riconosco in questa frase di Valentino Braitenberg: «Molto probabilmente il confine tra ciò che è fisica e ciò che non lo è un bel giorno svanirà e allora si tratterà solamente di distinguere tra cose che “esistono oggettivamente”, alle quali tutti crediamo, e altre che appartengono alla fantasia del singolo. Il mondo della vita sta diventando, in misura crescente, oggetto della fisica e con ciò anche quello dei cervelli e dei fenomeni psicologici. C’è da aspettarsi che anche la fantasia del singolo e le sue sensazioni si lasceranno integrare in un’immagine coerente del mondo fisico, e in tal modo niente ne resterà fuori» (L’immagine del mondo nella testa, 2003).

Nel frattempo, riprendo a leggere Mectilde de Bar.

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A gran colpi di martello (Catherine Mectilde de Bar)

Comincia così un nuovo capitolo della mia ossessione. Scorrendo un elenco di remainders ho notato un volume di Lettere alle monache 1641-1697 di Catherine Mectilde de Bar, un nome che avevo già incontrato, leggendo di Vannisti, Mauristi e di Claude Martin, e messo momentaneamente da parte, insieme con l’Istituto da lei fondato nel 1653, le Benedettine dell’Adorazione Perpetua del Santissimo Sacramento. L’epistolario è stata la scintilla. In un genere, la letteratura monastica, già per costituzione rivolto in massima parte all’interno della cerchia dei suoi fruitori, gli epistolari rappresentano un insieme ancora più chiuso, e per questo interessante. Nelle lettere che si scambiano, monaci e monache lasciano cadere, quasi sempre, censure e precauzioni: noi ci capiamo, possiamo parlare (abbastanza) liberamente dei fatti nostri.

Ho iniziato a leggere il volume e sono stato subito colpito da uno dei temi centrali, se non il tema centrale, dell’epistolario: l’annientamento di sé, del proprio io e della propria volontà. Non in prospettiva nichilista, ovviamente, bensì quale premessa all’accesso a una piena dimensione creaturale, e di lì a quella vittimale (con la quale ci si avvicina al carisma specifico dell’istituto). Non passa quasi lettera senza che Mectilde non trovi il modo di variare un’ennesima volta il tema: «Dobbiamo rimanere sempre nel nulla», «Le piccole inquietudini che sentite sono vermi di amor proprio e di voi stessa che vi pungono e vi rodono: bisogna farli morire», «La morte a noi stessi, il santo annientamento si compiono solo a gran colpi di martello», «Nessuno vuol essere quello che è; e io posso dire che la vita non è che menzogna e vanità, se non stiamo nell’abisso del nostro abominevole niente, non solo coi pensieri o con l’immaginazione, e nemmeno con la parola, ma con l’opera e l’azione». Ogni tanto è come se Mectilde accelerasse, come se la lettera, che ha comunque una sua struttura, le prendesse la mano, e la furia interiore si riversasse sulla carta in una speciale miscela di dolcezza e violenza. Di una persona che scrive così devo leggere di più.

Poi mi sono imbattuto in questo passo, di una lettera del 1665: «… L’adorazione perpetua si diffonde tra i secolari, che vengono alla nostra cappella per fare le loro ore di riparazione, con la corda al collo e il cero in mano» – come testimoniato dal dipinto qui a fianco, che, se non ho capito male, raffigura Anna d’Asburgo che partecipa, nel 1654, alla celebrazione solenne della riparazione (altro concetto chiave dell’istituto) nel monastero parigino delle Benedettine dell’adorazione  perpetua, un anno dopo la loro fondazione, con la corda e con il cero, seppur inginocchiata su un regale cuscino.

In un’altra lettera, del 1666, Mectilde ritorna sul tema della morte «a tutti i desideri» e scrive: «La fede nuda sarà per voi vita e sentiero per il quale passerete in Dio; ma, cara figliola, questo sentiero è tanto più austero in quanto è la morte dell’amor proprio. In questa via le riflessioni, i ragionamenti, i gusti, le soddisfazioni agonizzano. Bisogna oltrepassare tutto questo e sentire i lamenti e i gemiti del nostro interno… Bisogna risolversi a perder tutto, se vogliamo guadagnare tutto». E io, che aggiungo un risibile gusto novecentesco a questa tentazione nichilista (priva quindi di qualsiasi prospettiva di «guadagno»), a questo punto so che cercherò di leggere tutto quello che Mectilde de Bar ha scritto.

Catherine Mectilde de Bar, Non date tregua a Dio. Lettere alle monache 1641-1697, con introduzioni di J. Leclercq, A. Rayez e D. Barsotti, Jaca Book 1978 (uno spicchio del mondo che si apre a chi vuole approfondire si può trovare in questo splendido sito di Miscellanea di studi su madre Mectilde de Bar).

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«La ragione per cui noi monaci siamo monaci» (Giorgio Boatti, Sulle strade del silenzio)

Giorgio Boatti ha fatto una cosa che non credo farò mai: è andato a vedere. Fedele, probabilmente, anche a una formazione di giornalista di indagine e inchiesta, ha compiuto un viaggio per una dozzina di monasteri italiani, senza trascurarne gli «spaesati dintorni», come recita il sottotitolo del volume che racconta di tale viaggio. Lo spunto per la prolungata ricognizione, che inizia con l’abbazia di Finalpia (in provincia di Savona) e si conclude al Goleto (in Irpinia), è personale, ma si trasforma quasi subito in una mossa più generale: «Vado per questa strada perché ho il sospetto che le luci nascoste che giungono da questi luoghi siano ancora capaci di offrire qualche solido orientamento. Perfino nella densa penombra calata sui giorni italiani. Busso a queste porte perché ho l’impressione che qui si impari davvero che si può cambiare il mondo, ma – faccenda piuttosto complicata – a patto di cominciare a cambiare se stessi…»

Questo viaggio, dicevo, non credo che lo farò mai – sorvolando sulla «faccenda piuttosto complicata» – da un lato per evitare quella sensazione di stare spiando in casa altrui, di cui ho parlato recentemente, dall’altro per la considerazione della «separazione» sulla quale si basa la scelta monastica. Sì, certo, l’ospitalità, quella benedettina ad esempio, non può in alcun modo essere trascurata, ma sarei tentato di vederla come un’inevitabile conseguenza di quella scelta, come se i cenobiti avessero sempre saputo che avrebbero richiamato pellegrini alle loro porte, mossi dai più diversi tipi di esigenze, e quindi era meglio prevedere sin da subito un fratello portinaio e un fratello foresterario.

(Tra parentesi, leggevo proprio nei giorni scorsi, in una splendida traduzione di Lorenzo Magalotti, le «Regole de’ forestieri» contenute nelle Regole della Trappa, che, secondo me molto indicativamente, cominciano così: «Non si riceveranno altri forestieri, che quelli che la carità e la pietà vorranno che si ricevano, e che s’averà motivo di credere indirizzati al monastero dalla Divina provvidenza. A questi tali si renderanno tutti i doveri dell’ospitalità, avvertendo sopra tutto di non fare apparire d’essere incomodati dalla loro visita».)

L’ospitalità, sì, tuttavia la separazione rimane, come dice molto chiaramente, in una delle interviste più significative del volume, dom Pietro Vittorelli, l’abate di Cassino: «Mi impressiona negativamente il fatto che il monachesimo sarebbe o starebbe tornando di moda. Un fatto di questo genere sarebbe assolutamente fuorviante per una corretta lettura di quello che il monachesimo è, sia nel mondo sia nella Chiesa stessa. Capisco, e non voglio dare giudizi perentori in merito, che ci possa essere la voglia, la tentazione di aggrapparsi ai monasteri come risposta a un’esigenza di maggiore cura spirituale, di cui vagamente si sente il bisogno. Però non è questa la ragione per cui noi monaci siamo monaci; per cui stiamo in monastero. Noi, pur con tutta l’attenzione che vogliamo riservare al mondo, siamo qui perché abbiamo scelto di stare fuori dal mondo».

Dunque non vado, a maggior ragione io che non vi cercherei una «cura spirituale», e mi limito a questa forma di ascolto che è la lettura, forse perché, nonostante la tentazione più che tipica che provo, non voglio stare fuori del mondo, forse perché non credo che si possa stare fuori del mondo (se non per forza maggiore o condanna). Senza mondo, mi verrebbe anche da aggiungere, non si dà monastero.

D’altra parte non è affatto un male che ci sia qualcuno, come Giorgio Boatti, che invece, con sguardo rispettoso ma anche critico, vada a vedere e ad ascoltare, e poi ci racconti che cosa ha visto e sentito (compreso il silenzio).

Giorgio Boatti, Sulle strade del silenzio. Viaggio per monasteri d’Italia e spaesati dintorni, Laterza 2012. (Colgo l’occasione per ringraziare l’autore che nelle «Note e indicazioni bibliografiche» ha voluto citare, con parole generose, anche questo blog.)

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