Archivi del mese: giugno 2012

Tertulliano e Sigmund Freud (Dice il monaco, VI)

Dice Tertulliano:

Inoltre, quando sei preoccupato per il viaggio di un fratello, i demoni sono soliti farlo apparire in sogno il giorno del suo ritorno, per spingerci, una volta che il sogno se n’è andato, a ricorrere agli indovini di sogni quando un fratello parte e a fare buona accoglienza a coloro da cui bisogna invece fuggire, se non si vuole che spingano l’anima a deviare verso altri errori. I demoni infatti non conoscono nulla prima che avvenga, ma annunciano spesso quello che sta avvenendo e inventano fantasie. Spesso, dunque, quando siamo nella quiete, essi vedono un fratello venire verso di noi: allora lo preannunciano per mezzo di pensieri, ai quali non bisogna credere, anche se sembrano veritieri.

Cosa che trovo in singolare consonanza con quanto scrive Sigmund Freud a proposito delle «strane coincidenze», citando un caso occorso a lui stesso.

Nominato da poco professore, stava passeggiando in un parco, quando gli venne in mente una coppia di genitori che tempo prima si erano rifiutati di affidargli le cure della loro bambina. Stava sviluppando una «fantasia di vendetta» su di loro, e improvvisamente se li vide di fronte, in atteggiamento cordiale: Una breve riflessione distrusse l’apparenza miracolosa dell’incontro. Io stavo camminando su una strada larga e diritta, quasi deserta, in direzione di quella coppia, avevo visto e riconosciuto le due persone alzando fuggevolmente lo sguardo a circa venti passi da loro, ma avevo annullato questa percezione – sul modello di un’allucinazione negativa – per gli stessi motivi di antipatia che poi s’imposero nella fantasia apparentemente emersa in modo spontaneo.

Tertulliano, La tempesta dei pensieri. A Eulogio sulla confessione dei pensieri e sul consiglio riguardo a essi, a cura di L. Cremaschi e B. Mariano, Monastero di Bose-Qiqajon 2005, p. 45; Sigmund Freud, Psicopatologia della vita quotidiana, Boringhieri 1971, pp. 276-77 («Determinismo, credenza nel caso e superstizione»).

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Quando ricevo il nuovo fascicolo di «Benedictina»

Quando ricevo il nuovo fascicolo di «Benedictina» è sempre una piccola festa (che ricorre, ahimè, solo due volte all’anno): vuoi per la veste tipografica sobria e demodé, vuoi per il marchietto rosso del Centro storico benedettino italiano, che pubblica la rivista, vuoi per il piacere di scorrere il sommario, con quei titoli di articoli come: Postille su Fogazzaro e l’Abbazia di Praglia dai carteggi dell’abate Teodoro Cappelli.

L’ultimo numero (Anno 59, Fasc. 1, gennaio-giugno 2012), testé arrivato, ha rinnovato la tradizione senza incertezze. Il sommario è di quelli di alto livello: Romualdo e Camaldoli, Claude Martin e le benedettine dell’Adorazione perpetua, una cronotassi, Fogazzaro, appunto, e un «necrologium monacorum» da un’abbazia del cesenate. E poi c’è l’Editoriale, firmato come di consuetudine dal «Redattore», che questa volta mi è parso particolarmente notevole.

Anzitutto per l’italiano semplice e bello in cui è scritto, e inoltre per alcune finezze e punture di spillo dissimulate con discrezione nel dettato. Attacca così: «Tenuto conto che già all’inizio del sec. XI lo storico cluniacense Raoul Glaber parlava di un bianco manto di nuove chiese che aveva ricoperto l’Europa, non fa meraviglia che all’inizio del terzo millennio qua e là si celebrino uno di seguito all’altro millenari di monasteri famosi, alcuni dei quali ancora in vita», con una strizzatina d’occhio a chi usa ancora la grafia di Rodolfo il Glabro… Il millenario di Camaldoli, dunque, oggetto di diversi convegni «alla cui organizzazione il nostro Centro, pur non essendovi stato in alcun modo coinvolto [piccolo sassolino levato], ritiene opportuno dare la dovuta pubblicità». Non solo, «altro materiale di carattere romualdino» sarà pubblicato prossimamente, a riprova di interessamento e augurio per le successive iniziative, «nonostante la nostra estraneità ad esse» [e due].

«Per il resto la nostra rivista», continua l’Editoriale, «anche se giudicata di carattere “locale” dal Ministero per i Beni culturali e perciò esclusa dai finanziamenti statali [terzo elegante sassolino], prosegue sia pur umilmente nel suo impegno scientifico…» con contributi seri e critici «a ricordare le glorie – ma anche le sconfitte – del monachesimo italiano». Assai fine è poi il riferimento allo studio su Fogazzaro, «di cui è nota la profonda amicizia per i benedettini di Praglia», come quello alla ricerca su Mechtilde de Bar, che ebbe contatti con i Maurini, ai quali «noi continuiamo ad ispirarci, ripercorrendo gli annali dell’ordine di san Benedetto, non solo per approfondirne il passato, ma anche per fornirne, quali fonti, il materiale della storiografia futura».

La nota di chiusura è per chi non c’è più, in questo caso il «noto poligrafo» dom Réginald Grégoire, «che raccomandiamo al commosso suffragio dei nostri lettori».

Lo so che non c’entro molto con tutto questo, e so anche altre cose che hanno a che vedere con questo mio «interesse», tanto che a volte mi sembra quasi di stare spiando in casa altrui da dietro uno stipite. Però, come dicevo, un nuovo numero di «Benedictina» resta, più o meno legittimamente, una piccola festa – me lo rigiro in mano e sono contento così.

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Vincent de Paul Merle, il monaco che fondò Petit Clairvaux (Who’s Who, VIII, pt. 2)

(la prima parte è qui)

Rimasto appiedato sul molo di Halifax, «con un sospiro che aveva forse un fondo di segreta soddisfazione» (Th. Merton), Merle si rassegna in brevissimo tempo a quella che non può che essere la volontà di Dio. Tanto più che in Nova Scotia c’è un gran bisogno di sacerdoti e il vescovo di Quebec è ben contento di arruolarlo, senza contare che ci sono molte comunità di indiani, ad esempio i Micmac (Mi’kmaq), da aiutare e guidare sulla via della retta fede. Prende così corpo il progetto di aprire un monastero trappista nella regione, e, ottenuto il permesso dal suo abate, nell’inverno del 1815 fr. Vincent lascia Halifax, diretto a nord e «accompagnato da tre misteriosi negri che lo avevano seguito da New York.

Per due anni si stabilisce nel villaggio di Chezzetcook. Qualcosa, al di là della fede, e dello zelo missionario, è scattato: «Era sempre indaffaratissimo…» Le difficoltà sono tante, a cominciare dalla trafila burocratica per ottenere dal governo britannico, lui, di nazionalità francese e cattolico, il permesso di fondare una comunità monastica. La situazione è così complicata che l’abate Lestrange lo invita a tornare a casa. Merle chiede un’ulteriore proroga e si spinge ancora più a nord, verso la contea di Antigonish e Cape Breton. Sempre incerto sulla scelta migliore, fr. Vincent si ferma infine a Tracadie, nella primavera del 1819, dove acquista un appezzamento e dà il via ai lavori. «Il luogo dove stiamo costruendo la nostra casa è molto adatto per un monastero trappista»: una valle profonda, un fiume, la protezione delle montagne, il mare non lontano e un terreno ottimo per le coltivazioni.

Le difficoltà, lungi dall’essere finite, sembrano aumentare. Anzitutto non ci sono postulanti, e poi gli ostacoli burocratici permangono, tanto che dalla Francia giunge l’indicazione di vendere tutto e andare nel Kentucky. Merle, in preda a un grande turbamento, chiede consiglio al vescovo, il quale lo solleva dalla responsabilità della disobbedienza e lo sollecita a rientrare in Francia per confrontarsi con l’abate Lestrange. Il viaggio, cominciato nel 1823, si conclude due anni dopo: fr. Vincent può far ritorno in Nova Scotia accompagnato da cinque confratelli e soprattutto con un’approvazione formale: «Vi esortiamo espressamente a recarvi in America, tra gli Indiani che troverete nelle vaste solitudini dei boschi del Canada…»

Nel settembre del 1825, forte probabilmente anche dell’autorizzazione governativa, Merle raggiunge lo scopo della sua vita: la fondazione ufficiale del monastero di Saint Bernard de Petit Clairvaux. Così scrive fr. Francis Xavier, il più fidato dei confratelli: «Grazie a Dio, dopo non so quanti ostacoli e disavventure, siamo finalmente arrivati sani e salvi alla nostra meta. Ci troviamo in una terra selvaggia (Indiana) e vicini agli Indiani. Che povertà! Viva la Francia! Qui non si trova niente e tutto è molto caro. Non c’è denaro, e la gente viene pagata con patate, cavoli e carne».

Si trattò di una gioia breve. Gli altri monaci che avevano seguito fr. Vincent non resistettero alla durezza della vita trappista trapiantata in Canada; i postulanti continuavano a essere pochi e instabili; lo stesso Ordine cisterciense attraversò in Francia un periodo di grandi sommovimenti; i mezzi erano sempre pochi; Lestrange morì nel 1827 e la sua riforma della Trappa si spense. Nel 1836, scoraggiato, Merle decide di tornare in Europa per cercare di salvare la sua comunità. Va in Francia, in Inghilterra e infine a Roma, alla sorgente dell’autorità. Quando nel 1840 riparte per la Nova Scotia, ha sì in mano un documento della Sacra Congregazione de Propaganda Fide, che sancisce lo statuto di Petit Clairvaux alle dipendenze del vicario apostolico locale, ma ha anche il «cuore spezzato» perché il nuovo abate della Trappa gli ha rifiutato la sua benedizione, sostanzialmente espellendolo dall’Ordine.

Rientrato a Tracadie, Merle affida la guida della comunità a fr. Francis Xavier, sistema le questioni legate alla proprietà del terreno su cui sorge Petit Clairvaux e si ritira nel vicino convento delle trappistine, anch’esso da lui fondato, dove muore il 1° gennaio 1853.

«Anche in vita egli era stato venerato come un santo, ma da allora il suo culto si diffuse per tutta la Nuova Scozia e Capo Breton. Si narrarono di lui cose di ogni genere, alcune plausibili, altre più o meno leggendarie, come il “miracolo” di quella volta in cui arrestò una furiosa tempesta levandosi una scarpa e gettandola in mare» (Th. Merton).

(2-fine)

 [da Thomas Merton, Le acque di Siloe (1949), Garzanti 1992, pp. 123 e sgg.; Luke Schrepfer, Pioneer Monks in Nova Scotia (1947), Kessinger Publishing 2007, pp. 16 e sgg.]

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Peli superflui, senape e cavalcate

È una cosa che faccio spesso: leggere un testo monastico normativo – non necessariamente una «regola» – e concentrarmi sugli aspetti meno legati alla fede e più quotidiani, anzitutto per avere con maggiore evidenza davanti agli occhi il volto e i gesti degli individui cui erano destinati quei testi e in secondo luogo per un motivo più confuso, un pensiero sballato probabilmente. Lo riassumo così: il sospetto che per alcuni la regola non discenda dalla fede, bensì all’opposto ne sia il risultato (non inevitabile, peraltro). Detto altrimenti, la regola precede la fede – cosa che vorrei saper argomentare con dovizia di riferimenti precristiani, e invece non so.

È con questo spirito che ho letto lo Speculum novitii (Lo specchio del novizio) di Stefano di Salley, monaco cisterciense inglese attivo nella prima metà del secolo XIII. Entrato da giovane all’abbazia di Fountains, nello Yorkshire del nord, ne diventò ben presto cellerario; fu poi abate di Salley (dopo il 1225), successivamente di Newminster, fino al 1247, quando chiuse il giro tornando a Fountains, dove morì come abate nel 1252. Lo Speculum, che s’inserisce in un genere letterario molto preciso, teso a fornire esempi da imitare (o più esattamente un’immagine nella quale rispecchiarsi per cogliere le eventuali difformità dal modello – e qui vorrei saper argomentare uno spunto che forse potrebbe collegare gli specula alle ricerche sui neuroni a specchio, e invece non so), lo Speculum testimonia la particolare sensibilità dell’autore per la fragilità, non solo psicologica, soprattutto dei principianti e possiede «il tono di chi ha trovato qualcosa di buono per sé e desidera trasmetterlo ad altri, perché il cammino sia più facile e l’esistenza più serena e gioiosa» (M. Fioroni).

Sarebbe sufficiente il primo capitolo, dedicato alla confessione quotidiana, che offre una specie di modulo fitto di «peccati» sul quale spuntare ciò che fa al caso proprio: ci siamo distratti dalla preghiera pensando «al riordino della casa, oppure alla caccia, alla corsa dei cavalli», abbiamo perso tempo, abbiamo pensato all’unione carnale, ci siamo lamentati per un dolorino, abbiamo fatto una battuta, siamo andati più rapidamente a tavola che nel coro, abbiamo accettato un regalo, abbiamo parlato, o pensato, male di qualcuno, ecc.: «Ecco lo specchio: nella misura in cui ti sarai reso conto di essere stato ferito in queste cose, apriti alla confessione». E se quando ti presenti in capitolo per essere giudicato ti vergogni, «pensa che chi ti proclama è il rasoio di Dio e ti vuole tagliare i brutti peli [Dei est novacula et pilos deformes tibi tollere vult]»; oppure «pensa che ti è stata mandata dal cielo una pietanza, cioè una correzione, che piace, anche se talvolta non è condita con cannella, ma con senape [quae non semper cinnamomo sed etiam sinapi aliquando condita]».

Per ogni mancanza, peccato o tentazione Stefano ha un pronto rimedio: quando sei impaziente, pensa alla pazienza del Cristo; quando ti ostini «in cose minime», sappi che sarai ripagato in ugual moneta; «quando ti esalti per la voce sonora, considera che ciò per cui ti gonfi non è che vento»; quando sei tentato da un cibo più buono, pensa al vas stercorum; «quando ti sollecita il desiderio di cavalcare, pensa a ciò che capitò a Dina, che era uscita soltanto per passeggiare» e fu rapita e violentata da Sichem; «quando ti risulterà noiosa la vita del chiostro», quando vorrai rivedere i tuoi famigliari, «quando sentirai battere la tavola che invita al lavoro»…

Ah, tre ultime cose: «stai attento a non toccare nessuno»; «quando si deve fare una pausa durante il lavoro, non ricercare gli angoli e non sedere lontano dagli altri» e infine «se non puoi mangiare ciò che ti viene posto davanti, non permettere in nessun modo che ti portino altro, ma mangiane un po’, così che sembri che tu abbia mangiato. Se qualcuno insiste affinché tu mangi, con un segno rispondi solamente: “Va bene, è sufficiente, basta così”».

Stefano di Salley, Speculum novitii. Lo specchio del novizio, a cura di Milvia Fioroni, Edizioni Glossa 2010.

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«Cose manicatoie e bevitoie» (le monache di Pontetetto)

Capita che su Amazon.it spunti un fondo di magazzino della «Scelta di curiosità letterarie inedite o rare dal secolo XIII al XIX», pubblicata a Bologna da Romagnoli nel 1863, e ristampata in anastatica da Forni nel 1968 sotto gli auspici della Commissione per i testi in lingua, e io mi ci butti. Perché nella serie, concepita e realizzata con scopi filologici e di storia della lingua, si trovano «chicche» monastiche, come i Capitoli delle monache di Pontetetto presso Lucca. Scrittura inedita del sec. XIII.

Il curatore, Carlo Minutoli, ci informa di «aver tratta dalle tenebre» la scrittura, contenuta in un codice della Biblioteca Capitolare di Bologna, non certo per la «niuna amenità del soggetto», quanto per essere «monumento di lingua dei primi tempi». Va da sé che invece, per me, l’amenità sia garantita, trattandosi del volgarizzamento duecentesco di «una delle tante regole che andavano attorno ad uso dei numerosi monasteri dell’ordine benedettino», a integrazione della Regola di Benedetto vera e propria.

Il monastero di Santa Maria di Pontetetto (Pons tectus) presso Lucca, fondato intorno al 1095, prosperò e poi sopravvisse, tra molte traversie, fino al 1408, quando papa Gregorio XII lo abolì, trasferendo le monache a Santa Giustina in Lucca. «Non rimane oggi vestigio, salvo una lapida che ricorda tuttora la pia fondatrice e prima Badessa Ombrina.»

Il testo, composto da ventisei «capitoli», è affascinante oltre che per la lingua proprio per le norme supplementari che l’estensore ritenne di dover aggiungere alla Regola benedettina e che mostrano in negativo le questioni e i comportamenti, gravi e meno gravi, che l’esperienza diretta impose appunto di regolare (la legge scrive la colpa dopo che questa è stata commessa).

Anzitutto, molto indicativamente, si parla di soldi, che devono essere gestiti da una camarlinga, eletta a maggioranza, «alle cui mani pervegnano tucte l’entrate e rendite et beni del monasterio et per le suoi mani si facciano le spese necessarie». Tale camarlinga dovrà presentare un bilancio semestrale che, una volta approvato, sarà scritto «in un libro per ciò deputato: sickè noi [cioè il vescovo o il visitatore] quando volessimo possiamo sapere e vedere la buona o la ria amministragione di ciascuno anno». (I soldi vengono menzionati esplicitamente al cap. 11: «Ancora ke nulla monaca tenga appresso sè pecunia oltra soldi X» – chissà quanti?) È previsto anche una specie di «consiglio superiore» del monastero, composto da quattro monache scelte dalla badessa che restano in carica sei mesi – «ma non possa essere consigliera li sei mesi seguenti quella ke è stata li sei mesi passati».

Ai rapporti con l’esterno sono dedicati diversi capitoli, a riprova del fatto che le religiose quasi mai, probabilmente, si staccavano del tutto dalle famiglie d’origine e dal loro ambiente: non si devono rivelare fatti e faccende del monastero, scambiare oggetti o doni («sciecto cose manicatoie e bevitoie»), non si parla con estranei se non alla grata del parlatorio (dove però è vietato mangiare) e accompagnate da una guardiana, non si possono tenere corrispondenze scritte, non si devono diffondere dicerie «nè le brigre o discussioni o scandali o rinbrocci o disonori, o vero li autri secreti facti del monastero et delle monache» (che, quindi, erano all’ordine del giorno).

La badessa, sul cui operato vigilano le consigliere, è garante dell’osservanza della regola, deve badare a non prendere le parti di alcuna, né mostrare simpatie, e somministrare in capitolo le penitenze per le colpe commesse. Gli esempi citati di «colpe» sono, come sempre, significativi: se una monaca picchia una consorella (e «che ind’esca sangue»), se si ribella, se pecca di «carnalitade» e «se nessuna desse a mangiare o a bere cosa velenosa o di veleno, e non solamente ki ‘l desse, ma etiamdio ki l’avesse apparecchiatolo per dare». Una convivenza talvolta difficile, parrebbe, o, detta altrimenti, un nido di vipere.

La badessa inoltre è tenuta a denunciare al visitatore tutti «li falli, li lasciamenti, o negligença», e se non lo farà, «o vero s’ella facesse  o procurasse, ordinasse, inducesse, consiliasse, comandasse o conferisse, o di qualuncaltro  modo o colore operasse, per prego o per minaccia, per sè o per altrui, directe o indirecte ke ad noi volliendo visitatione o inquisitione fare generale o speciale, o a colui ke acciò da noi fusse deputato, si celasse o non si notificasse lo stato del monastero», sarà accusata di «malitia» e deposta, e nei casi più gravi «sententiamo in fine hora ke la sia incarcerata e rinserrata».

(L’elenco delle «curiosità letterarie» è qui.)

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