Archivi del mese: maggio 2012

Tre precetti di Pacomio (Dice il monaco, V)

Prescrive Pacomio:

La sera, dopo il lavoro, non si potrà andare a ungersi ed ammorbidirsi le mani con l’olio senza essere accompagnati da un altro. E nessuno ungerà tutto il corpo salvo in caso di malattia, né si laverà o farà il bagno, se il male non è grave.

Non è permesso entrare nella cella di un altro senza aver prima bussato alla porta.

Nessuno parlerà ad un altro nell’oscurità.

Pacomio, Praecepta, 92, 89, 94, in Pacomio e i suoi discepoli, Regole e scritti, a cura di L. Cremaschi, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose, 1988.

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Termodinamica monastica

Come potevo resistere davanti a un titolo del genere…

Termodinamica monastica. La Legge di Murphy in convento è un piccolo libro a suo modo sorprendente. Scritto da Gaetano Lo Russo, padre rogazionista (i Rogazionisti sono una congregazione dedita in particolare alla «cura» delle vocazioni), è diviso in due sezioni, che, diversamente dalla maggior parte dei volumi, corrono parallele, una sulle pagine pari e una sulle dispari. Il Dizionario breve, che occupa le pari, è una serie di brevi storie raccolte dall’autore durante tanti anni di attività sacerdotale e di viaggi: incontri, vicende esemplari, tristi e lievi, osservazioni e momenti curiosi narrati con garbo e semplicità.

La sorpresa è nelle pagine dispari, la Termodinamica monastica, in cui sono allineate, proprio alla maniera dei volumetti della Legge di Murphy, leggi, appunto, corollari, considerazioni, vere e proprie battute sulla vita religiosa: molte legate ai valori che la ispirano, altrettante francamente spiritose su aspetti per così dire meno nobili della vita dei monasteri, o che ironizzano con gusto  su problemi e questioni anche spinose, e molte altre ancora che con un sorriso rivelano uno sguardo critico, forse un po’ rassegnato, su certe dinamiche della vita comunitaria non del tutto edificanti.

D’altra parte, dopo un inizio che recita così: «Motto di S. Agostino. Ama e fa’ ciò che vuoi», «Variante del Re David. Sì, ma stai attento con chi lo fai», ci si può aspettare di tutto.

Non mi resta che scegliere qualche esempio e strizzare l’occhio al padre rogazionista.

  1. Dilemma del pacco dono. La vocazione è un dono di Dio? Ma chi l’ha detto che era per me?
  2. Camel Trophy 1. È più facile far passare un cammello attraverso la cruna di un ago che far passare un postulante dal postulantato al noviziato.
  3. Sulle famiglie religiose 1. I Salesiani sono dappertutto, i Gesuiti ci sono già stati, i Rogazionisti vorrebbero andarci.
  4. Ammonimento di Maccari. L’attività del monaco cretino è molto più dannosa dell’ozio del monaco intelligente.
  5. Legge di Shanahan. La durata di una riunione aumenta col quadrato del numero dei frati presenti.
  6. Corollario di Tommaso da Kempis. Se vuoi vivere con Cristo crocifisso, entra in convento. Se vuoi vivere con Cristo risorto, resta dove sei.
  7. Assioma di Twain. Le cose buone nel convento: o sono contro la Regola, o offendono il Superiore, o fanno ingrassare.
  8. Mancanze. Due cose mancano quasi sempre in comunità: le chiavi dell’automobile e l’automobile.
  9. Amarsi ma non abbracciarsi. Con gli anni i frati diventano come i porcospini. Se lontani, vorrebbero avvicinarsi, se vicini, si pungono l’un l’altro.
  10. Tempi forti. I tempi forti della vita del frate: Natale, Pasqua, il 2° tempo di Inter-Juve.

Un trittico dedicato alle suore.

  1. Costante dei convegni. Un relatore e un numero infinito di suore.
  2. Considerazione di suor Scolastica. La cosa che tu hai appena finito di fare la tua tua consorella più antipatica l’aveva già fatta ieri.
  3. Breve di suor Germana. Ne uccide più la lingua che la spada. Ma anche la cucina del monastero non scherza.

E una chiusa che non ti aspetti.

  1. Seconda regola del predicatore. La miglior predica deve assomigliare a una minigonna: corta, aderente alla vita e aperta al mistero.

Gaetano Lo Russo, Termodinamica monastica e Dizionario breve di varia umanità, Editrice Rogate 2009.

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Chi sposerà il re di Polonia? (Giansenio)

Pur avendone nozione sin dalla scuola media, non avevo mai letto nulla di Cornelis Jansen, cioè Giansenio. Così ho approfittato di una «recente pubblicazione», tanto più che si tratta di una predica pronunciata nel 1628 per la riforma di un monastero benedettino. Il Discorso sulla riforma dell’uomo interiore, inoltre, è considerato, insieme con altri testi, all’origine della «prima conversione» di Pascal, il quale lo lesse quasi vent’anni dopo e ne fu profondamente colpito (la sorella di Pascal parla di «terribili attacchi» durante i quali «poteva bere solo liquidi caldi, goccia a goccia, con grande difficoltà, a causa di uno spasmo e di una parziale paralisi della gola. I piedi e le gambe erano come morti e doveva indossare delle calzature imbevute di acquavite per riscaldarne a poco a poco il gelo marmoreo. Oltre a ciò era tormentato da terribili mal di testa e sentiva le viscere bruciare»).

L’invito rivolto ai «generosi atleti di Gesù» è anzitutto quello di interpretare correttamente il senso di «riforma», che non è dare una forma nuova, bensì recuperare quella originaria, come già ha fatto il Signore (che «ha preferito rifare il vaso che era caduto dalle sue mani, e ridargli la prima forma che gli aveva impresso, piuttosto che gettarlo via dopo che si era rotto o rompere i pezzi che ne erano restati e farne un altro completamente nuovo»), e ricordare che Cristo «è forma di ogni riforma». Per far ciò bisogna avere chiara coscienza della triplice fonte del male: sulla scorta della prima Lettera di Giovanni (2:16), Giansenio punta il dito contro concupiscenza, curiosità e superbia.

La concupiscenza, che ha come scopo la voluttà, si riconosce e si combatte facilmente, ma è comunque ingannevole, perché spesso nasconde sotto ciò che è giusto (mangiare per vivere) ciò che è male (mangiare per gusto). Dunque «è più facile negarsi del tutto i piaceri, anche quelli legittimi, piuttosto che accettarne qualcuno senza commettere molti errori».

La curiosità è una brutta bestia, perché, oggigiorno, «è stata mascherata sotto il nome di scienza». Così ci perdiamo dietro ogni cosa vana, vogliamo sapere, provare, conoscere, siamo malati di novità che inquinano il nostro spirito e ci allontanano dalle cose divine. Se uno esercita una funzione pubblica, argomenta Giansenio, è giusto che sia informato, «ma perché noi semplici cittadini, non coinvolti nel governo dello stato, dovremmo preoccuparci di sapere cosa succede in Asia o quali imprese formino la Francia o quale principessa il re di Polonia vuole sposare? E poi che bisogno abbiamo di essere informati su tutto quello che accade dentro e fuori del nostro paese, sulla terra o sul mare?» (Con buona pace di scienziati e giornalisti.)

Il nemico peggiore è la superbia, perché «in fondo all’anima è impresso un desiderio di indipendenza, nascosto nelle pieghe più segrete della volontà». Qui non si può che confidare nella grazia, perché da soli non ce la faremmo mai. Qui anzi occorre essere in qualche modo grati dei peccati e delle occasioni di sofferenza, perché non ci montiamo la testa e perché «il peccato dell’orgoglio si deve guarire con altri peccati». Siamo deboli, fragili, incostanti, perché dobbiamo imparare che lo siamo.

Più che un discorso è una blindatura, poche parole per forgiare uno scafandro in cui restare chiusi (e sordi e ciechi) in attesa dell’«eternità che brilla lassù». Ecco allora che le violente somatizzazioni di Pascal assumono un colore diverso, e la tranquillità d’animo con la quale io, cinque secoli dopo, chiuso Giansenio, continuo a leggere le notizie sul futuro presidente della Polonia è la figlia riconoscente, ancorché quasi inconsapevole, anche di quei «terribili attacchi».

Cornelis Jansen (Giansenio), Discorso sulla riforma dell’uomo interiore, a cura di E. Violo, Aragno 2012.

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Lacrime, sudore e sangue

Uso molta prudenza quando faccio una gita in territorio mistico, più del solito, e tendo a seguire guide di comprovata esperienza, come Giovanni Pozzi e Claudio Leonardi, curatori di uno dei libri più belli (sì, belli, per concezione, realizzazione, struttura, ricchezza, leggibilità, ecc.) sull’«argomento»: le Scrittrici mistiche italiane.

Salvo i casi più noti, la lettura del volume si traduce in una scoperta dopo l’altra – già i nomi allineati nell’indice raccontano qualcosa: Umiliana Cerchi, Umiltà da Faenza, Villana de’ Botti, Osanna Andreasi, Domenica del Paradiso, Battistina Vernazza… dal 1235 di Chiara d’Assisi al 1973 di Angela Gavazzi. E presi per mano da introduzioni e note si può concentrarsi ora su labirinti teologici, ora su espressioni della corporeità più terrena, sempre su una lingua rigogliosa e piena di tensioni («Si ricorderanno i lessicografi che questi testi sono una riserva unica di lingua orale autentica, perché direttamente ripresa nella sua forma originaria almeno nelle trascrizioni delle estasi?» commenta padre Pozzi), che è stata sistematicamente esclusa dai percorsi della storia letteraria come comunemente la si studia.

Per cominciare, il corpo, la strada più agevole da percorrere, perché lì, tra l’altro, le metafore attingono più direttamente al quotidiano e si trovano fotogrammi estremamente vividi. E sempre lì si potrà osservare il sospetto e l’inesorabile volontà di controllo, da parte di un apparato ecclesiastico maschile, su certe manifestazioni che un tempo (XIII secolo) erano segni inequivocabili di estasi mistica, e oggi ad alcuni potrebbero sembrare quasi scene di un film di esorcismi. Un paio di esempi, tra i tanti, dopo aver letto un terzo del volume.

Benvenuta Bojanni (nata nel 1255, a Cividale) si sveglia dopo una notte tormentosa e «si accorse di molte gocce di sangue sul velo che teneva in capo e provò allora a vedere se avesse perso sangue dal naso, e poiché questo non era assolutamente accaduto, si accorse che erano state le sue lacrime ad aver preso il colore del sangue». Va in chiesa e si mette a pregare, non riesce a trattenere il pianto e «versò tanta moltitudine di lacrime che la parte del velo con cui si asciugava le lacrime si trovò inzuppata come se fosse stata tirata fuori dall’acqua». Se qualcuno avesse dei dubbi, può avere conferma da una testimone oculare, infatti «sulla panca su cui giaceva abbattuta, si vedevano rivoli e tracce di lacrime, come attesta la devota Giacomina, sua fedele segretaria [secretaria], che pregava vicino a lei». La stessa Benvenuta, va ricordato, che talvolta il demonio sollevava e gettava a terra «con tanta violenza… che il manto le sfuggiva via dal corpo», e che lei a sua volta buttava per terra e «postogli un piede sul collo prendeva a rimproveralo con oltraggiose parole, mentre sedendosi sopra di lui non lo lasciava fuggire».

Vanna da Orvieto (nata nel 1264), invece, è afflitta da episodi di immobilità assoluta, in cui mette per così dire in scena ciò che medita della Passione di Cristo o del martirio dei santi: quando il suo pensiero va a Paolo, «il suo corpo apparve come quello di uno che si dispone per essere decapitato, inchinato e con il collo proteso». Tanto che in quei momenti di fissità «se alcuno non conoscendola l’avesse veduta, l’avrebbe creduta morta… Avresti anche potuto vedere in quel momento come le mosche, che con voli fastidiosi e continue punture così spesso non danno pace, passeggiavano a schiere sfacciatamente sui suoi occhi». Talvolta è assalita da un calore sovrumano e «tutto il corpo si scioglieva in un sudore straordinario, tanto che bisognava che ella avesse sempre pronto un panno per asciugarsi di continuo il corpo del sudore che grondava»; altre volte si blocca come Cristo in croce («concrocefissa») e «mentre lei era in questa penosa estensione, [si] poteva udire uno scricchiolio delle ossa così forte da sembrare che si staccassero dalle loro giunture».

Scrittrici mistiche italiane, a cura di Giovanni Pozzi e Claudio Leonardi (prima ediz. 1988), Marietti 1820 2004.

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Vincent de Paul Merle, il monaco che perse la nave (Who’s Who, VIII, pt. 1)

Vincent de Paul (n. James) Merle, 1768-1853, o.c.s.o., «uno dei più tenaci trappisti che mai sia vissuto» (Th. Merton). Nato a Chalamont, non molto distante da Lione, entra nel monastero trappista di Val-Sainte, in Svizzera, nel 1805. Gli anni precedenti sono stati piuttosto complicati, per via della rivoluzione. Merle studia dai gesuiti a Lione e nel 1798 fa un primo tentativo di entrare a Val-Sainte, ma la salute non lo sostiene e torna in Francia. Ordinato segretamente sacerdote, si dedica a quel che resta dell’attività pastorale, cosa che gli costa l’imprigionamento, a Bourg, e, pare, la condanna alla ghigliottina. Riesce a evadere e si rifugia in una specie di seminario nascosto nei boschi. Dopo il concordato napoleonico ritorna all’attività pastorale e infine si presenta di nuovo a Val-Sainte, dove pronuncia i voti solenni.

L’abate, il famoso Augustine de Lestrange, il riformatore della Trappa, lo manda quasi subito al Monginevro per accudire una nuova fondazione, ma in breve il mutato clima generale spinge l’abate di Val-Sainte a cercare lidi più sicuri per i suoi monaci. Così Merle parte per l’America, con alcuni confratelli, e il 6 agosto 1812 approda a Boston.

Merle si muove molto, tra Pennsylvania, Maryland e New York, ma i tentativi di aprire una «filiale» trappista non hanno successo e circa tre anni dopo i monaci vengono richiamati dalla casa madre. È il maggio del 1815, Vincent de Paul, Francis Xavier e pochi altri confratelli sono sul molo di Halifax («è la prima volta che il saio bianco dei cisterciensi fa la sua apparizione nella Nova Scotia»), in attesa di un «passaggio» per l’Europa. Alla fine lo trovano e si imbarcano, con tutto il loro bagaglio, sulla Ceylon, ma il vento è contrario, e la nave non salpa. Passati due giorni, Merle scende a terra per comprare qualche provvista e, proprio mentre è in giro per la cittadina, il vento cambia. Il monaco se ne accorge, e corre al porto, ma è troppo tardi.

«Quando il buon padre arrivò al molo si rese conto con enorme stupore che la nave si era già allontanata parecchio. Provò a raggiungerla, a bordo di un’altra imbarcazione, ma inutilmente; ogni cosa era ormai perduta: il suo “passaggio”, i suoi confratelli, le sue cose. Ciò che gli restava in quel momento era il vecchio saio che indossava e la ghinea che aveva preso per acquistare del cibo.»

È impensabile che Vincent de Paul l’abbia fatto apposta, commenta Thomas Merton, «ma da quanto sappiamo del suo carattere non è improbabile che qualche impulso inconscio lo abbia spinto a girare per Halifax più a lungo di quanto non fosse necessario…» E non si fatica a crederlo, a giudicare dalle vicende degli anni successivi…

(1-continua)

[da Thomas Merton, Le acque di Siloe (1949), Garzanti 1992, pp. 123 e sgg.; Luke Schrepfer, Pioneer Monks in Nova Scotia (1947), Kessinger Publishing 2007, pp. 16 e sgg.]

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