Archivi del mese: febbraio 2012

Nazionale Fondatori (Beato Angelico)

Ai piedi del Cristo della spettacolare Crocifissione con i santi del Beato Angelico, a destra di chi osserva, è schierata una bella squadretta. L’affresco, databile tra 1440 e 1442, occupa una delle pareti della sala capitolare del Convento di San Marco a Firenze, e se a sinistra svolge una consueta iconografia legata al tema, alla città e alla committenza, sulla destra presenta appunto undici santi che, escludendone giusto un paio, rappresentano la nazionale dei fondatori degli Ordini monastici.

Da sinistra verso destra abbiamo infatti: 1) san Domenico, inginocchiato, davanti a tutti perché è il fondatore dell’Ordine cui appartiene il convento; 2) sant’Agostino, in piedi sotto il ladrone, fondatore degli agostiniani; al suo fianco 3) sant’Alberto da Vercelli, legislatore dei carmelitani e in un certo senso loro fondatore; inginocchiato davanti a questi ultimi un magrissimo 4) san Girolamo, fondatore dei geronimiti; seguito da un dolcissimo 5) san Francesco e da 6) san Bernardo, padre dei cisterciensi (un dettaglio dei tre si può vedere qui e qui).

Dietro san Bernardo ci sono 7) san Benedetto e 8) san Romualdo, fondatore dei camaldolesi. In primo piano, inginocchiato e con una mano sul volto, c’è 9) san Giovanni Gualberto, padre dei vallombrosani. Completano la squadra un massiccio 10) san Tommaso d’Aquino e 11) san Pietro da Verona, martire, entrambi domenicani.

Tra i convocati c’è anche un grande assente: san Bruno, il fondatore dei certosini, ma all’epoca del dipinto non era stato ancora canonizzato, quindi niente.

Prima o poi andrò a guardarli bene da vicino, questi venerabili monaci, ma so già che il mio preferito resterà Romualdo, torvo, corrucciato e con la vena gonfia.

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Il grande Monaco solitario e sociale (pt. 2)

(la prima parte è qui)

Distante ma vincolato, il monaco di Paolo VI, e non ignaro delle nuove istanze sociali che si muovono poco fuori le mura dell’abbazia, e che inevitabilmente, talvolta, le penetrano. I sei anni che separano l’omelia di Montecassino dal discorso che ricordavo all’inizio della prima parte non sono sei anni qualsiasi, e le nuove parole del papa riflettono, oltre alla consueta attenzione, anche la presa d’atto di ciò che sta accadendo per strada. C’è prudenza, allontanamento metaforico dalla realtà, lentezza vaticana, una punta di goffaggine e di disagio, ma è comunque chiaro di cosa stia parlando il papa.

Tra parentesi. Il discorso del 1970 può essere consultato nella versione «ufficiale» sul sito del Vaticano, ma può anche essere letto in volume nella versione completa delle cosiddette «glosse marginali», che il pontefice forse aggiungeva personalmente sull’onda del momento. In questo caso tali glosse sono molto interessanti, sia perché esprimono in maniera meno ingessata certi sentimenti (in una di esse, ad esempio, Paolo VI confessa la sua «connaturale preferenza» per l’Ordine benedettino e ricorda che «senza essere stati clienti assidui [sic] delle vostre abbazie, ne abbiamo però assorbito gli insegnamenti e gli esempi in alcuni nostri viaggi e in alcune nostre soste, rimaste indimenticabili e benefiche nello sviluppo spirituale della nostra anima»), sia perché a esse sono affidate considerazioni meno generiche e più dubbiose.

La società benedettina («questa antica formula, che sembra davvero galleggiare sopra le inquiete onde del tempo») non è un anacronismo e va più che mai additata ai monaci stessi e al mondo, in particolare alla luce dei suoi capisaldi: 1) l’obbedienza e il ruolo dell’abate, 2) la comunità, 3) la preghiera e la liturgia, 4) la frequentazione della Sacra Scrittura, 5) la dignità del lavoro.

Ed è proprio nei primi due punti che, se così si può dire, il Sessantotto si fa sentire. Anzitutto sul fronte dell’autorità: «E qui facciamo una glossa marginale…», dice appunto il papa, «richiamandoci all’attualità e alla gravità di questo problema… L’esercizio dell’autorità è diventato una delle cose più gravi, più difficili, più contestate e, nello stesso tempo, più necessarie proprio per la situazione sia civile che spirituale del mondo». L’autorità non si può toccare, avverte il papa, il suo modo sì; e qui Paolo VI concede con travagliata cautela un po’ di terreno: «Guarderemo davvero di rivedere il modus, l’arte, lo stile la forma che forse insensibilmente aveva in noi presentato delle forme che non sono di per sé così necessarie o autenticamente evangeliche» (e sottolineo con il corsivo una frase tanto insolitamente sgraziata quanto sintomo di difficoltà).

Per affrontare il tema della comunità il papa si affida invece, sempre in una «glossa marginale», a una molto più tranquilla metafora, quella dell’orchestra e del suo direttore, e, quasi stesse riferendo le novità del giorno ai venerabili abati, se ne esce con una frase dal tono sorprendentemente colloquiale: «È successo questo: è cambiata la musica, e il direttore d’orchestra occorre che cambi anche lui, che rimodelli se stesso per poterla davvero dominare e farla eseguire». E cosa, esattamente, è cambiato? La risposta, nel suo candore allibito, è a dir poco molto significativa: «La persona umana con il progresso moderno è emersa».

Il pontefice osserva lo spettacolo dell’esplosione sociale, senza nascondere il suo personale timore e senza arroccarsi (e come potrebbe?), dice che bisogna capire e lavorare e non tirarsi indietro, ma poi distoglie comunque lo sguardo: «E poi ci sono queste isole, le vostre, tranquille, ancora sullo schema di ora et labora», isole di rifugio, di conforto, di distacco, di esempio – Mi raccomando, almeno voi…, sembra sottintendere. Il mondo che circonda la Montecassino risorta («tanto perfezionato e orgoglioso di sé») non è l’impero romano in dissoluzione, ma il sentimento che ispira a Paolo VI è vagamente simile, e la bandiera del padre fondatore deve sventolare ancora come allora, con i suoi emblemi fondamentali di fede e unità, quell’«unità, a cui il grande Monaco solitario e sociale ci educò fratelli».

Solitario e sociale.

(2-fine)

Paolo VI, Omelia del 24 ottobre 1964, Montecassino; Discorso agli abati della Confederazione benedettina, Roma 30 settembre 1970; cfr. anche Luigi Crippa, Magistero e monastero. Avvio allo studio del recente magistero pontificio sul monachesimo benedettino, Editrice Domenicana Italiana 2011.

 

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Il grande Monaco solitario e sociale (pt. 1)

«Che fanno di bello e di buono i carissimi Monaci benedettini?» chiede papa Paolo VI alla fine del discorso del 30 settembre 1970 agli abati della Confederazione benedettina. La domanda in verità non è soltanto di cortesia e di interesse, bensì esprime la volontà della Santa Sede di essere informata sui progressi del monachesimo benedettino contemporaneo lungo la strada indicata dal papa, che infatti prosegue: «Muovono speditamente il passo nella direzione tracciata? Sono fedeli alle indicazioni conciliari e alle direttive della Chiesa?»

Tra i papi del XX secolo, Paolo VI è stato forse quello che ha mostrato maggiore partecipazione, competenza e sensibilità alle questioni monastiche, anche in relazione agli esiti del Concilio Vaticano II, e i suoi testi sull’argomento sono molto interessanti, sia da un punto di vista concettuale sia linguistico. (Sono anche stati raccolti in un volume, L’uomo recuperato a se stesso. Discorsi ai monaci, pubblicato dall’Abbazia di Praglia, che purtroppo non ho.)

Come l’omelia pronunciata in occasione della consacrazione della chiesa dell’archicenobio di Montecassino, il 24 ottobre 1964 (il giorno stesso della proclamazione di san Benedetto patrono d’Europa), ultimo atto della ricostruzione dell’abbazia dopo le distruzioni della seconda guerra mondiale. Il papa ne ripercorre la vicenda facendo perno sulla pace, quella del mondo («Vogliamo qui, quasi simbolicamente, segnare l’epilogo della guerra; Dio voglia: di tutte le guerre!») e quella dell’individuo («Qui la pace troviamo, come invidiato tesoro nella sua più sicura custodia»), e individuando nel monastero il simbolo e la realtà più forti del ritorno a essa. Mi piace che, come tanti, anche il papa veda nella comunità dei monaci il «quadro d’una piccola società ideale», il luogo dove trovano realizzazione una serie di cose che, pur applicando la tara laica, sono tutt’altro che disprezzabili: «l’amore, l’obbedienza, l’innocenza, la libertà dalle cose e l’arte di bene usarle, la prevalenza dello spirito, la pace in una parola, il Vangelo».

L’ideale realizzato di san Benedetto, secondo Paolo VI, è la chiave per il recupero della vita personale, «quella vita personale, di cui oggi abbiamo brama ed affanno, e che lo sviluppo della vita moderna, a cui si deve il desiderio esasperato dell’essere noi stessi, soffoca mentre lo risveglia, delude mentre lo fa cosciente» (il corsivo, mio, è dedicato a un’espressione in cui c’è tutto lo sguardo un po’ distante e incredulo del papa e anche la sua retroguardia). Il «chiostro benedettino» è lo spazio sul quale dovrebbe affacciarsi l’essere umano di oggi «per riavere dominio e godimento spirituale di sé», ed è un bene che il monaco mantenga la sua distanza dal mondo, «mondo stesso che egli ha lasciato, ed a cui rimane vincolato per le nuove relazioni, che la sua lontananza stessa viene a produrre con lui: di contrasto, di stupore, di esempio, di possibile confidenza e segreta conversazione, di fraterna complementarietà».

Parole scelte, come sempre, con molta attenzione.

(1-continua)

Paolo VI, Omelia del 24 ottobre 1964, Montecassino; Discorso agli abati della Confederazione benedettina, Roma 30 settembre 1970; cfr. anche Luigi Crippa, Magistero e monastero. Avvio allo studio del recente magistero pontificio sul monachesimo benedettino, Editrice Domenicana Italiana 2011.

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Il sapore dell’amore

Non credo all’«inesprimibile»… anzi, è più corretto dire che cerco di non praticarlo. Anche se si tratta di un artificio retorico carico di anni e di gloria, lo considero una scappatoia. Lo incontro non di rado nella letteratura monastica (e mistica) e tuttavia proprio in quelle pagine si rafforza la mia convinzione, perché sono pagine, appunto: dopo l’affermazione di rito, seguono parole che esprimono qualcosa, e quel qualcosa è ciò che conta.

L’ho incontrato di recente, l’appello all’inesprimibile, in un interessante «lettera-trattatello» di un anonimo monaco cisterciense del XIII secolo, il De amoris sapore, un argomento tipicamente cisterciense. È contenuto in un codice che viene datato tra il 1230 e il 1240, proveniente da Clairvaux e assemblato da un Giovanni che vi raccolse appunti e citazioni sul tema dell’amore di Dio. Anche alcuni particolari di contorno sono interessanti, ad esempio la nota che accompagna il titolo («Libro di Santa Maria di Chiaravalle. Sia benedetto chi ne avrà cura, sia maledetto chi lo porterà via. Ti prego, chiunque tu sia che leggerai questo libro, di ricordarti di Iohannes, che ha curato e trascritto questo libro. Egli ha dato a questo libro il titolo di Incenso delle Scritture [Resina Scripturarum]»), o il sottotitolo delle pagine in questione, che recita: «Trattato di un tale a un suo amico».

Richiesto di spiegare cosa sia, l’anonimo esordisce dicendo che «il sapore dell’amore può certamente essere sentito da qualcuno, ma non può essere spiegato da nessuno», se ne può fare soltanto esperienza. Stabilito questo, però, qualcosa si può dire, a cominciare dall’importanza del pianto come «introduzione» alla suddetta esperienza: le lacrime purificano lo sguardo affinché possa fissarsi sulla luce («è necessario che tu ponga nel Signore la tua intenzione e allontani l’oscurità degli occhi con il collirio delle lacrime [lacrimarum collirio]»); le lacrime, anzi una sola lacrima «dalla tua guancia salirà al cielo davanti agli occhi della maestà regale e, fedelmente, perorerà la tua causa».

Il tema vero e proprio viene introdotto da queste parole: «Penso, anche se non sono in grado di darne una definizione, che il sapore dell’amore sia, per così dire, una mescolanza di dolce e amaro, in certo modo un vino nuovo, profumato e gradevole al palato [quasi novum vinum odoriferum et sapidum], ma non puro». E viene successivamente sviluppato intorno al contrasto tra gaudium e dolor, con un grande sfoggio di chiasmi, ossimori e giochi di parole: dolore gioioso, amarezza dolcissima, struggimento delizioso, lacrimevole ardore, amore che ferisce, ferita che guarisce. Da questo fiorire di contrasti emergerebbe l’indicibilità, ma emerge anche la preoccupazione vivissima di differenziare l’esperienza dell’amore divino da quella dell’amore terreno, della quale pure si usa il lessico (seguendo inevitabilmente il Cantico). Tale intreccio di contrasti segnala soprattutto che il tempo dell’amore pieno non sarà mai questo, qui abbiamo soltanto una traccia per chi vuole mettersi sulla sua strada.

A questo proposito, tra l’altro, l’anonimo dedica un curioso inciso ai tre modi, sbagliati, di stare «lungo la via di questa vita»: ci sono infatti a) quelli che stanno distesi, attaccati alla terra (e quindi al ventre); b) quelli che stanno seduti (con un piede in due scarpe, insomma) e c) quelli che stanno in piedi e si guardano in giro curiosi. Nessuno di costoro giungerà mai alle «delizie spirituali», perché in qualche modo non spezzerà mai il proprio rapporto con la terra.

Soltanto coloro che sono in cammino, diretti al mondo che verrà e ignari di questo, le gusteranno, e saranno ricompensati del dolore che oggi li affligge. L’altro dolore, quello «degli uomini del mondo» che si struggono per i loro oggetti terreni d’amore,  è solo l’inizio di un dolore eterno, mentre quello di chi cammina (dei «penitenti, religiosi e devoti») è preparazione della gioia futura. Noi, che soffriamo per l’assenza dell’amato, perché non sta bene, perché non ci parla, perché se n’è andato, e che gioiamo per la sua presenza fisica, non capiamo e non sappiamo «che quel male [quello dei penitenti] è meglio di ogni bene e che essere privi di quel male non è nient’altro  che essere nel male». La vera gioia infatti «non potrà mai avere fine», conclude l’anonimo, il vero desiderio sarà colmato soltanto allora, «quando vedrai continuamente colui che amerai, e amerai con tutta la tua forza colui che vedrai».

Ma questo per me non è «inesprimibile», è esattamente quello che posso esprimere qui, adesso, nel corpo: vedere continuamente colui che amo e amare con tutta la mia forza colui che vedo. Sarà anche fragile e transitorio, «a scadenza» per dirla tutta, ma di sicuro non è «nel male» che ciò avviene.

Anonimo cistercense del XIII secolo, De amoris sapore. Il «sapore dell’amore» nel medioevo cistercense, a cura di Milvia Fioroni, Glossa 2011.

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In mezzo a tanta neve (Dice il monaco, III)

Dice Guigo I, certosino:

E poiché, assieme a tutti gli altri compiti che si addicono a una vita povera e all’umiltà, ci cuciniamo da noi stessi i cibi, gli [a colui che abita nella cella] sono date anche due pentole, due ciotole, una terza ciotola per il pane, oppure, al suo posto, un tovagliolo; poi una quarta ciotola, un po’ più grande, per lavarvi il necessario. Poi due cucchiai, un coltello per il pane, una coppa, un bicchiere, una brocca per l’acqua, una saliera, un piatto, due sacchetti per i legumi, un asciugamano. Per il fuoco: un fornello, dell’esca, una pietra focaia, della legna, una scure. Per i lavori: una pialla.

A colui che leggerà queste cose chiediamo che non ci derida e non ci biasimi se prima, per un tempo abbastanza prolungato, egli non sarà rimasto in cella in mezzo a tanta neve e a un freddo così terribile.

Guigo I, Consuetudini della Certosa (1125 ca.), in Fratelli nel deserto. Fonti certosine, II, a cura di C. Falchini, Edizioni Qiqajon 2000, p. 148.

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