Archivi del mese: novembre 2011

Furentes et vagantes (Circoncellioni, pt. 2)

 (la prima parte è qui)

Pur essendo stato «sconfitto» dal volume di Remo Cacitti sui Circoncellioni, come dicevo, qualcosa sono riuscito a metterlo insieme.

  • Siamo intorno alla metà del IV secolo, nell’Africa romana, le vicende della cristianizzazione dell’impero si intrecciano con le trasformazioni economiche, politiche e sociali, e i C. – setta eretica di monaci o movimento anarco-insurrezionalista – si trovano in mezzo.
  • Sono uomini e vengono «dal basso». Secondo alcuni sono «lavoratori agricoli stagionali, che vagavano incessantemente alla ricerca di un’assunzione per i lavori di mietitura» (Saumagne), secondo altri sono invece raccoglitori di olive, il che spiegherebbe perché fossero muniti di lunghi bastoni (Tengström). Un aspetto che ha sollecitato l’interesse della storiografia marxista e una lettura in chiave di lotta di classe.
  • Le forme di «terrore sociale» per le quali sono noti vanno dalla cancellazione forzata dei debiti alla rivolta contro i proprietari, in un quadro generale di «sovvertimento del rapporto schiavo-padrone».
  • La maggior parte delle fonti su di loro (Ottato di Milevi e Agostino in testa) sono avverse e li collegano alla controversia antidonatista («Un’orda di schiavi e coloni fuggiti, dediti a ogni sorta di efferatezza e ignominia»).
  • La doppia natura, religiosa e politica, li espone alla repressione da parte romana. Una seconda «decimazione» operata dagli emissari dell’imperatore Costante conduce a quella che la storiografia chiama «epidemia suicidaria», connessa con il tema del martirio.
  • Sono poveri e continenti.
  • Sono «agonistici» (oggi forse si direbbe «antagonisti»), combattenti, in lotta contro il saeculum, e dispongono «di una propria arma, che Agostino ci attesta essere un bastone, da costoro chiamato Israel [terribiles fustes  Israeles vocare]».
  • Sono nomadi. Si aggirano intorno alle cellae, siano esse «stabilimenti agricoli» o luoghi di culto, e il «vagabondare di quella multitudo insana di sancti, imputata proprio di scardinare l’ordinamento della società contemporanea, sembra perseguire il progetto di un’anticipazione del giudizio finale, modellato sull’esempio biblico dell’anno giubilare, così come declinato dalla tradizione millenarista».
  • Martiri (santi) o suicidi (pazzi)? Sembra prevalere la pratica della precipitazione: si buttano da dirupi e burroni («ex altorum montium cacuminibus viles animas proicientes se praecipites dabant», Ottato), ma si annegano anche, o si buttano nel fuoco, o provocano a tal punto le milizie da essere uccisi per reazione. (La trattazione del tema del martirio e della sua tradizione nel cristianesimo africano è sicuramente una delle parti più interessanti e complesse del volume.)
  • Tra parentesi. Ho appreso del Rito del Refrigerio, trasformazione cristiana dei parentalia  romani. «H.I. Marrou ha esaminato un reperto proveniente dagli scavi di un grande monastero sito a occidente della città di Thamugadi…: si tratta di un sarcofago, posto in posizione privilegiata nella chiesa, sulla cui copertura è stato praticato un foro ad imbuto, esattamente perpendicolare alla bocca dello scheletro maschile ivi deposto, sulla cui imboccatura era stato fissato un colum atto evidentemente a filtrare le libagioni offerte.»
  • Vengono dichiarati folli (furentes), perché «ciò che si oppone alla religio presenta ineluttabilmente i caratteri della follia e della sovversione». Nondimeno, dal loro punto di vista, così difficile da scorgere, tutti i loro tratti potevano essere letti all’opposto: sono profeti, sono monaci, sono missionari, esprimono un puro radicalismo evangelico. «Se questa lettura delle fonti è corretta», scrive Cacitti, «allora giova rimarcare come al movimento dei C. potrebbe essere riconosciuto se non il primato, certo la precocità dell’introduzione del monachesimo in Occidente, in forme indubbiamente altre se non opposte a quelle del cenobitismo egiziaco, ma pur sempre riconoscibili nei loro fondamentali caratteri di rinunzia alle ricchezze, al potere e all’esercizio della sessualità. Né va peraltro dimenticato come il monaco si autocomprenda come l’autentico successore del martire, e il C., in un impero divenuto per editto cristiano, riassume icasticamente entrambe le figure.»
  • La loro fama, e il loro nome, durò a lungo, fino all’VIII, al IX secolo e oltre. Come il quidam clericus de circumcellionibus scorto da Carlo Magno in una certa basilica, o come i due demoni che irrompono in una cella del monastero dell’abate Guiberto di Nogent (inizi del XII) e aggrediscono un vecchio assopito che «svegliatosi di soprassalto, scorge il primo a capo scoperto, fulvo, con barba incolta e arricciata, il quale, “ut solent hujusmodi circumcelliones”, camminava a piedi nudi, sporchi di fango raggrumato negl’interstizi delle dita dei piedi, come se da poco l’avesse calpestato».

(2-fine)

Remo Cacitti, Furiosa turba. I fondamenti religiosi dell’eversione, della dissidenza politica e della contestazione ecclesiale dei Circoncellioni d’Africa, Edizioni Biblioteca Francescana 2006.

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I love shopping (monks)

È evidente come certe volte io compri libri sui monaci con la stessa disposizione psicologica con la quale altre persone si indirizzano verso altre categorie merceologiche. È una «contentina», una «ricompensa» per una giornata che si sarebbe portati a definire dura: «Insomma, adesso stacco il telefono e mi compro quel bel volume sui certosini che ho visto ieri. Magari lo trovo pure in saldo». Da quando poi acquisto anche online…

Proprio ieri mi è arrivato un libro fantastico, un’edizione anastatica print-on-demand di Legends of the Monastic Orders as Represented in the Fine Arts, di Anna B. Jameson, apparso per la prima volta a Londra nel 1863, presso Longman, Green, Longman, Roberts & Green. L’ho appena sfogliato. Mrs. Jameson spiega nella prefazione, con un ineccepibile e smagliante stile anglosassone, le ragioni dell’opera: «Un tentativo di realizzare una cosa che non era mai stata fatta: interpretare, per quanto in una dimensione limitata e con una conoscenza assai manchevole, quelle opere d’arte che le chiese e le gallerie del Continente, e le nostre ricche collezioni, ci hanno rese familiari come oggetti di apprezzamento estetico, pur rimanendo dimenticate come temi di riflessione; mostrare come, mentre ci siamo saziati di considerare i dipinti sacri come semplici decorazioni, valutati più per i nomi a essi collegati che per il loro intrinseco valore, non li abbiamo sufficientemente esaminati come se fossero libri – poesie – con una vitalità e necessità loro proprie, nel bene e nel male, rinunciando pertanto a una rigogliosa fonte di delizia e accrescimento, quale si può trovare nella maggior parte di essi, anche in quelli meno notevoli in senso strettamente artistico».

Poi l’indice, meraviglioso, una specie di cartina di una terra incantata: «Historical and Moral Importance of the Monastic Subjects, generally and individually», «Effigies of the Benedictines interesting and suggestive under three Points of View», «The proper Habit, sometimes white, and sometimes black»; e poi una schiera di santi: St. Bridget of Sweden e St. Nilus of Grotta Ferrata, St. Chad of Lichfield e St. Guthlac of Croyland, St. Charles Borromeo e St. Philip Neri, St. Etherlreda e St. Ludmilla.

Poi, ancora, l’introduzione, dove si legge: «In primo luogo il monachesimo nell’arte, considerato in senso lato, è storicamente interessante, in quanto espressione di un’epoca fondamentale della civiltà. Abbiamo superato i rozzi pregiudizi che un tempo indicavano nella vita claustrale un ricettacolo di pigrizia e inganno; ora sappiamo che, non fosse stato per i monaci, la fiaccola della libertà, della letteratura e della scienza si sarebbe spenta per sempre, e che, per almeno sei secoli, per gli animi riflessivi, gentili, indagatori e devoti non c’era pace, né sicurezza, né casa se non in un monastero. […] E possiamo aggiungere un altro sostegno al nostro rispetto e alla nostra simpatia morale: la protezione e l’istruzione date alle donne in queste antiche comunità», l’accesso a ruoli di potere, la loro rappresentazione santa e autorevole «produssero, forse, maggiori risultati per la causa femminile che tutte le celebrate istituzioni della cavalleria».

Dopodiché si aprono 460 pagine fittissime di notizie, spunti, citazioni, incisioni, storie, curiosità…

Come spesso accade agli oggetti delle altre categorie merceologiche di cui si diceva all’inizio, anche questo libro è finito momentaneamente su un ripiano insieme ad altri come lui. La sua prima funzione l’ha assolta, molto bene. Ma sono sicuro che tra un paio di giorni comincerò a leggerlo, al massimo la settimana prossima.

(Ah, la cosa più divertente, che ho scoperto dopo, è che, volendo, lo si trova anche qui.)

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«Mai fissi, mai stabili» (Circoncellioni, pt. 1)

La gioia (be’, sì) di aver trovato un testo dedicato interamente ai circoncellioni è stata pari al rammarico di non essere all’altezza del suddetto testo.

Il primo contatto con questa misteriosa setta eretica, comparsa sulla scena della storia del cristianesimo nella prima metà del IV secolo, in Africa, l’ho avuto leggendo la splendida Piccola enciclopedia delle eresie cristiane di Michel Théron: «Il loro nome viene dal latino circumcellio, composto da circum, “intorno”, e cella, “abitazione”, dal momento che questi eretici andavano di casa in casa predicando la loro dottrina», scrive brevemente Théron, e li classifica come «donatisti intransigenti», poiché non ammettevano che per paura della persecuzione e del martirio si potesse rinnegare la propria fede, chi lo faceva era dannato. Punto.

Poi li ho incrociati nel De opere monachorum di sant’Agostino, che peraltro, ho scoperto in seguito, è considerato la fonte più importante di notizie sui circoncellioni. Nel capitolo 28, 36, senza nominarli direttamente (come fa invece nelle opere antidonatiste), Agostino attribuisce al «nemico infernale» la responsabilità di aver sparso dappertutto, allo scopo di infangare il nome dei veri monaci, «tanta gente ipocrita ricoperta del saio monacale: gente che gironzola [circumeuntes] per le province senza che si sappia chi li abbia mandati, gente in perpetuo movimento, mai fermi, mai stabili. E ce ne sono di quelli che fan commercio con le reliquie dei martiri (seppure sono dei martiri!)… E tutti chiedono, tutti pretendono: incassi d’una mendicità redditizia, prezzo d’una santità simulata». Quando poi vengono catturati, si lamenta Agostino, sono definiti genericamente monaci (sub generali nomine monachorum) e quelli autentici ne soffrono un grave danno d’immagine.

Infine son saltati fuori nel libro di Cardini su Cassiodoro. Eccoli lì, tra i vari fenomeni che lo studioso ricorda per smentire l’immagine tradizionale di un passaggio dell’Impero romano dal paganesimo al cristianesimo senza sussulti: «L’Alto Egitto era letteralmente pattugliato dai monaci, guidati da Scenuda di Atripo, che perquisivano le case dei pagani alla ricerca di idoli da distruggere. Nell’Africa settentrionale bande di monaci itineranti detti circumcelliones battevano le campagne alla ricerca dei nemici della fede al grido di “Dio sia lodato!”, armati di pesanti bastoni chiamati Israel».

Si può immaginare dunque la mia soddisfazione quando sono entrato in possesso di Furiosa turba. I fondamenti religiosi dell’eversione, della dissidenza politica e della contestazione ecclesiale dei Circoncellioni d’Africa di Remo Cacitti. Altrettale è stato, come dicevo, il mio cruccio nel momento in cui mi sono reso conto – non ci è voluto molto – che il prezioso volume non era alla mia portata. Perché è dotto, fitto di riferimenti e tutte le citazioni, parecchie, sono in originale, lingue classiche e moderne – e non sto dicendo che siano difetti, niente affatto. Scorro sconsolato le poche sottolineature che ho fatto, con la vaga consapevolezza del rilievo storico del fenomeno («il rapporto – evidenziato ma non giustificato dai testimoni antichi del movimento – tra la loro facies religiosa e la loro indole eversiva») e poco di più.

Vediamo cosa.

(1-continua)

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Pesci e scrivani (Vivarium, pt. 2)

(la prima parte è qui)

Ciò che contraddistingue Vivarium e lo rende unico è tuttavia un’altra cosa, il vero progetto di Cassiodoro: l’assoluta centralità dello scriptorium, e più ancora della biblioteca che ne deriva. «Una biblioteca», scrive Mauro Donnini, «nata ed accresciuta secondo le intenzioni del fondatore che dei suoi libri conosceva  non soltanto la sistemazione, perché l’aveva curata personalmente, ma anche i testi, perché li aveva studiati, annotati, arricchiti di segni critici…» E commenta Cardini: «Lo scopo eminente [di Viviarium] non era infatti l’unione fra preghiera e lavoro in generale, ma piuttosto la pratica di un tipo preciso di lavoro: lo studio, la copiatura, la composizione di libri contenenti testi della tradizione antica e di quella patristica» – una vera attività editoriale. Un’attività che comportava reclutamento, preparazione, organizzazione, scelte, procedure proto-filologiche, costi per i materiali, definizioni di norme calligrafiche (non per niente l’ultima opera di Cassiodoro fu un De ortographia): «tutto ciò ha dell’incredibile», conclude Cardini, che considera Cassiodoro «il padre delle biblioteche d’Occidente».

Già dall’indice delle Istituzioni si capisce la centralità della questione: si va infatti da «Sulla cautela  con cui si deve correggere la Sacra Scrittura», a «Sull’aggiunta dei segni critici», a «Sui copisti  e sul ricordo dell’ortografia». E colpisce anche l’evidente affetto con il quale Cassiodoro si riferisce ai volumi. Quando ad esempio invita i suoi monaci a studiare i classici della medicina per poter curare gli ammalati, così annota: «Leggete, infine il libro Sulla medicina di Celio Aurelio e quello Sulle erbe e sulle cure di Ippocrate e diversi altri trattati di medicina, che con l’aiuto di Dio ho lasciato riposti negli armadi della nostra biblioteca».

I monaci che svolgono questa attività devono aver studiato ed esser preparati nella cura e nel confronto dei testi, sono suddivisi in notari, rilegatori e traduttori (molto importanti furono infatti le traduzioni dal greco) e sono esentati dai lavori manuali. Perché «io confesso», ammette Cassiodoro, «che, fra tutti i lavori fisici da voi svolti, preferisco, non senza una giusta ragione, quello dei copisti, quando ovviamente scrivono senza errori… Santa attività, lodevole occupazione quella di predicare agli uomini con la mano, parlare con le dita, elargire la salvezza ai mortali senza parlare e combattere contro le illecite insidie del diavolo con penna e inchiostro. Satana, infatti, riceve tante ferite quante sono le parole del Signore scritte dal copista».

(2-fine)

(Notizie e citazioni da Franco Cardini, Cassiodoro il grande. Roma, i barbari e il monachesimo, Jaca Book 2009.)

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Pesci e scrivani (Vivarium, pt. 1)

Ho letto Cassiodoro il grande. Roma, i barbari e il monachesimo, di Franco Cardini, e finalmente ho imparato qualcosa sul monastero di Vivarium, praticamente coevo della Monte Cassino di Benedetto da Norcia (morto verso il 547) e con cui condivide tratti significativi per lo sviluppo successivo del monachesimo altomedievale (Cassiodoro, scrive Cardini, «sta in un rapporto difficile a cogliersi fino in fondo con il monachesimo benedettino e quindi con la fondazione dell’esperienza monastica occidentale, tesa appunto tra Vivarium e Montecassino»). Due modelli simili, uno dei quali, seppur faticosamente, è ancora lì, mentre l’altro è scomparso insieme al suo fondatore, tanto che soltanto in tempi recenti si è giunti a una ragionevole certezza, ad esempio, circa la sua ubicazione: contrada San Martino di Copanello, nei pressi di Squillace (Catanzaro).

Nato proprio a Squillace (Scolacium), da famiglia patrizia di origine siriaca, Cassiodoro vi fa ritorno verso il 554, quando ha tra i sessanta e settant’anni di età, dopo aver partecipato in ruoli non secondari alle vicende della monarchia gota di Teodorico e dei suoi successori, e su un terreno di proprietà fonda Vivarium (come dice l’abate Zanella: «l’antico lido in cui Cassiodoro al tempo antico depose il fasto delle corti infido»). Il nome deriva dall’esistenza di alcune vasche per l’allevamento dei pesci (c’è persino una località che tramanda ancora la tradizione, le «vasche di Cassiodoro»), «ma è ovvio pensare che le piscine, importantissime per l’alimentazione dei monaci, avessero un valore profondamente simbolico: il pesce richiamava un celebre simbolo del Cristo e rappresentava la salvezza delle anime, la salute spirituale. Il monastero era la Vera Piscina, i monaci fedeli e ubbidienti i Veri Pesci».

L’organizzazione del monastero è in larga misura sconosciuta. Si sa che aveva una dépendance per i monaci che volevano trascorrere periodi di eremitaggio, ma non si sa se vi vigesse una Regola (un’ipotesi avanzata è che vi fosse seguita la Regola del Maestro, una delle fonti dirette della Regola di Benedetto). Quello che Cassiodoro dice a riguardo, brevemente, nelle Istituzioni (che sono la fonte principale delle notizie su Vivarium), è che è sufficiente seguire «sia le regole dei Padri sia gli ordini» del superiore. Ciò che invece non smette di sottolineare è l’amenità e la fertilità del luogo, che, oltre a rendere piacevole il soggiorno, devono stimolare vieppiù alle opere di carità: «Avete il mare talmente vicino che si presta a vari tipi di pesca e il pesce pescato può essere riversato, a vostro piacimento, nei vivai»; «La posizione del monastero vi invita a preparare cose per i pellegrini e i poveri, poiché avete orti provvisti di acqua e il vicino corso del torrente Pellene»; «Abbiamo fatto costruire anche bagni perfettamente adatti per gli ammalati, ove scorrono convenientemente limpide acque gradevolissime sia per bere sia per bagnarsi».

(1-continua)

(Notizie e citazioni da Franco Cardini, Cassiodoro il grande. Roma, i barbari e il monachesimo, Jaca Book 2009.)

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