Archivi del mese: settembre 2011

Il mosaico

Mi hanno ricordato, correttamente, il pericolo di sicuro fraintendimento che corro con queste note quando applico categorie inadatte a un fenomeno che può essere compreso soltanto all’interno di un preciso contesto. In altre parole: che senso ha avvicinarsi al monachesimo con «occhi laici»? Dico «ricordato» perché si tratta, ovviamente, di un dubbio che ho sempre avuto, ma che è giusto rinverdire. In altre parole ancora: sì, leggi leggi, ma rimani necessariamente fuori, non capisci la lingua e interpreti male e vedi cose che non ci sono, fantasmi.

Ho reagito – anche se penso che sia un ostacolo inaggirabile – come faccio sempre, aprendo un altro libro: Il Povero e la bambina. Storia di una monaca di clausura, e proprio nella Prefazione del Preposito generale dei Carmelitani scalzi, Saverio Cannistrà, ho trovato queste parole: «Dalla lettura di queste pagine si vede bene come le domande che la gente comunemente pone alle monache di clausura non possano trovare risposta se non accettando di lasciarsi coinvolgere almeno un poco nella relazione che è al centro della loro vita, quella con Gesù Cristo. Senza questa empatia, tutto è suscettibile di essere interpretato con altre categorie, e così in qualche modo frainteso. Teresa [d’Avila] direbbe che diventa impossibile comunicare, come se si parlasse arabo». Ecco appunto.

Sono andato avanti ugualmente e ho letto la storia di «una carmelitana» con grande… Stavo per dire, come tante altre volte, «interesse». Ma qual è la sostanza di questo «interesse»? Ho letto la vicenda della vocazione, dei dubbi e infine del discernimento conquistato a fatica grazie alle parole dei grandi autori carmelitani e soprattutto di Teresa d’Avila («La grande Teresa aveva fatto luce, mi aveva indicato la strada, e mi fidai. Una donna sente al volo quando un’altra donna dice il vero»). Ho letto dell’ingresso al Carmelo («Il Carmelo non è fatto per anime che vogliano fuggire dal mondo, ma che intendono vivere sprofondate nel cuore del mondo!»), del percorso anch’esso faticoso all’interno della comunità, degli aspetti della vita quotidiana mescolati con quelli spirituali – il «paradosso» che tiene uniti cielo e terra. Ho letto molte indicazioni per così dire preziose: «Insopportabile non è la sofferenza ma la solitudine. È ciò che mi sento di dire, dopo anni di vita carmelitana…», «Teresa ha pensato i suoi monasteri come scuole di relazione», molte altre. E infine la citazione di don Milani: «Ho voluto più bene a voi che a Dio, ma ho speranza che lui non stia attento a queste sottigliezze e abbia scritto tutto sul suo conto», parole che l’autrice così commenta: «Con onestà, credo che la carmelitana potrebbe paradossalmente ripeterle davanti a ogni sorella e, in lei, a ogni uomo».

D’accordo, questo è importante per provare a capire, ma, ripeto, perché mi interessa? Oggi, molto approssimativamente, potrei dire che, sebbene non creda (uso questo termine per semplificare) all’esistenza di una vicenda eterna, bensì alla realtà di una vicenda fisica, biologica, storica, economica e sociale complessa al punto da apparire trascendente, trovo comunque utile ascoltare chi è giunto a conclusioni differenti. Una formulazione molto insoddisfacente, forse è meglio dire che non lo so.

A conclusione delle sue riflessioni sulla clausura la «carmelitana» riassume così: «Dialogo, condivisione, lectio della Parola, fedeltà alla Regola diventano momenti privilegiati che permettono a ognuna di essere quel pezzetto di mosaico che in modo unico e irripetibile è chiamata a realizzare nel proprio monastero» (p. 89). Il corsivo su «unico e irripetibile» l’ho messo io perché quello, forse, dentro e fuori il monastero, è uno dei punti di maggior distanza. Distanza forse incolmabile, perché io credo che, a malincuore, si debba perlomeno aggiungere sostituibile.

«Una carmelitana», Il Povero e la bambina. Storia di una monaca di clausura, Edizioni OCD 2011.

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Legna sottile (Dice il monaco, I)

Dice* Doroteo di Gaza (sec. VI):

Vi faccio un esempio perché possiate capire. Chi accende il fuoco ha soltanto un piccolo pezzo di carbone infuocato: questo carboncino è la parola del fratello che ci ha offeso; non è che un carboncino; che altro può essere la parola di un tuo fratello? Se la sopporti, spegnerai il carbone. Ma se cominci a pensare: «Perché mi ha detto queste cose? So io come rispondergli!», e: «Se non avesse voluto offendermi, non l’avrebbe detto. Sappi che anch’io so come fargli del male!», allora metti sul fuoco della legna sottile, come chi accende il fuoco, e fai del fumo: il turbamento. Il turbamento consiste nel rimuginare i nostri pensieri fino a eccitare il nostro cuore, e questa eccitazione diventa audacia temeraria.

Insegnamenti, 14, 154, citato in AA.VV., Il deserto di Gaza. Barsanufio, Giovanni e Doroteo, Edizioni Qiqajon, Bose, 2004, p. 297.

(* Nuova rubrichetta: «Dice il monaco».)

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Reperti, 7-8

7. Comparse monastiche. Ce ne sono due in Come Dio comanda di Niccolò Ammaniti. Una più strana dell’altra, direi. La prima, nel capitolo 7, è un’immagine riferita a uno dei suoi protagonisti, Rino Zena, che odia un tizio «con la stessa devota intensità con cui un monaco cistercense ama il suo Signore» (non un monaco generico, no, un cisterciense). La seconda, nei capitoli 223 e 227, in cui un altro dei protagonisti del romanzo, Beppe Trecca, bloccato in una coda, vede nell’auto accanto alla sua un frate/monaco (peccato veniale) e, spinto dal suo rovello, decide di parlargli. Il frate, che guida un’Espace, e che ha due cani San Bernardo (nientemeno che Tristano e Isotta) sui sedili posteriori, ascolta le parole del Trecca e, alla fine di quella specie di confessione, lo invita a seguirlo senza indugio alla Casa Ospitaliera del Passo del Gran San Bernardo: «Devo farti incontrare i miei superiori. Ti rendi conto di quanto la tua storia può essere utile ai giovani? In questa società che ha perso la fede tu sei un faro che brilla nelle tenebre». Riavutosi da un breve smarrimento, il Trecca scappa.
Niccolò Ammaniti, Come Dio comanda (2006), Mondadori 2009, p. 23 e pp. 441, 445-47.

8. Fratello Nostradamus. A pagina 103 dell’ultimo numero di Chi (n. 39 del 14/09/2011) spicca il titolo «L’uomo che predisse l’11 settembre». Si tratta di Thomas Merton, il monaco trappista più famoso di tutti, che nel 1947, ben prima che il World Trade Center fosse addirittura progettato, pubblicò una poesia intitolata Nelle rovine di New York, nella quale tra l’altro si può leggere: «Come sono abbattute, come sono crollate / quelle grandi e potenti torri di ghiaccio e acciaio! / E fuse da quale terrore e da quale miracolo? / Quali fuochi e lampi hanno distrutto, / con la rabbia livida del loro improvviso rimprovero, / quelle torri di argento e acciaio?» (in Figures for an Apocalypse). I versi di Merton, opportunamente ritagliati da un testo più lungo e pianamente simbolista, circolano già da un po’ in associazione con la distruzione delle Torri Gemelle – occasione troppo ghiotta –, e l’articolo gioca comprensibilmente con il tema: «sconcertante profezia»,  «sconcertante e sconosciuto richiamo ai fatti dell’11 settembre», «misteriosa previsione», «particolari inquietanti», per affidarsi poi alle risposte di Maurizio Renzini, presidente della Associazione Thomas Merton Italia, che si mantiene in equilibrio tra informazioni precise e curiosità. (Che l’occasione fosse molto ghiotta lo dimostrano pubblicazioni come questa, che però non ho letto.)

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Ciliegie 2, o: l’abate Gandalf

L’ho già fatto e lo farò ancora. Periodicamente m’imbatto in nomi troppo «divertenti», e me li devo segnare…

1. Ottato di Milevi
2. Febadio di Agen
3. Restituto di Cartagine
4. Eustazio di Sebaste
5. Teodoro di Mopsuestia
6. Maratonio di Nicomedia
7. …

Avevo quasi completato questo elenco di nomi curiosi quando mi sono fermato. In questo momento sulla scrivania ci sono: una ghiottissima Storia del monachesimo occidentale. Dal Medioevo all’età contemporanea (di Mariano Dell’Omo), nuova di zecca; la fondamentale Vita di santa Macrina di Gregorio di Nissa e il sorprendente Commonitorio. Estratti di Vincenzo di Lérins (dal quale stavo estraendo il secondo «undici»).

Non ho finito con i monaci, anzi, non credo che finirò mai, anzi, ho appena cominciato. Mi sforzerò di leggere quello che c’è scritto senza travisarlo, seguirò di nota in nota tutto quello che mi riuscirà, ascolterò. Però sarei disonesto se non confessassi che quando leggo i «miei» monaci mi sento – anche? in fondo? sotto sotto? talvolta? – non molto diverso da quando leggo Il Signore degli Anelli.

Bella scoperta, si dirà.

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