Archivi del mese: agosto 2011

Singolare / particolare (Claude Martin, 4)

Sul tema dell’individualità in una comunità, quella monastica, le cui regole in un certo senso collegano la perfezione del singolo al suo sostanziale annullamento, ho trovato una riflessione interessante in alcuni testi del benedettino Claude Martin (1619-1696), del quale ho già scritto qualcosa. Non ci vuole molto, poi, a considerarlo un argomento cruciale, dentro o fuori le mura del monastero, in relazione ad altre forme di comunità, a certi eventi storici o a un più lungo «movimento». Tanto per sfruttare un appiglio: «A partire dal moderno, ogni individuo ha cominciato a sentirsi in diritto di mettere in questione qualsiasi ordine. Ma c’è di più: è a partire dal moderno che gli individui vengono concepiti come uguali, e non tanto perché tutti figli di Dio, redenti dello stesso sangue di Cristo, responsabili della loro salvezza – o a essa destinati –, ma perché vengono assunti come singolarità originariamente separate e come tali antagoniste» (Salvatore Natoli).

Ecco, proprio il termine singolarità è spuntato da una pagina di Martin, che tra l’altro nel moderno, da un punto di vista anagrafico, era totalmente immerso. Una delle sue preoccupazioni riguarda infatti il rapporto dinamico che si stabilisce tra il singolo monaco e la sua comunità, nonché, in prospettiva più ampia, dati i tempi, il suo Ordine. La Regola della specifica Congregazione cui si appartiene sancisce modi e limiti della propria condotta, nondimeno l’orizzonte primario dello scopo di tale condotta non è comunitario, bensì individuale, poiché la perfezione del cammino e la salvezza finale sono, appunto, personali. Così, Martin distingue ciò che è comune (p.es. l’ufficio divino e il lavoro) da esercizi «più legati all’appropriazione personale [particuliers] che si praticano nel segreto» (come il timore di Dio, la devozione o la castità). Da questa distinzione deriva l’impianto fondamentale della sua opera sulla Regola di san Benedetto: quello che si fa insieme, secondo l’orario, e quello che si fa da soli, in ordine di importanza.

Degli esercizi particolari si è personalmente responsabili ed essi richiedono un’attenzione speciale, poiché «l’espressione “spirito particolare” si può prendere in buona o cattiva parte. Si prende in cattiva parte quando viene usata per alludere ad alcune pratiche particolari che combattono lo spirito della comunità e che tendono a distruggere quello dell’Ordine. È propriamente ciò che si definisce singolarità, un vizio verso cui i santi Padri, che hanno fondato qualche specie di comunità, hanno nutrito estrema avversione e hanno considerato come una peste che non tendeva a nulla di meno che alla distruzione del loro progetto». La grande vicenda che si sta svolgendo nel mondo ha il suo corrispettivo in ciò che può accadere nel chiostro: la singolarità è una degenerazione, sintomo dell’individuo che si oppone alla comunità, all’Ordine (su maiuscola o minuscola qui si può aprire la discussione), che va, o crede di andare, per la sua strada; la particolarità buona, invece, è una grazia, il dono di una virtù o di una devozione sulla quale ci si concentra più che sulle altre, all’interno di un sistema «ordinato».

Per riconoscerla, tale giusta particolarità, bisogna partire dal suo negativo: «Infatti non c’è nessuno che non abbia il suo vizio nascosto… che è una certa inclinazione che porta l’anima a un peccato piuttosto che ad un altro perché, benché la natura sia corrotta in noi tutti, tutti non hanno però le stesse inclinazioni corrotte». Tutti abbiamo il nostro piccolo vizio (vice mignon), o vizio dominante, e quindi la nostra virtù particolare non sarà altro che il suo contrario, l’arma con la quale lo sconfiggeremo in quotidiana battaglia (tra l’altro, sempre sulle orme di Benedetto, anche Martin fa riferimento all’abitudine come a uno strumento potente, per lo meno per cominciare: «Fare ogni giorno un certo numero di atti interni o esterni al fine di formare l’abitudine»; uno strumento aconfessionale, si potrebbe dire, se si pensa ad esempio alla riemersione del concetto di «dipendenza positiva» nell’odierna ondata di self-help).

Ma quale sarà la virtù se il vizio è proprio quello di «mettere in questione qualsiasi ordine»? Non lo so. Per ora so soltanto che nei grandi singolari quel vizio è, forse, la virtù principale, e che i plurali (più ancora che i particolari) come il sottoscritto seguono e ringraziano.

(Citazioni e spunti da Claude Martin, Pratica della Regola di san Benedetto, a cura di A. Valli, Glossa 2009.)

 

 

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Castori (Reperti, 6)

Nel suo diario degli anni 1941-45, alla data del 16 agosto 1942, Ernst Jünger annota una visita che ha compiuto all’abbazia (lui la chiama «collegio») cisterciense di Vaux-de-Cernay, presso Rambouillet, restaurata da un Rothschild a partire dal 1873 (ora è un hôtel particulier). Ci va perché all’abbazia ha stabilito la sua residenza estiva il comandante militare della Francia occupata, il generale Carl-Heinrich von Stülpnagel. «Il soggiorno», scrive Jünger, «offre la possibilità di fare e dire ciò che si ritiene giusto, e vien risparmiata la presenza dei lèmuri» (Stülpnagel avrà poi una parte nel tentativo di Stauffenberg di eliminare Hitler e per questo sarà giustiziato), ma naturalmente anche di fare passeggiate e di ammirare gli edifici abbaziali: «La regione boscosa è umida, anzi paludosa, secondo il gusto dei cistercensi, che costruivano come i castori».

Ernst Jünger, Irradiazioni. Diario 1941-1945, Guanda 1995, p. 120.

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«Essene»

La prima cosa che mi ha colpito sono state le facce dei monaci, per la precisione le barbe, le basette, i baffi, i capelli lunghi, i codini. Non mi sarei dovuto stupire, perché è il 1970 e siamo negli Stati Uniti e non si capisce perché l’atmosfera di quegli anni non avrebbe dovuto in qualche modo attraversare le mura di un monastero benedettino.

Uscito nel 1972, Essene fu realizzato dal documentarista statunitense Frederick Wiseman nel monastero di Three Rivers, nel Michigan, una «comunità maschile della Chiesa episcopale che vive sotto la Regola di san Benedetto» (così recita il sito della St. Gregory’s Abbey, che credo ne sia l’attuale denominazione). Girato in bianco e nero, con un apparente stile da cinéma vérité (ma Wiseman rifiutò decisamente la definizione), il film ci fa partecipare a diversi momenti della vita comunitaria quasi fossimo seduti in mezzo ai monaci o camminassimo con loro per i campi circostanti o fossimo in chiesa per le ore canoniche (peraltro aperte ai fedeli della zona). Soprattutto ce li fa ascoltare, i fratelli.

Mi hanno colpito gli aspetti superficiali, quelli tricologici, come dicevo, o la visita al drugstore per l’acquisto di un pelapatate, o l’ufficio in parte gregoriano in parte accompagnato da una chitarra rigorosamente West Coast, o ancora il taschino con le penne american style e le sigarette belle tranquille. Mi hanno colpito le molte conversazioni a due, dalle quali emergono con sincerità le difficoltà di convivenza, le antipatie generate proprio dalla prossimità (un monaco, ad esempio, non è molto contento dell’uso del nome di battesimo tra i fratelli); e poi le riunioni e i «seminari» condotti dall’abate (il fantastico father Anthony) con tanto di lavagna («Dovresti farmi degli esempi specifici», «Ma se te ne ho fatti centinaia negli ultimi diciott’anni…», «E tu fammene ancora»); e poi le strane sedute di preghiera collettiva (di autocoscienza, verrebbe da dire) ricche di momenti di fisicità – abbracci, carezze, buffetti. Si respira in effetti un’aria da «comune» anni Settanta (per quanto ne possa sapere io), in particolare nei discorsi che mi hanno ricordato quei fantastici ed estenuanti discorsi che si tenevano nei «collettivi», un’aria assai diversa rispetto ad altre testimonianze visive più recenti di vita monastica.

Il regista è molto discreto. Si è limitato a scegliere pochi episodi non brevi e a metterli in una successione che ritma con precisione la dialettica tra individuo e comunità. Le sequenze non hanno stacchi, ovviamente, e la macchina da presa non fa che avvicinarsi e allontanarsi, stringere e allargare, dal gruppo all’occhio, dalla figura in piedi alle mani intrecciate, come se volesse trovare nel dettaglio lo stesso sentimento dell’insieme – dell’insieme umano, perché il contesto è quasi assente o comunque anomimo, come un elementare palcoscenico.

Quello che Wiseman è riuscito a cogliere è la volontà e il lavoro collettivo profusi per far prosperare una comunità che, per quanto «speciale», mantiene ampi tratti comuni e universali: per l’impegno a vivere insieme secondo regole (in questo caso una ben precisa Regola) che non annullino l’individualità, per il peso della routine, per il bisogno di confronto e accettazione e conforto reciproci, per il sogno di volersi tutti bene, per quanto umanamente possibile.

Essene (1972), di Frederick Wiseman.



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Rasoi e dissonanze (I demoni di Cesario, pt. 2)

(la prima parte è qui)

Sì, il testo di Cesario di Heisterbach sul commercio tra gli uomini e i demoni mi è proprio «piaciuto»: l’ho sottolineato parecchio e non posso trattenermi da tre ultime note (tutto è lecito per ricordare ciò che si è letto).

1. Non tutti i demoni sono ugualmente malvagi, poiché se alcuni si associarono a Lucifero nel ribellarsi a Dio, altri «si limitarono ad acconsentire». Questi ultimi sono consapevoli di ciò che hanno perduto e sono persino capaci di pentimento. Ecco come si esprime uno di loro: «Se vi fosse una colonna di ferro arroventato, munita di lame e rasoi affilatissimi [columna ferrea et ignita, rasoriis et laminis acuminatissimis armata], che dalla terra si levasse fino al cielo, fino al giorno del giudizio, e se avessi anche un corpo in cui potessi soffrire, sarei disposto a trascinarmi lungo di essa, ora salendo, ora scendendo, pur di tornare alla gloria in cui ero».

2. Secondo Cesario è più corretto parlare di individui ossessi, cioè «assediati», e spiriti ossidenti, cioè «assedianti», poiché il demone, per essenza, non può entrare nell’anima, che si limita appunto ad «assediare». Soltanto lo spirito santo vi può penetrare, «al contrario, lo spirito maligno, essendo fuori… rispetto la sostanza, introduce la sua malizia come se fosse una freccia, ispirando cose malvagie e disponendo la mente ai vizi». Il corpo, quello sì, può essere posseduto: «Quando si dice che il diavolo è nell’uomo non si deve intendere in relazione all’anima ma al corpo, perché nelle sue cavità e nei visceri che contengono gli escrementi [in visceribus ubi stercora continentur] ci può stare anche lui».

3. Le levatacce per l’ufficio notturno hanno sempre colpito l’immaginazione di chi si interessa alla vita monastica: quanta forza di volontà, e il freddo, e il sonno. E infatti è lì, nel coro popolato da ombre lente, che qualche volta saranno più stanche e meno concentrate, che i demoni colpiscono, in particolare i demoni della dissonanza o, chissà, quelli della dodecafonia… L’abate Ermanno ne ha parecchie da raccontare a riguardo. Come in quell’occasione in cui i demoni nella parte destra del coro «si fecero così numerosi che… i monaci commisero subito un errore nel salmo. Quando il coro di fronte cerco di correggerli, i demoni volarono dall’altra parte e, mescolandosi, tra i monaci, crearono tanto scompiglio che questi non sapevano più cosa stessero cantando. Una parte del coro gridava in contrasto con l’altra». Ermanno, a quel tempo priore, insieme all’abate Eustachio, intervenne ma, «pur mettendovi tutto l’impegno possibile», non riuscì «a ricondurli sulla traccia melodica della salmodia, né a ricomporre la dissonanza delle voci. Alla fine, condotto a termine in qualche modo, a fatica e in modo disordinato, quel salmo breve e assai usuale, il diavolo, origine di ogni confusione, se ne andò». Per non parlare di quando un giovane monaco, «mal sopportando di intonare il salmo in maniera sommessa, alzò la melodia di quasi cinque toni» e di nuovo scoppiò un putiferio tra le due ali del coro: alcuni fratelli gli si accodarono, altri, «per lo scandalo e la dissonanza», smisero di cantare. «Dal che si desume – commenta Cesario – come a Dio sia più gradito un canto intonato in modo sommesso e con animo devoto piuttosto che voci innalzate magari fino al cielo, ma con presunzione». Esattamente quello che seicentocinquant’anni dopo dom Prosper Guéranger ricorda ai novizi dell’abbazia di Solesmes, grande centro francese della rinascita della liturgia e del gregoriano: «Essi canteranno con attenzione, docilità e umiltà, evitando la mollezza, la vanità e la caparbietà nelle loro idee, e ricordandosi che a Dio non piacerà un canto sciatto o inquinato da pretese umane».

(2-fine)

(Cesario di Heisterbach, Sui demòni, Edizioni dell’Orso 1999.)

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Cavoli (I demoni di Cesario, pt. 1)

Il trattatello sui demoni del cisterciense Cesario di Heisterbach, quinta parte del suo Dialogo sui miracoli (1223), è considerato «la prima raccolta di racconti edificanti di cui abbiamo notizia», all’inizio di quella tradizione di exempla che sarà ricchissima e che sarà studiata a fondo anche dagli storici del costume e della mentalità medievali – la scuola delle Annales, Le Goff, J.-C. Schmitt e il grande Aron Gurevič, che scrive: «La demonologia di Cesario è straordinariamente ricca e varia; sotto questo aspetto egli non solo regge la “concorrenza” dei suoi predecessori antichi, Gregorio I ad esempio, ma forse è addirittura superiore a loro per l’intima conoscenza che ha del diavolo e di tutti i suoi imbrogli e intrighi. La sua opera è la più preziosa testimonianza delle credenze popolari di quel tempo».

I 56 capitoli che compongono la parte dedicata ai demoni, infatti, sono sì popolati da monaci, novizi, preti e vescovi, ma anche da cavalieri, contadini, fabbri, studenti, campanari, osti e ostesse, che si muovono tra chiostri e foreste, taverne e strade solitarie e sono «colti ognuno nella prosastica banalità del proprio agire quotidiano, ritratti nella flagranza delle loro consuetudini» (S.M. Barillari).

Consuetudini, nelle crepe delle quali il «diavolo» s’infila, volta a volta nelle forme, a me, oggi, familiarissime e per nulla trascendenti del «demone della stanchezza», della distrazione, della frustrazione, della curiosità morbosa (anche di quella sana), dell’impazienza, della noia e di tutto ciò che forse, nel bene e nel male, si può riassumere in un’unica rubrica: quella del «demone della coscienza». Gli esempi interessanti, e divertenti, sono tanti che mi verrebbe voglia di trascrivere tutto il libretto.

C’è il cavaliere Enrico che si spazientisce e, chiesto al diavolo come faccia a sapere tante cose, si sente rispondere che «al mondo non accade nulla di malvagio di cui io sia all’oscuro. E perché tu sappia che ciò risponde al vero, ecco: in tale città e in tale casa tu hai perduto la tua verginità». C’è il prete Adolfo di Bonn che, mentre sta giocando a dadi con suo cognato, viene richiesto di recarsi al capezzale di un’anziana morente e risponde: «Verrò quando avrò finito la partita», dopodiché va tutto storto. C’è l’ossessa di Aquisgrana che, dopo l’esorcismo, confessa «di averlo sentito entrare [il diavolo] dall’orecchio nel momento in cui suo marito, in preda all’ira, le aveva detto: “Vai al diavolo!”». C’è il converso del monastero di Campo «che aveva imparato dai monaci, con i quali chiacchierava, il latino quel tanto che bastava da essere in grado di leggere un testo scritto. Lusingato e tratto in inganno da una simile opportunità [per carità, stattene al tuo posto], di nascosto si fece redigere dei libriccini adatti per impratichirsi nella lettura, e cominciò a compiacersi del vizio di proprietà». C’è lo scalco dell’abate di Prumm che fa una passeggiata lungo un ruscello, la sera di san Giovanni, e, vedendo «una figura in una veste di lino e pensando che stesse facendo degli incantesimi, come è usanza di molti in quella notte», prova a catturarla. C’è la donna di Aarau che «avendo un marito ubriacone, la notte non andava mai a dormire prima che lui tornasse dalla taverna… e stava seduta davanti alla porta di casa…». Ci sono Sistappo e Godefrido,«uomini ricchi e onesti, e molto amici fra loro», che stanno andando a Santiago e un giorno, «mentre cavalcavano da soli, essendo gli altri compagni più avanti», cadono vittima del demone della discordia. C’è suor Eufemia, cui il diavolo, mentre è ancora novizia, sussurra all’orecchio: «Eufemia, non prendere i voti, prenditi invece un uomo giovane e bello e goditi con lui i piaceri del mondo [accipe virum iuvenem pulchrumque, ut cum illo deliciis mundi fruaris]. Senz’altro  non ti mancheranno vesti preziose e cibi prelibati. Se invece entrerai nell’Ordine sarai sempre povera e cenciosa, soffrirai la fame, la sete e il freddo, e non avrai da questa vita nient’altro di buono».

E ci sono i monaci di Himmerode, nell’orto, intenti a piantare i cavoli; e tra loro c’è Tommaso «cui cominciò a passare per la testa tale considerazione: “Se adesso tu fossi a casa di tuo padre, neppure la tua serva si degnerebbe di fare un lavoro così vile”.» Colpa del diavolo, ovviamente.

(1-continua)

(Cesario di Heisterbach, Sui demòni, Edizioni dell’Orso 1999. Cfr. anche Aron Gurevič, Contadini e santi, Einaudi 1986.)

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