Archivi del mese: luglio 2011

La più crudele di tutte le madri (Claude Martin, 3)

(la prima parte è qui)

Terminata intorno al 1663 la grande crisi, Claude Martin è pronto a dedicarsi senza ombre alla sua congregazione e lo farà con incarichi che lo porteranno a un passo dal vertice della gerarchia: Secondo assistente del Superiore generale dal 1668 al 1675, grand-prieure di Saint-Denis fino all’81 e di nuovo Secondo assistente fino al 90 (non poté diventare Superiore generale soltanto per l’opposizione di Luigi XIV). Gli ultimi anni li trascorre a Marmoutier, dove muore nel 1690 lasciando incompleta la sua opera conclusiva, il Traité de la contemplation.

La sua attività a Saint-Germain-des-Prés, casa madre dei maurini e prodigioso centro culturale della Francia del Seicento (Mabillon, tanto per dire), si svolge soprattutto nell’ambito della cura di edizioni importanti (sant’Agostino) e della formazione dei novizi (da cui deriverà la Pratica della Regola di san Benedetto). Ma è il decorso della ferita iniziale, l’abbandono da parte della madre, a rappresentare l’aspetto che più mi ha colpito. Il rapporto non si è mai interrotto e dal 1639, data in cui lei parte per il Canada, assume la forma dello scambio epistolare (di solito una o due lettere all’anno, in settembre, secondo il ritmo delle navi che effettuano il collegamento col Nuovo Mondo).

Nei primi anni madre e figlio, che si sanno del voi, discutono della vocazione di lui, senza mai dimenticare tuttavia il «fattaccio»: «Voi siete stato abbandonato da vostra madre e dai vostri parenti», scrive Marie il 4 settembre 1641, «ma non è forse stato un vantaggio per voi questo abbandono? Quando vi lasciai che non avevate ancora dodici anni, non lo feci senza strane convulsioni [convulsions étranges] che non furono note se non a Dio». E ancora: «Alla fine ho dovuto cedere alla forza dell’amore divino e soffrire il taglio di una divisione più doloroso di quanto si possa dire, ma ciò non ha impedito che io mi sia sentita la più crudele di tutte le madri. Vi chiedo perdono, mio carissimo figlio, perché io sono la causa della sofferenza che avete provato» (settembre 1647).

A poco a poco, oltre alle notizie sulla missione, prendono il sopravvento i temi mistici dell’esperienza della madre, tanto che dom Martin sollecita relazioni, approfondimenti, confessioni, che lo porteranno a essere il primo biografo di lei (La Vie de la vénérable Mére Marie de l’Incarnation, première supérieure des ursulines de la Nouvelle France, tirée de ses lettres et de ses écrits, 1677) e l’editore dei suoi scritti. E sarà proprio la dimensione caratteristica dell’esperienza materna (e tipica di certe correnti mistiche) a indicare al maurino la sua strada personale.

Si tratta della «dimensione sponsale», e come la madre troverà in questa forma di nozze mistiche la «soluzione» al suo rifiuto originario del matrimonio umano, così Claude sceglierà di «sposare la divina sapienza». E lo farà a modo suo, con una vera cerimonia, ai limiti dell’ortodossia, di cui ci è rimasta traccia. Anzitutto stese un contratto, dettagliato per punti, e poi, come racconta G.-M. Oury, «disse la messa una mattina in una delle cappelle di Saint-Serge, usando, sembra, le formule liturgiche della messa di matrimonio. E a testimonianza del suo patto, prese un anello d’oro che con una catenella al collo appese all’altezza del cuore».

La madre approvò: «Il fatto che tutto sia avvenuto in spirito di fede è più vantaggioso che se aveste avuto visioni o qualcosa di straordinario a livello di sensibilità».

(2-fine)

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E altri simili preparati gradevoli al gusto (Claude Martin, 2)

«Tutto l’uomo esteriore dipende dai sensi: e allora l’atteggiamento esterno sarà ben regolato se tutti i sensi, con le leggi della mortificazione, sono tenuti a freno in ciò che a loro compete. Essi dunque [i novizi, e poi i monaci professi] metteranno tutto l’impegno possibile nella custodia attenta dei sensi, che sono come delle porte attraverso cui la morte entra molto spesso nell’anima.» Sono molto attratto, in genere, da uno dei temi monastici per eccellenza: la mortificazione. Spesso nelle pagine che vi sono dedicate emergono i tratti più duri, e anche inquietanti, di chi le ha scritte. È un punto che duole e che s’infiamma, dimostrando da un lato il terrore di provare anche solo nostalgia per il mostro pluricefalo del piacere, persino nelle sue forme più innocenti, e dall’altro il disagio per l’evidente paradosso di essere costretti a fuggire certe manifestazioni del Creato.

Come un fiore.

L’ultimo esempio l’ho trovato nelle istruzioni che il benedettino seicentesco Claude Martin (il mio monk of the month) dà ai novizi della sua congregazione, i maurini. Non soltanto, come ha esordito, i sensi vanno custoditi tenendoli lontani dalle potenziali fonti di tentazione, ma vanno proprio mortificati, «molto più efficacemente, impegnandoli con quegli oggetti che possano dar loro afflizione».

E allora si dovranno guardare cose tristi e lugubri, «persone abbattute, povere, piagate»; si ascolteranno volentieri le ingiurie e le calunnie che altri ci rivolgono, i rumori fastidiosi; si storcerà il naso «facendogli sentire puzza e esalazioni maleodoranti insopportabili»; si mangeranno piatti disgustosi e si prenderanno «con piacere [ah!?] le medicine e cose simili»; e infine abiti ruvidi e letti duri e cilicî… Non voglio usare la parola masochismo, perché non c’entra, tuttavia guardo con una certa perplessità a questa teoria di giorni cupi, segnati da una costante ricerca del dispiacere, tanto simile, per quanto di segno opposto, alla famigerata e diabolica ricerca del piacere.

Leggere con la propria mentalità è sbagliato, lo so, così mi limito a sottolineare due o tre parole che sembrano quasi sfuggite al controllo severo di dom Martin e ne tradiscono… cosa? Forse i piccoli piaceri di quando era bambino? Già, perché nel descrivere le cose dalle quali bisogna proteggere i sensi gli viene di fare un paio di esempi, e poiché sono due di numero sono quanto mai commoventi.

Il primo è nel paragrafo dedicato all’odorato, laddove il maestro dei novizi prescrive che «non si fermeranno ad annusare i fiori né i profumi senza necessità» (e quale potrebbe essere questa necessità?), e poi rincara dicendo che «ancora meno li conserveranno nei loro arredi e tra la loro biancheria»… e il mio pensiero subito va ai sacchettini di lavanda (molto monastica) che si mettono nei cassetti. Il secondo esempio, prevedibilmente, riguarda il gusto: i novizi mangeranno solo per necessità, niente carne, niente condimenti e soprattutto «rifiuteranno ogni dolce, marmellata e altri simili preparati gradevoli al gusto».

Neanche un cucchiaino di marmellata.

Claude Martin, Pratica della Regola di san Benedetto, II, 4: «La mortificazione dei sensi esterni», Glossa 2009.

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Il figlio di Maria dell’Incarnazione (Claude Martin, 1)

Benedettini cartesiani. Seguendo questo filone, che non poteva che conquistarmi istantaneamente, ho scoperto Claude Martin, figura di primo piano dei benedettini francesi del XVII secolo, in particolare della Congrégation de Saint-Maur, i cosiddetti maurini, i benedettini «neri» riformati (la scoperta di nuove distese della propria ignoranza unita a quella di qualche strumento per porvi parzialmente rimedio rappresenta sempre un momento di grande conforto). Mi interessa soprattutto come autore di una Pratica della Regola di san Benedetto, che è, come dire, una Regola al quadrato. Credo che gli dedicherò più di un intervento, a cominciare dalla sua biografia.

Nasce a Tours, nel 1619. Suo padre, commerciante in seta, muore quando Claude ha sei mesi, e la madre, Marie Guyart, ventenne, lo mette a balia e si ritira per qualche tempo «nella parte alta della casa paterna». Poi lo riprende per alcuni anni e lo affida infine, nel 1631, ai gesuiti per seguire la sua vocazione, che il matrimonio aveva ostacolato, ed entrare in convento. Non sarà una religiosa qualsiasi: da tempo visitata da grazie mistiche, nel 1639 parte missionaria per il Canada insieme con due consorelle e fonda un monastero a Québec. Passerà alla storia come Maria dell’Incarnazione, una delle più grandi mistiche delle orsoline claustrali (beatificata nel 1980 dal papa polacco).

Il dodicenne Claude è scosso – la storiografia si muove con molta circospezione sulla vicenda di questo «abbandono». Scrive il suo principale biografo, G.-M. Oury: «La prima reazione di Claude al ritrovarsi senza mamma è stupore e agitazione. Poi la ribellione, e con la ribellione la disperazione. È anche incitato a reagire così dai vicini e parenti che non hanno compreso nulla della partenza della madre e ne sono rimasti scandalizzati… Per alcune settimane il piccolo Claude continuò ad appostarsi alla porta del monastero».

Gli studi dai gesuiti lo aiutano a mantenere la rotta, ma, presentata due volte la domanda di ingresso, due volte viene respinto «”perché non aveva abbastanza capacità per diventare gesuita” e perché il suo udito non era abbastanza sottile». Il periodo di crisi che ne deriva si conclude nel 1641, quando entra al monastero di Vêndome, sede del noviziato della Congregazione dei maurini. L’anno successivo emette la professione.

Studia senza requie, viene spostato in varie case dell’Ordine, assume incarichi di sempre maggiore responsabilità, soprattutto nel campo dell’istruzione dei giovani, fino a che, intorno al 1653, «viene assalito – proprio a margine di un colloquio spirituale che una giovane gli aveva richiesto, pur vissuto in maniera assolutamente limpida e sobria – da un turbamento persistente». «Si trattava – scrive Oury – della passione che emergeva, in tutta la sua brutalità selvaggia, con il suo carattere aspramente irresistibile, in una natura tutto a un tratto risvegliata all’amore carnale.»

Dom Martin, che nel frattempo è approdato a Parigi, al monastero dei Blancs-Manteaux, si massacra: digiuni, cilicî, cinture chiodate, si rotola tra i rovi, tra le ortiche, sulla neve ghiacciata e infine «avvolge il suo corpo con una corda impregnata di zolfo a cui dà fuoco». Una battaglia furiosa, e insensata, durata dieci anni.

(1-continua)

La maggior parte delle informazioni l’ho tratta dall’ottima introduzione di Annamaria Valli a Claude Martin, Pratica della Regola di san Benedetto, Glossa 2009.

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Per le ragazze…

Intorno al 1183 papa Lucio III (monaco cisterciense) trasferisce la sede pontificia a Verona, per sfuggire la situazione tempestosa di Roma. È l’anno della Pace di Costanza tra Federico I Barbarossa e i comuni della Lega lombarda, e lo stesso papa incontrerà l’imperatore l’anno successivo, proprio a Verona. Insieme al papa, come ci informa Cesario, maestro dei novizi del monastero cisterciense di Heisterbach, arrivano in città molti nobili e prelati, tra i quali «il nostro confratello Godescalco, allora canonico della cattedrale di Colonia, in compagnia di suo fratello Everardo, canonico di San Gereone».

I due sono ospitati da un uomo sposato e con una figlia. Tutto tranquillo, se non che Everardo si accorge che ogni notte la famigliola esce di casa in gran segreto. È curioso e un giorno chiede: Dove andate? E quelli gli rispondono: Dai, vieni anche tu.

«Li seguì in una costruzione sotterranea, abbastanza grande, dove radunatesi molte persone di entrambi i sessi (multis ex utroque sexu congregatis), nel silenzio generale, un eresiarca tenne un sermone pieno di bestemmie con cui diede loro delle regole di vita e di comportamento. Quindi, spenta la candela, ciascuno possedette colei che gli stava più vicino (unusquisque sibi proximam invasit) senza fare distinzione alcuna fra moglie ed estranea, fra vedova e vergine, fra signora e serva, e, cosa ancora più orribile, fra figlia e sorella.»

Everardo, iuvenis luxuriosus atque vagus, non ci può credere: torna la sera successiva, si mescola agli eretici (mingling da manuale), si mette a chiacchierare con la figlia del suo ospite e, «quando venne spenta la candela, peccò». La cosa va avanti per mesi, tanto che il capo della setta eretica si sbilancia: «Questo giovane frequenta con tanta diligenza la nostra scuola che presto sarà in grado di insegnare agli altri».

Per fortuna Godescalco si accorge delle trame del maligno e interviene, redarguendo duramente Everardo e riportandolo sulla retta via. E sia ringraziato il Signore che il male peggiore non abbia traviato l’anima del giovane canonico, che infatti confessa al maestro: «Sciatis, frater, me non frequentare conventicula haereticorum propter haereses sed propter puellas

Sappiate, fratello, che io non frequento le conventicole degli eretici per il loro credo, ma per le ragazze.

Cesario di Heisterbach, Dialogus miracolorum, V, 24: «De haereticis Veronensibus», in Sui demòni, Edizioni dell’Orso 1999, p. 107.

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Ferramenta cordis

Il famoso capitolo IV della Regola di Benedetto contiene il programma di vita del buon cristiano, prima ancora che del monaco. Si compone di 74 precetti, che consentono la realizzazione delle «buone opere», come recita il titoletto del capitolo, e unisce ai Comandamenti le opere di carità, la cosiddetta Regola d’oro e numerose altre indicazioni di portata più o meno grande. Benedetto ha ricavato l’elenco dalla fonte diretta della sua opera: la Regola del Maestro, che a sua volta molto probabilmente si basa su un elenco preesistente, e così via.

Sempre dal Maestro, Benedetto trae anche l’immagine del monastero come «officina» dove tali strumenti possono essere utilizzati con grande giovamento, a patto che, e questa è un’aggiunta benedettina fondamentale, vi si risieda stabilmente. Le traduzioni italiane dicono in entrambi i casi di «strumenti dell’arte spirituale» (Ben.) e di «strumenti dello spirito» (Mae.), ma gli instrumenta artis spiritalis di Benedetto erano i ferramenta spiritalia e i ferramenta cordis del Maestro. Ferramenta: una vera e propria cassetta degli attrezzi.

È un bell’elenco, che ha avuto una larghissima diffusione e sul quale si è scritto molto, e nel quale gli interventi di Benedetto rispetto al Maestro sono minimi. Minimi ma non irrilevanti.

1. Un precetto viene spostato (be’, questo in effetti non è molto rilevante).

2. In genere Benedetto rende le formulazioni più asciutte, in un caso però aggiunge un inciso molto significativo. Laddove il Maestro dice che il monaco deve «prestare obbedienza agli avvertimenti dell’abate», Benedetto precisa di «obbedire in tutto agli ordini dell’abate, anche se egli – il cielo non voglia! – si comporta diversamente, ricordando quel comandamento del Signore: “Fate quello che dicono, ma non fate quello che fanno”». Sempre realista, Benedetto.

3. L’abate di Montecassino aggiunge quattro precetti: pregare per i nemici (che è in parte un doppione), venerare gli anziani, amare i giovani (anche altrove insiste sulla «verticalità» della fratellanza in monastero) e fuggire la boria (anche questo è quasi un doppione e secondo me qui parla proprio il suo fastidio per certi atteggiamenti).

4. Benedetto elimina infine sette precetti del Maestro. Uno (donare al bisognoso) gli sarà parso una ripetizione di soccorrere i poveri; un altro (dare a prestito) forse perché presuppone in qualche modo la proprietà individuale; due per non confondere i suoi confratelli sull’importanza di lavorare: contare su Dio per la realizzazione dei propri desideri e non sperare il sostentamento soltanto dal lavoro delle proprie mani, ma più da Dio; uno ancora per non confonderli su chi comanda in abbazia: obbedire a tutti i buoni di tutto cuore. Le ultime due eliminazioni sono tristi, e gli saranno costate, ma denotano una considerazione tutta umana dei propri limiti e di quelli di ognuno. Mi concedo di immaginarmelo, Benedetto, che, dopo averci pensato tutto il giorno, tira due righe sul foglio che ha davanti:
Tenere fede al fratello.
Adempiere le promesse e non deludere.

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