Archivi del mese: giugno 2011

Giacca, soprabito e bustine di astrakan (Reperti, 5)

«In Armenia ci sono molte chiese, cappelle e monasteri antichi», annota Vasilij Grossman nel corso del suo viaggio dell’autunno del 1961. «E io che non sono credente guardo quelle chiese e penso “Forse Dio esiste… La sua casa non può essere rimasta vuota per mille e cinquecento anni.» In questo straordinario testo di «edificazione laica» (Il bene sia con voi!), così attento ai più piccoli particolari della vita degli individui, Grossman si sofferma tre volte su «temi religiosi».

Anzitutto raccontando la visita al katholikòs Vazgen I, il primate armeno di Ečmiadzin: un incontro che lo lascia freddo e deluso, se non fosse per la presenza, a fianco del katholikòs, di un enigmatico monaco vestito di nero e bello di una bellezza «malvagia».

La seconda osservazione è dedicata alle chiese armene e alla loro semplice «perfezione» che non può che ospitare «il Dio di tutti gli esseri viventi»: «Lo capisci subito non appena nell’aria trasparente ne scorgi una lontana, arroccata su un monte, semplice come un pensiero di Newton, giovane come se fosse nata ieri… Sembra che l’abbia tirata su un bambino con cubi di basalto, tanto è semplice e naturale». Una semplicità che, secondo Grossman, attinge al fondo pagano in cui l’Armenia è ancora immersa.

Infine la nota forse più interessante, suscitata da un lungo percorso di montagna: tornanti, pinete, strapiombi, cime innevate, la purezza – un insieme che evoca la solitudine dell’eremita. «Ma vivere da eremiti è segno di coraggio?» si chiede Grossman. E la sua risposta è: no.

Di eremiti ce ne sono tanti, anche se non si vedono, «non vivono nelle celle dei monasteri… vivono sparsi nelle città del mondo moderno, negli appartamenti in coabitazione, per le strade di Mosca e di Kiev, faticano nelle fabbriche, lavorano nei ministeri, fanno gli imbianchini. Portano giacca, soprabito e bustine di astrakan». Fanno di tutto nelle loro celle, e ciò che li accomuna non è una forma di alienazione o di fanatismo per la loro fede, bensì «la convinzione che nella vita l’essenziale non siano le ore e le opere della vita quotidiana… [ma] la necessità di servire il proprio Dio in gran segreto, senza condividere con il mondo la rivelazione». Gli «eremiti del ventesimo secolo» hanno capito la grandezza e la miseria di chi andava realmente nel deserto e hanno ben chiara la differenza tra la sorte di chi coltiva la propria «segreta verità», quale essa sia, e di chi invece si rivolge agli altri per annunciarla. L’hanno ben chiara e si guardano bene dal varcare l’abisso.

«Ci sono molti eremiti, a questo mondo», conclude Grossman, «ma rari, rarissimi sono i profeti e i predicatori».

Mi sono sentito, per così dire, pur a distanza di cinquant’anni, colto in flagranza di reato.

Vasilij Grossman, Il bene sia con voi!, traduzione di C. Zonghetti, Adelphi 2011.

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Quanto potrò, non appena potrò

Dopo aver scritto quelle mirabili parole di conforto, Pietro il Venerabile passò ai fatti e, consapevole di quale consolazione avrebbe prodotto un gesto del genere, in una data che non è possibile precisare portò il corpo di Abelardo a Eloisa, affinché fosse sepolto nella cripta del Paracleto (potrebbe essere il 1144, due anni dopo la morte del filosofo, o il 1146-49, o addirittura il 1152-54).

Eloisa glien’è profondamente grata e, un anno dopo la traslazione, gli scrive per ringraziarlo ancora. Ma non solo. La lettera della badessa è conservata nell’epistolario dell’abate di Cluny, e nella sua brevità restituisce un’immagine precisa del suo carattere, lucido anche nel dolore. Eloisa ci tiene a ripetere quello che Pietro ha fatto, che evidentemente non è poco: «Ci avete portato il corpo del maestro» (da notare come non faccia mai il nome del suo amato); Pietro, inoltre, ha concesso un beneficio di trenta messe da dire a Cluny per Abelardo e per lei stessa alla sua morte – promessa da confermare anche per iscritto.

Bene, dice Eloisa senza tanti giri di parole (quelli così cari al Venerabile), mandamelo questo «rescritto siglato» e, già che ci siamo, mandami «anche un altro documento siglato, quello che contiene in modo esplicito [apertis litteris] l’assoluzione del maestro, perché lo si possa appendere sulla sua tomba». Ah, un’ultima cosa, «ricordatevi anche…  di Astrolabio [il figlio suo e di Abelardo, nato intorno al 1118], e fate in modo di fargli avere una prebenda dal vescovo di Parigi o di qualsiasi altra diocesi». Grazie, e arrivederci.

Pietro risponde a stretto giro di posta, compatibilmente, e per una volta non si dilunga. Giusto un paio di citazioni e allega alla lettera i due documenti richiesti («Vi mando anche, come mi avete chiesto, pure su carta scritta e con il sigillo, l’assoluzione di maestro Pietro»). E Astrolabio? Qui il Venerabile, esperto mediatore oltre che uomo caritatevole, non dimentica la cautela: ci proverà, certo, «la cosa però è difficile, perché, come ho spesso sperimentato, i vescovi si mostrano di solito molto restii a dare prebende nelle loro chiese…»

«Comunque», conclude l’abate, «per amor vostro farò quanto potrò, non appena potrò.»

Pietro il Venerabile, Lettere 167 e 168, in Un monaco nel cuore del mondo. Lettere scelte, a cura di D. Pezzini, Paoline 2010.

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Pietro, Eloisa e l’altro Pietro

Sempre pressato dalle «esigenze fastidiose del suo ufficio», Pietro il Venerabile trova finalmente un «giorno di calma» e scrive a Eloisa, «venerabile e in Cristo amatissima abbadessa e sorella». Si ritiene che questo giorno sia agli inizi del 1144: Eloisa ha circa quarantaquattro anni, è badessa del Paracleto da quindici e il suo adorato sposo Pietro Abelardo è morto da quasi due. Su richiesta di Eloisa, l’abate di Cluny le racconta l’ultimo periodo della vita del «maestro Pietro», per il quale il Venerabile molto si è adoperato: ha tentato una mediazione con i suoi avversari, soprattutto con Bernardo di Chiaravalle, dopo la condanna per eresia, ha interceduto presso il papa Innocenzo II, ha infine accolto Abelardo nella sua abbazia e nel suo Ordine, perché morisse in pace.

La lettera è lunga ed è occupata, nella prima parte, da un elogio di Eloisa, «donna interamente e veramente filosofica» che con i suoi studi ha «superato tutte le donne e quasi tutti gli uomini». Pietro ne dice tutto il bene possibile, la vorrebbe con sé («Volesse il cielo che tu abitassi nella nostra Cluny») e dissimula con tatto tra le lodi la considerazione del fatto che Eloisa sia, comunque, una donna, moltiplicando citazioni e riferimenti («Non è, però, per niente insolito tra i mortali che delle donne governino altre donne, né del tutto inusuale che pure combattano, e inoltre accompagnino in guerra gli stessi uomini»).

Peccato che tu non possa venire da noi, dice il Venerabile, mi consolerò pensando «che ci è stata tuttavia concessa la presenza del tuo servo e vero filosofo di Cristo, da nominare spesso e sempre con onore, il maestro Pietro». Si passa così alla seconda parte della lettera, più breve, in cui sono descritti gli ultimi, nobilissimi giorni del filosofo, più umile degli umili, incurante della propria fama, dedito alla lettura, alla predicazione, all’orazione, «immerso in un profondo silenzio», paziente con i mali dell’età («più del solito era gravato dalla scabbia e da certi fastidi del corpo»), gentile, devoto – un santo, che ora siede alla destra del Signore, «come è giusto credere».

La lettera potrebbe concludersi così, ma Pietro il Venerabile sa cosa si aspetta Eloisa; conosce, ovviamente, tutta la storia e sa che non può negarle la parola più dolce. Anzi, penso che non voglia proprio negargliela, perché sa esattamente a chi si sta rivolgendo e a suo modo ha capito benissimo cos’è l’amore, e quasi scommetterei che abbia scritto tutto quanto precede per arrivare a quell’ultimo paragrafo e spiccare un balzo che anche oggi lascia senza fiato:

«Venerabile e carissima sorella nel Signore, questo uomo dunque, al quale dopo il rapporto carnale hai aderito con il vincolo tanto più valido quanto più eccelso della divina carità, con il quale e sotto il quale hai servito a lungo il Signore, costui, dico, il Signore stesso, al tuo posto o come un’altra te stessa lo riscalda ora nel suo grembo, e alla venuta del Signore… si riserva di restituirtelo per sua grazia

Hunc, inquam, loco tui vel ut te alteram in gremio suo confovet, et in adventu Domini… tibi per ipsius gratiam restituendum reservat. E così Etienne Gilson commenta le ardite parole del Venerabile: «Se c’era un Dio che quella badessa ostinata, ribelle e come murata nel suo dolore, non poteva rifiutare di amare, era quello che le custodiva il suo Abelardo, per lei e al suo posto – ut te alteram – al fine di renderglielo un giorno e per sempre».

Pietro il Venerabile, Lettera 115, in Un monaco nel cuore del mondo. Lettere scelte, a cura di D. Pezzini, Paoline 2010.

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Enzo Bianchi, Una lotta per la vita (pt. 3)

(la prima parte è qui, la seconda qui)

La seconda parte del volume è dedicata all’analisi delle otto «tentazioni», gli otto grandi nemici del combattimento spirituale («quei sentimenti e impulsi che affiorano nel cuore e nell’immaginario dell’uomo e lo seducono, cercando di farlo cadere in peccato»), secondo lo schema di Evagrio, che poi verrà trasformato in quello dei sette peccati capitali. La chiave di Enzo Bianchi, che intreccia con agilità e bravura riferimenti classici e moderni, è la lettura di questi otto «spiriti maligni» come «rapporti deformati che l’uomo intrattiene con le dimensioni essenziali della sua vita umana e spirituale».  Dunque l’ingordigia deforma il rapporto col cibo, la lussuria con il corpo e la sessualità, l’avarizia con le cose (e soprattutto il denaro) la collera con gli altri, la tristezza col tempo, l’accidia con lo spazio, la vanagloria con il fare e l’orgoglio con Dio stesso.

La deformazione comincia col cibo, laddove il mangiare rischia di ridursi ad «animalità irriflessa, non ragionata», sia nella ricerca della quantità o dell’eccessiva qualità, sia nello stravolgimento dello strumento in fine, sia soprattutto nella dimenticanza che il cibo è dono del Signore e che quindi, come alimento di vita, dev’essere fonte di riconoscenza e amore (per questo quando si può si mangia insieme). Consumo consapevole, disciplina, eventualmente «digiuno moderato e intelligente», rendimento di grazie e comunione sono gli antidoti di questa tentazione. Si prosegue con la  deformazione del rapporto con il sesso…

Mi accorgo che mi sto perdendo in una trattazione che, pur non accettando il quadro di riferimento in cui è inscritta, non posso certo sezionare alla ricerca di eventuali «punti deboli», e trovo più onesto riconoscere come la mancanza di forma, più che la «deformità», sia l’esito non tanto del combattimento spirituale quanto della semplice esistenza dell’individuo senza fede. Di me, quindi, che ho avuto e ho tutte le fortune, compresa quella di poter arzigogolare su tali questioni (con il classico contorno del senso di colpa).

Mi aggiro dubbioso tra una «faticosa purificazione degli istinti» e un rifiuto della «soppressione della distanza e alterità di chi ci sta di fronte», tra un «enorme super-io [mascherato] sotto le spoglie della generosità» e l’«arte di rimanere saldi, di pazientare e di non venir meno nell’ora cattiva», tra una «rimozione della morte per l’insostenibile pesantezza della sua realtà», l’accettazione delle «umiliazioni che ci vengono da Dio, dai noi stessi e dagli altri» e gli «attacchi del nulla» (i miei preferiti…) – mi aggiro e poi mi allontano, perché a ogni riga vorrei aggiungere una precisazione e pertanto mi riconosco colpevole soprattutto del «perfezionatore di tutti i mali»: l’orgoglio («se all’inizio l’orgoglio può essere un atto, una scelta libera e puntuale, con il tempo può diventare uno stile di vita e di comportamento, che rende l’uomo veramente luciferino, satanico»).

Mi allontano con un’ultima, orgogliosa ipotesi: quella di aver visto e vedere non soltanto deformità, e non soltanto mancanza di forma, bensì anche multiformità.

(3-fine)

Enzo Bianchi, Una lotta per la vita. Conoscere e combattere i peccati capitali, San Paolo 2011.

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In questa fornace

Mi sono appassionato alle lettere di Pietro il Venerabile, il grande abate di Cluny, delle quali è da poco accessibile una scelta in traduzione italiana. Sono proprio belle, ricche di immagini meditate (oltre che, naturalmente, di molta edificazione) e soprattutto anticamente prolisse. Fa dei giri lunghissimi, l’abate, per arrivare al «nocciolo della questione», costruisce castelli di citazioni, rammaricandosi pure della brevità cui lo costringe il «fastidio degli affari»: «Si aggiunge a questa difficoltà il proposito della brevità, nella quale la gente di questi tempi, non so per quale innata pigrizia, sembra compiacersi».

Mi piace questa prolissità, non per sciocco gusto di controtendenza, ma perché denota, al di là della modulistica d’epoca, un’attenzione viva per le caratteristiche del destinatario, sulle quali, come un abito su misura, va tagliato il messaggio: si può dire qualsiasi cosa a chiunque (o quasi), se si è mossi da sincerità disinteressata, scegliendo parole e tempi giusti, dilungandosi sulle dovute premesse, preparando il terreno.

Un esempio sublime, ai miei occhi, è rappresentato da una frase incastonata nella lettera che Pietro scrive ai monaci della Certosa per consolarli della morte di alcuni confratelli. È il 1132 e una valanga, dovuta probabilmente a un’inondazione, ha spazzato via gran parte degli edifici della Certosa. Nell’incidente hanno perso la vita sei monaci e un novizio. Pietro si rivolge al priore Guigo e alla comunità e svolge con eleganza e dolcezza tutti i temi consolatori che si possono immaginare. Poi però aggiunge una cosa, fine e insieme ardita, che forse si può leggere anche in chiave non trascendente. Un pensiero terribile, eppure vero, che mi sento di condividere, pur con tutto il dubbio, il timore e il tremore del caso: poiché è raro che il destino conceda ai fratelli di morire insieme, al fratello che resta tocca affrontare la durezza della morte del fratello che muore, al quale, quindi, questa durezza viene risparmiata.

Ecco la frase, che arriva al «punto» con un piccolo scarto, come scivolando da un tema più tradizionale (chi sopravvive conquista il merito di una lotta più lunga).

«Ma un pensiero simile [il dolore per la salvezza rimandata] trova una facile consolazione, poiché ciò che a loro ha già procurato la gloria, a voi giova per conquistare una corona. In questa fornace, infatti, nella quale essi, liquefatta ogni ruggine, sono stati resi splendenti, anche voi venite purificati in misura non inferiore alla loro, dato che il modo non è più dolce del loro, anzi forse più duro, dato che dura di più. Anche se non siete morti con loro, poiché la spada della morte ha trapassato le vostre anime, avete sopportato la morte pur non morendo affatto, e l’avete sentita con maggior durezza perché non siete potuti morire insieme a loro che morivano.»

Pietro il Venerabile, Lettera 48, in Un monaco nel cuore del mondo. Lettere scelte, a cura di D. Pezzini, Paoline 2010. (Per la precisione, noto che le ultime parole citate le ho prese da un’altra traduzione, a cura di C. Falchini.)

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