È caduto giù l’Eutico

Una punta di irriverenza, ogni tanto, coi bei modi, senza eccedere, secondo me, insomma, ci può stare. (Che poi non è nemmeno irriverenza, piuttosto è rifiuto del cipiglio a oltranza.) Così, in occasione di un’altra rilettura degli Atti degli Apostoli – testo fondamentale di per sé e il testo fondamentale del monachesimo cristiano, qui riccamente curato e annotato dal cardinal Martini – mi viene da sottolineare tre brani, tre momenti in cui sia perdonata quella punta di cui sopra.

1. Il protagonista è, inevitabilmente, Paolo e la prima occasione è la sua trasferta ateniese (17, 16-34). Ad Atene Paolo è un outsider, un «seminatore di chiacchiere», un «predicatore di divinità straniere», come lo definiscono i «filosofi epicurei e stoici» che lo portano all’Areopago e lo interrogano. Le sue risposte sono articolate e importanti, da un punto di vista dottrinale, ma mi fa sorridere la reazione finale a quello che si immagina un discorso lunghetto. Quando infatti Paolo comincia a parlare del Cristo e della risurrezione dei morti, i suddetti filosofi lo «canzonano» e, forse un po’ annoiati, lo bloccano: «Su questo argomento ti sentiremo ancora un’altra volta».

2. Anche i romani ascoltano Paolo, mostrando un sostanziale disinteresse per questioni che non riguardino strettamente il corretto svolgimento della vita sociale. Per esempio Gallione, proconsole dell’Acaia e fratello di Seneca, che alla richiesta dei Giudei di perseguire l’apostolo risponde così: «Se si trattasse di un delitto o di un’azione malvagia, o Giudei, vi ascolterei pazientemente, com’è giusto. Ma se si tratta di questioni di dottrina e di nomi e della vostra legge, vedetevela voi: io non voglio essere giudice di queste cose» (18,14-15, corsivi miei). Ma anche Festo, procuratore della Giudea, che così riferisce al re Agrippa i termini del «caso»: «Avevano con lui soltanto delle contestazioni a punti della loro religione, e riguardo a un certo Gesù, morto, che Paolo asseriva essere vivo» (25,19, anche qui i corsivi sono miei, ed è interessante la sfumatura dell’«essere vivo» e non «risorto»).

3. Infine il fantastico episodio di Eutico (20, 7-12). Paolo è a Troade, con diversi compagni. È sera. Sono riuniti in una casa, a un piano alto. Paolo parla, parla, parla «fino a mezzanotte». «Ora, un ragazzo di nome Eutico, che se ne stava seduto sulla finestra, mentre Paolo continuava a parlare senza sosta, venne preso da una profonda sonnolenza, e alla fine, vinto dal sonno, cadde dal terzo piano in terra e fu raccolto morto.» Panico. Tutti si precipitano giù per le scale, ma Paolo li tranquillizza e abbraccia Eutico. Quindi, «risalito, spezzò il pane e mangiò, e dopo aver parlato ancora a lungo fino all’alba, se ne partì». Alleluia! Così «gli altri ricondussero il ragazzo vivo, e ne provarono una indicibile consolazione».

Atti degli Apostoli, introduzione, versione e note di C.M. Martini, San Paolo 1996.

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