«La pensi ciascuno come vuole» (Vita di sant’Ugo di Grenoble, pt. 1)

I certosini si distinguono anche quando si dedicano all’agiografia, un genere non statico e tuttavia dotato di regole durature. E lo fanno grazie a quel tono che altrove ho definito aristocratico e a quella serena consapevolezza di appartenere in un certo senso all’avanguardia delle schiere monastiche. Ne è un esempio la breve ed equilibrata Vita di Sant’Ugo vescovo di Grenoble di Guigo I, priore della Chartreuse, sollecitata da papa Innocenzo II pochi anni dopo la morte del vescovo (avvenuta nel 1132) per sostenerne la canonizzazione. Guigo, contemporaneo e testimone diretto di alcuni eventi, non si discosta nel complesso dallo standard, ma il suo testo non è privo di osservazioni personali e di espressioni che trovo notevoli e anche sorprendenti (segno di una solida autonomia di giudizio), se si considera soprattutto l’epoca in cui vennero scritte.

Sin dalle prime battute. Se da un lato, infatti, Guigo non si sottrae alla descrizione dei natali di Ugo (nato a Châteneuf-sur-Isère nel 1052, da famiglia nobile), tiene anche a sottolineare con forza che le origini di un individuo non significano nulla se non sono sostenute dalle virtù, e aggiunge: «E in fondo cosa importa di più: da che famiglia uno è nato, o in che modo è vissuto?» Oppure quando affronta il tema obbligato dei miracoli: a Ugo non ne viene attribuito neanche uno, ma che importa, era casto, avveduto, amorevole, umile, generoso, temperante, giusto. Il miracolo era che tali virtù si concentrassero in unico individuo, e pazienza per «quelli che non stimano la santità senza miracoli – noi invece non li consideriamo molto, perché sappiamo che ugualmente compiono prodigi gli eletti e i reprobi, e nei più grandi patriarchi e in tanti altri santi molto graditi a Dio ne abbiamo trovati poco o nulla». O ancora quando pone a confronto i meriti di Ugo con le «brutture dei nostri tempi», ricordando che «tutti bramano doni e cercano ricompense. Tutti, dal più piccolo al più grande, si votano all’avarizia»; avarizia «che è in cima a tutto, e ogni cosa obbedisce al denaro. Ma fermiamoci qui, dato che non è questo il nostro argomento».

E infine quando giunge al doloroso tema della malattia di Ugo, una forma degenerativa di demenza, manifestatasi in tutta evidenza a partire dal 1130 e accompagnata da un fenomeno insolito che Guigo attribuisce alla santità del vescovo. «Infatti», racconta, «a causa dell’aggressività della malattia quasi tutta la sua memoria fu rimossa o sconvolta, almeno per quella parte contenente le immagini dei luoghi e dei tempi, che è comune ai buoni e ai cattivi e che serve indifferentemente agli uni per il bene, agli altri per il male»; l’altra «parte», invece, quella spirituale, «risultò non solo immutata, ma talvolta più salda e agile». E se spesso «la perdita della memoria non gli faceva ricordare dove o con chi fosse», non aveva dimenticato una sola parola della Sacra Scrittura e le sue risposte su questioni religiose erano sempre «sagge e veritiere». Non è «contro natura, e perciò anche incredibile», chiede Guigo, che una mente umana smarrisca tutto ciò che è «materiale e familiare», ordinario e facile, ma non ciò che è più fragile perché meno comune e difficile da raggiungere, cioè il senso del divino? Non è un miracolo?

Quel «contro natura» mi ha colpito, anche se viene subito per così dire ricondotto sui binari di un’interpretazione consueta della sofferenza come dono di Dio e «occasione»: come aveva detto sin dall’inizio «quanto più era tribolato da essa, tanto più vigorosamente disprezzava le cose del mondo e si elevava a Dio, unico vero rifugio, attingendone un piacere – diceva – tanto più pieno e dolce, quanto più aspra era stata la sofferenza». Di certo mi illudo, ma, di fronte al complesso concettuale che trovo in assoluto più inaccettabile, mi è parso come un grido soffocato e sfuggito inavvertitamente, proprio alla fine della triste e realistica e, bisogna ammetterlo, un po’ imbarazzata descrizione degli ultimi tempi del santo: come può essere un bene questo scempio?

Niente più di un fiato, il notevole commento conclusivo è saldo: «La pensi ciascuno come vuole, a noi però – e come noi, crediamo, la penseranno i più esperti, soprattutto di medicina – sembra non meno grande e singolare… che tra tanti patimenti della mente, e così aspri e continui, non abbia perduto la conoscenza e l’invocazione di Dio».

(1 – continua)

Guigo I, Vita di Sant’Ugo vescovo di Grenoble, a cura di Daniele Solvi, in «Benedictina», gennaio-giugno 2010.

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