Archivi del mese: giugno 2010

Per eremi silenziosi

Nel 1904 Vasilij Rozanov pubblica, su rivista, il resoconto di un viaggio compiuto presso tre monasteri dedicati al culto del beato Serafim di Sarov, il grande ieromonaco eremita russo vissuto a cavallo tra Sette e Ottocento. Le motivazioni personali del pellegrinaggio (la preoccupazione per la salute della figlia Tanja) sono escluse dalla breve trattazione, che affronta invece temi più generali legati al monachesimo e al suo significato in seno al cristianesimo.

A parte il non trascurabile interesse per la spiritualità ortodossa, di cui non so praticamente nulla, e sorvolando sulle sue peculiarità, il testo di Rozanov rappresenta per me uno splendido esempio di riflessione laica (o quanto meno semi-laica, considerando la personale religiosità del grande critico letterario) sul monachesimo. Più precisamente è una testimonianza incredibilmente onesta e vivida delle impressioni provate al cospetto di alcuni monasteri, nello specifico femminili. Da queste pagine infatti emerge quel senso di attenta sorpresa che genera la visione di una comunità unita e armoniosa. Quel senso di «realtà alternativa» che riconosco anche nelle mie impressioni: «In fondo, espressioni come la “società cristiana” o la “famiglia cristiana” [cioè la Chiesa] indicano piuttosto delle problematiche e non dei fatti, mentre il monastero è una realtà, che per di più ha preso corpo già in tempi remoti». Costruiti da anime «che avvertirono dentro di sé una primigenia repulsione per la molteplicità e la varietà», che pronunciarono «il voto spaventoso ed eterno di sottrarsi alle esigenze dello sviluppo», i monasteri sono il fatto della fede.

Sono luoghi, umani, terreni e tangibili, in cui la bellezza si è trasformata in consuetudine, in cui la cordialità è diventata respiro, in cui la «reciproca sollecitudine» mostra il potere che una regola può avere su un individuo. Nei monasteri «non vi sono culture diverse e incompatibili su uno stesso fazzoletto di terra. Per questo [premono] sull’anima, affascinandola per il semplice fatto di essere un luogo di unità e integrità». Sono comunità di uomini e di donne che espongono un’alternativa possibile. Una possibilità che non perde il suo valore anche quando, come nel mio caso, non se ne segue il presupposto: resta la dimostrazione che si può convivere diversamente.

Questa estrema concretezza dell’esperienza monastica fa dire a Rozanov una cosa di rara portata: «Non fu la Chiesa a generare i monasteri, bensì questi ultimi a dare vita alla Chiesa, a decretarne l’ordinamento e lo spirito, l’abito e i propositi. I monasteri sono quelle piccole isole primordiali che, immerse nell’antico oceano del paganesimo, iniziarono a saldarsi tra loro fino a formare il continente della Chiesa».

Il pensiero, e il testo di Rozanov, non si esaurisce certo qui, ma questa è la prima lezione che ne ho tratto. A me della Chiesa non importa, diciamo così, importano invece le persone, ed è per questo che guardo ai monasteri. Perché, come commenta Rozanov, «qualcuno può anche non amare Dio, ma come non amare questo amore per Dio?» Sintesi che proverei a remixare così: qualcuno può anche non credere in Dio, ma come non credere a chi vi crede?

E più esattamente: io non credo in dio, devo credere a coloro che vi credono?

Vasilij Rozanov, Per eremi silenziosi, Lindau 2010.

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E ivi residente

Dei tre voti del monachesimo medioevale (stabilità, conversione dei costumi e obbedienza) è la stabilità che mi ha sempre attratto di più, con le sue molte possibili interpretazioni, alcune delle quali sicuramente aliene allo spirito originale (che si riferisce alla permanenza del monaco nel suo monastero). Non è certo la prima volta che mi approprio indebitamente di concetti nati in un preciso contesto e con un preciso significato, ma qui non si tratta soltanto di conoscere un fenomeno storico, bensì di scovare anche qualche indicazione. E così, stabilità: stare per lo più nello stesso posto, negando quello che sarebbe l’istinto naturale ad andare, a girare, a esplorare.

Stabilità è anche sforzarsi di non cedere all’umore; frequentare un luogo, una persona, un’idea a lungo prima di dirne qualcosa; comportarsi in modo uniforme (uniformemente corretto, si spera…) – diventare parte dell’arredamento, per dirla con una battuta; non oscillare tra una decisione e l’altra (e nelle cose meno rilevanti scegliere in maniera duratura); disporre gli oggetti secondo un ordine; non annoiarsi; essere fedeli.

E anche: uscire sempre alla stessa ora (e provare un certo disagio se ciò non avviene); fare gli stessi percorsi; avere camicie di una sola tinta; non temere di essere prevedibili; mangiare sempre le stesse cose (tre); avere così tante abitudini da vergognarsene; rimettere sempre il cappuccio alla penna, magari allineando le scritte…

Una noia mortale, si dirà. E anche una grande arroganza, per certi versi. E il dubbio, poi, dove lo metti? E la curiosità? Sì, è vero, le contraddizioni grandinano. La stabilità però rimane uno strumento potente per tener desta la coscienza dei propri limiti, è l’antidoto al delirio cui può indurre la frustrazione o il molto più nobile entusiasmo e, per certi versi, è la migliore risposta proprio all’arroganza.
La stabilità, inoltre, regala quantità insospettabili di tempo e spalanca vaste regioni non meno interessanti di quelle cui si rinuncia. Non si va, fisicamente, da nessuna parte, ma al di là della finestra si apre un paesaggio sconfinato. Esattamente ciò che accade quando accendo questo computer.

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Sai blu

«Il sapore della religione ancora impronta di sé i nostri atteggiamenti nei confronti del lavoro», scrive il teologo americano Harvey Cox, risalendo ai benedettini per rintracciare le origini della concezione moderna del lavoro. Già, «Ora et labora». E Cox non è stato certo il primo a puntare lo sguardo in quella direzione e a mostrarci la giornata monastica come incubatoio della sacralizzazione dell’attività produttiva che sarà l’asse portante della società borghese e dell’economia capitalistica. È già Max Weber, tra i primi, che, indagando «l’etica protestante», si rivolge ai monasteri per cogliere la questione sul nascere: «Già nella regola di san Benedetto, più ancora nei Cluniacensi, ancor maggiormente nei Cistercensi, e nel più alto grado infine nei Gesuiti, essa [l’ascesi cristiana] si era emancipata dalla tendenza alla fuga dal mondo, priva di ogni direttiva, e dal virtuosismo del martirio di se stesso. Essa era divenuta un metodo, sviluppato sistematicamente, di condotta razionale della vita collo scopo di… sottoporre [l’uomo] alla supremazia della volontà indirizzata secondo un fine».

Il monaco dunque è il prototipo del lavoratore dipendente, del salariato, e il monastero è la prova generale dello stabilimento, della macchina del controllo sociale. Ci vorrà Lutero, per il quale ogni essere umano doveva diventare un monaco, e poi Calvino, che inneggiava ai «santi nel mondo», ma gli spunti sono lì, sia teorici sia pratici: la misura, l’ordine, la disciplina interiore «sarebbero poi state ereditati dalla città medievale e dal successivo capitalismo sotto forma di invenzioni e di pratiche commerciali: l’orologio, il libro dei conti e la giornata regolata secondo un orario» (Mumford).

È grazie all’uscita dell’ascesi dalle «celle dei monaci», al suo matrimonio con la «vita professionale», se noi dentro quella macchina ancora siamo, dentro «quel potente ordinamento economico moderno… che oggi determina con strapotente costrizione, e forse continuerà a determinare finché non sia stato consumato l’ultimo quintale di carbon fossile [l’ultimo barile di petrolio], lo stile di vita di ogni individuo, che nasce in questo ingranaggio…» (ancora il profeta Weber).

Ecco perché, quando mi butto sulla Regola (tralasciando per il momento lo specifico delle diverse Regole), provo sempre un brivido. Lo slancio normativo sui costumi, sulle abitudini, sui comportamenti è segno per me della profonda insoddisfazione da cui sono sorte, per una buona parte, le cose migliori. E non posso nascondere di essere sensibile alla diffidenza verso la «libertà» del fare ciò che si vuole, per quanto circoscritta. Nella Regola c’è un’ambizione di universalità – tutti dovremmo fare così per il bene comune – che non pare maligna a priori. Ma che lo è sempre stata nei fatti, si direbbe. Perché la Regola, appunto, esibisce anche un potenziale poliziesco che si situa all’estremo opposto – tutti dovete fare così perché così è stabilito. Un potenziale, tra l’altro, appena temperato al tempo dei chiostri dall’adesione volontaria, ma successivamente scatenato al tempo delle fabbriche.

Non smetterò di leggerle, le Regole, perché un’indicazione su come comportarmi è sempre gradita, ma è come andare in visita dai propri avi e scoprire che quel gesto cui si è tanto affezionati, e cui si attribuisce una parte della propria «individualità», è stato messo a punto una decina di secoli fa e continua a fare di me un bravo soldatino obbediente.

Max Weber, L’etica protestante e lo spirito del capitalismo (1904-05), Sansoni 1989 (e cfr. Franco Riva, Ascesi, mondo e società. Monachesimo e cultura contemporanea, Abbazia San Benedetto di Seregno 2003).

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Nazarena, monaca reclusa (pt. 2)

(La prima parte è qui)

Nazarena (che si definiva «grossolano cavolfiore») è una Madre del deserto teletrasportata nel Ventesimo secolo, ma non è inconsapevole del mondo che ha lasciato, né selvaggia e illetterata. La sua «durezza» è rivolta soltanto contro se stessa, il suo combattimento ha due soli nemici: «il diavolo e l’io». La sua scelta di un eterno presente («Bisogna liberare il momento dal peso del passato che non torna e dalle preoccupazioni del futuro ignoto», una frase «buddhista»), dello svuotamento per far spazio al Signore, può sembrare ancora più impressionante considerando la condizione da cui è partita, che non ci è difficile immaginare. La sua «immolazione perpetua di sé» è una sepoltura ante litteram.

Ancora una volta, è paradossale che l’aspirazione all’annullamento si traduca in una «soluzione» che fa di lei un caso unico – invece di nascondersi nell’anonimato di una professione monastica senza particolarità, lei sceglie l’assoluta eccezione, che la trasforma in una specie di punto di riferimento, un modello estremo (ancora in vita era già citata in varie pubblicazioni). La sua obbedienza a oltranza (in questo caso rivolta alla «chiamata» del Signore), ai miei occhi, ha i tratti della ferrea volontà di chi contro tutto e tutti ha deciso di andare per la sua strada (come dimostra il suo percorso di avvicinamento alla reclusione). Una strada priva di valore – lo ripete in continuazione – ma che allo stesso tempo rappresenta il sacrificio totale di quella limitata dotazione di vita che abbiamo.

Ma infine mi si potrebbe chiedere: Non si tratta in fondo di una libera scelta? Non c’è posto nel mondo per tutti? Insomma, che male ti fa? O non è forse che la sua intransigenza ti mette a disagio perché espone i tuoi sotterfugi, il tuo desiderio di solitudine con tutti i comfort?

Scrive la curatrice, Emanuela Ghini: «La sua ascesi radicale fa problema. […] Indubbiamente la vita di Nazarena ha aspetti di un totalitarismo accettabile solo nell’ambito della sua eccezionale vocazione». Immagino quanto sia stata meditata quella parola – «totalitarismo» – e forse è per questo che non riesco a seguirla, anche soltanto per comprendere.

O, più semplicemente, questo è uno di quei casi in cui da non credente è più onesto dire «non capisco», in cui la «fede» è una nebbia oltre la quale mi è impossibile vedere. Oltre la quale non so nemmeno cosa ci sia da vedere.

(2 – Fine)

Oltre ogni limite. Nazarena monaca reclusa 1945-1990, a cura di Emanuela Ghini, Casale Monferrato, Piemme, 1993.

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Purgamenta mundi

L’annullamento, la volontà di scomparire, di essere dimenticati da tutti è un appello che si trova negli scritti di monaci e monache di ogni tempo e luogo. Vi sono sensibile, è inutile nasconderlo, così vi faccio sempre caso. Recentemente mi sono imbattuto in tre esempi a distanza ravvicinata.

Teresa di Lisieux: «Desidero essere dimenticata, e non soltanto dalle creature, ma anche da me stessa. Vorrei essere ridotta a nulla fino al punto da non avere più alcun desiderio» (ca. 1890).

Thomas Merton: «Ho bisogno di solitudine, perché ho bisogno di essere niente, di scomparire: tamquam purgamenta huius mundi [come la spazzatura di questo mondo]. Ho una spaventosa vergogna della stolta pubblicità ormai legata al nome di Thomas Merton» (1952).

Nazarena (Julia Crotta): «Infine, Padre, vorrei raccomandarle di non parlare di me né di serbare miei ricordi o cose fatte da me. Devo essere ignota a tutti, nascondermi dietro i lavori più ordinari» (1959).

È curioso. Perché quest’ansia di essere dimenticati? Non è forse quello che, di fatto, accade? Non è l’anonimato la condizione «di base»? Che bisogno c’è di scomparire quando già lo siamo, «scomparsi»? Il tema non si riduce a questo, ma a me pare che tale preoccupazione nasca dal pensiero, inconfessabile per un religioso, che la propria azione, la propria vicenda sia invece memorabile, per non dire unica. Un intollerabile peccato di vanagloria, quindi, che detta quegli accenti a volte disperati (una specie di excusatio non petita). E ci trovo un tratto di umanità che in qualche modo mi fa sorridere.

Lasciate fare al tempo, mi verrebbe da dir loro…

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Nazarena, monaca reclusa (pt. 1)

«So quanto facile sia illudersi circa queste intuizioni. Perciò non intendo essere presa sul serio. Forse Dio non c’entra affatto con quello che dico, né ispira ciò che sento. Non mi fido assolutamente di quanto provo, anche quando credo che venga da lui. Mi fido invece di chi mi parla in suo nome.»

Non sorprende che la prima a essere cauta circa la propria eccezionale esperienza sia lei stessa, suor Maria Nazarena, al secolo Julia Crotta (Glastonbury, Connecticut, 1907 – Roma, 1990; i genitori sono piacentini emigrati), monaca camaldolese che visse reclusa in una cella del monastero romano di Sant’Antonio Abate dal 1945 alla morte. E non sorprende anche, ma per un altro motivo, che la stessa prudenza si intuisca nelle parole dell’autrice dell’ottima cura del volume, la carmelitana Emanuela Ghini, come se stesse maneggiando materiale altamente infiammabile. Quando, ad esempio, Nazarena si dilunga sulla propria fame («per almeno venti anni ho sofferto di questo tormento»), la curatrice si chiede se non fosse bulimica, per poi scartarne la possibilità. E ancora: «Davanti a un cammino penitenziale estremo qual è quello di Nazarena, può sorgere il sospetto di atteggiamenti psichici non normali di genere masochistico», un’esperienza «anzi umanamente folle» che però è illuminata da quello che la monaca ha lasciato scritto e che non dà adito a dubbi circa il suo pieno equilibrio psicologico: Nazarena «volle vivere totalmente nascosta non certo per difficoltà umane di rapporto».

Gli scritti che gettano un po’ di luce sono undici note di carattere autobiografico, il Regolamento (con il quale si presenta nel 1945 da Pio XII perché lo approvi), trentatré lettere delle circa cento conservate e una scelta di frasi di Giovanni della Croce e Teresa di Lisieux. Vi si legge di un’infanzia e un’adolescenza serene e ricche di esperienze. Julia studia, fa sport, fa musica, con impegno e risultati (si laurea infine in Lettere e Filosofia). È alta (più di un metro e ottanta, e infatti gioca a basket), determinata, allegra, «golosissima», forte (una «robusta costituzione» che la sosterrà nelle privazioni). La «chiamata», interiore, verso un’altra «cosa» è del 1934, «cosa» che prende la forma della solitudine, del «deserto».

Passati due anni a New York (la New York del 1935-37), entra nel Carmelo di Newport, ma ne viene respinta tre mesi dopo. Così, parte per Roma (non tornerà mai più negli Stati Uniti) dove, attraverso vari contatti, fa un primo passo verso l’Ordine camaldolese, un’esperienza che si interrompe dopo solo un anno. Nel 1939 entra nel Carmelo francese di Torpignattara, dove passa cinque anni durissimi (per motivi non chiari, probabilmente «perché non era al suo posto», dice la curatrice), che la prostrano («Ero uno scheletro ambulante»). Si riprende e il richiamo della solitudine diventa imperioso: finalmente nel 1945 entra nel monastero camaldolese sull’Aventino dove resterà fino alla fine. Nel 1947 professa i voti perpetui e assume il nome di suor Maria Nazarena. Nel 1959 ottiene una piccola cella – 5 metri per 3, con un’ancor più piccola terrazza «per respirarvi aria» – appositamente sistemata secondo i suoi intenti.

Julia Crotta ha raggiunto infine il suo «deserto», in via di Santa Sabina, 64, 00153 Roma.

(1-continua; la seconda parte è qui)

Oltre ogni limite. Nazarena monaca reclusa 1945-1990, a cura di Emanuela Ghini, Casale Monferrato, Piemme, 1993.

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