Archivi del mese: aprile 2010

Giovanni the terminator

Si sa che le agiografie sono piene di curiosità, spesso molto divertenti se decontestualizzate (il che non sarebbe corretto, lo so, ma pazienza). Così non se la prenderanno i vallombrosani se ironizzo su questa storiella che riguarda il loro padre (e che è raccontata da Andrea di Strumi nella sua Vita di Giovanni Gualberto, probabilmente del 1092); ci sarà modo di tornare sui temi seri e importanti della spiritualità di Vallombrosa (tra parentesi, uno dei nomi più belli della tradizione monastica).

Un giorno Giovanni Gualberto si trova davanti al suo monastero e vede una mandria di mucche. Idea: un po’ di cibo per i poveri! A chi chiedere? A san Paolo: «Oh, san Paolo, se tu me ne dessi una per questi poveri!» Detto fatto, una mucca crolla al suolo, stecchita.
Uhm, una però non basta… Zac! Altre tre, in rapida successione.
I pastori, «diventati per ciò tristi», spostano la mandria.
Giovanni, imperterrito, tira di nuovo in ballo l’apostolo: «San Paolo, essi sono fuggiti cambiando luogo, e tuttavia non possono sfuggire te, che sei il patrono di questo luogo». Risultato: quinta, sesta, settima, ottava e nona mucca.
Una mandria sterminata.
Umilmente, i pastori si lamentano: «[Scusa, Giova’] è meglio che te ne stia nel tuo cenobio di Vallombrosa piuttosto che venire qui a uccidere tanti animali!»
Ma Giovanni li rassicura subito: «So che siete tristi… ma non temete, poiché per il momento non ne morirà più neanche una».
E così avvenne.
Pare che un pastore meno rispettoso abbia borbottato: «Be’, grazie, ce le hai ammazzate tutte…»

(Nota saccente. Nella sua Vita del santo Giovanni, primo abate di Vallombrosa, composta una trentina di anni dopo quella di Andrea, Attone di Pistoia trascrive pari pari l’episodio, con una piccola, significativa variante. Là dove Andrea, alla fine del massacro, diceva: «Consumata però l’ultima, i pastori, rattristati dalla perdita subita, vennero da lui…», Attone scrive: «Allora i pastori, estremamente turbati per la perdita di nove animali, venendo verso di lui…» Come dire, non è che gliele ha ammazzate tutte, eh.)

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Un goccio di latte

Tra i temi iconografici più curiosi, e inquietanti, che vedono protagonista Bernardo di Chiaravalle c’è quello della lactatio Virginis, cioè dell’allattamento simbolico del dottore mellifluo da parte della Madonna. Un fatto miracoloso, attribuitogli ben dopo la sua morte, che rappresenta, per così dire, l’autorizzazione suprema a predicare, l’investitura più alta. È un tema che viene da lontano e che gli studiosi hanno pazientemente rintracciato in una lettera di Pier Damiani (la XXIX).

Simbolico fino a un certo punto, a dire la verità. Negli esempi pittorici prevale, ovviamente, lo zampillo, e quindi la distanza, a garanzia anche di decenza.

Ma nelle fonti scritte la faccenda si complica. In una delle raccolte agiografiche di esempi edificanti (dei primi del Trecento) si legge ad esempio che il giovane monaco cisterciense un giorno si addormentò nella chiesa di Châtillon-sur-Seine, in attesa della predica (e già qui ci sarebbe qualcosa da dire…). La Madonna allora «mise la sua santa mammella nella sua bocca e gli insegnò la scienza divina. E da allora egli fu uno dei predicatori più sottili del suo tempo».

(Cfr. Laura Dal Prà, Bernardo di Clairvaux. Un santo e la sua immagine, in Bernardo di Clairvaux, Jaca Book 2007.)

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La nube (della non conoscenza)

E così, verso la fine del XIV secolo, un religioso inglese, strenuamente attaccato al proprio anonimato, se ne esce con questo breve trattato dedicato alla vita contemplativa, una specie di manuale ad uso del novizio, e alla «conoscenza» del Signore ottenibile soltanto attraverso, appunto, la «non conoscenza». «Ché se mai lo vedrai o sentirai in questa vita, sempre sarà in questa nube e questa oscurità.»

Se da un lato non posso accettare un inno a tale «oscurità», dall’altro non posso non ammirare la lingua che lo esprime e l’intelligenza che lo intona. È una delle risposte più chiare che mi sia capitato di leggere alla mia velleità di ragionare sulla fede. Una dichiarazione, certo, e non un’argomentazione – non vale, mi viene da dire –, ma comunque una risposta. Poiché l’ostacolo della vita contemplativa è anzitutto «la vista acuta e chiara dell’intelligenza naturale», «perché l’amore può raggiungere Dio anche in questa vita, ma la conoscenza no», perché «non c’è né mai ci sarà in questo mondo essere tanto puro e tanto in alto rapito a contemplazione […] senza che vi sia tra esso e il suo Dio un’alta e meravigliosa nube di non conoscenza».

La strada da percorrere per arrivare lassù sarebbe quella della preghiera (che è il coronamento della lettura e della riflessione), una preghiera concisa, di poche parole, anzi di «una breve parola di una sola sillaba»: sin, peccato. Cioè quel «bubbone di cui non sai nulla, ma che è null’altro che te stesso». Già, perché se intendo bene l’anonimo autore, il vero male è semplicemente essere: «Tutti hanno motivo di dolore, ma più di tutti colui che sa e sente che egli è».

Da bravo nipotino dell’Illuminismo mi irrito molto. L’oscurità è affascinante e il mistero può essere di conforto, ma soltanto perché c’è una zona sempre più ampia di luce alla quale so di poter tornare.

La nube della non conoscenza, a cura di Pietro Boitani, Adelphi 1998.

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Azioni e omissioni, parole e silenzi

Qualche giorno fa ho citato qui una frase di un monaco benedettino, a proposito della «tentazione», della quale sottolineavo un breve e notevole inciso: siamo messi alla prova per poter conoscere noi stessi e anche per essere «riconosciuti da[gli] altri». Il tema provoca per così dire un cortocircuito con un’altra breve frase di una monaca che sta vivendo circa mille anni dopo quel monaco. Si tratta della badessa Anna Maria Cànopi che nel suo commento alla Regola di san Benedetto, in fondo a una pagina, scrive: «Sappiamo che ci conoscono meglio gli altri che noi stessi. Perciò dobbiamo consegnarci agli altri con fiducia». Mi vengono a questo proposito tre osservazioni.

Anzitutto mi piace della letteratura monastica questa interconnessione, questa rete di rimandi e riferimenti, o anche questo ossessivo ritornare sui medesimi temi, che si estende per circa duemila anni. Si potrebbe obiettare che anche in altre regioni del sapere esiste questa rete, per esempio nel discorso scientifico, o addirittura che tutta l’elaborazione concettuale dell’essere umano è una rete. Nel caso dei monaci, forse, si può osservare con più facilità, giacché persino la forma in cui sono espresse determinate questioni è praticamente la stessa. Come se i monaci, oltre a vivere nel proprio tempo, fossero anche tra loro tutti contemporanei.

Mi pare inoltre di intravedere qui una possibile via di distinzione netta tra cenobiti e frati da un lato – uomini e donne di comunità -,  ed eremiti e contemplativi dall’altro – uomini e donne di clausura, soli al mondo («Per un certosino», dice uno di costoro, «pensare ai suoi confratelli è spesso un ostacolo o una tentazione»).

E quindi mi dà da pensare, infine, il tema vero e proprio: gli altri mi conoscono meglio di me. Poiché, viene da aggiungere, di me colgono il puro lato pragmatico: azioni, omissioni, parole e silenzi. Cosa che per un sedicente materialista non è affatto contraddittorio.

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Lettere a un amico sulla vita spirituale

Quando leggo le parole di Enzo Bianchi, il famoso priore di Bose, mi sembra di ascoltare la sua voce, e la prima impressione, abbastanza prevedibile, è quella di un individuo saggio che molto ha vissuto, fatto e meditato. Qui poi la forma epistolare amplifica l’effetto. Ma se resto alle parole pubblicate – le uniche che posso giudicare non conoscendo la persona né la sua comunità –, e le lascio risuonare un po’, quell’impressione passa in secondo piano e prevale un preciso dissenso. Mi permetto di dissentire, per quel che vale, poiché le sue pagine sono chiaramente rivolte a tutti, per rinsaldare chi crede e per dialogare con chi non crede.

Sorvolo su molti temi che mi sembrano ormai entrati in un repertorio consolidato, come la fretta che ci affliggerebbe, il culto dell’esteriorità e dell’io, la frenesia dell’attività – possono essere affrontati anche da un punto di vista materialista. Sorvolo anche sul tema del passaggio a una dimensione autentica dell’esistenza, basata sulla vita interiore, sul riconoscimento dell’unicità, sulla «fedeltà a se stessi» – un concetto di tale fragilità che non m’azzardo…

Mi azzardo invece a riflettere, da ospite non invitato, da lettore, sulla strana interpretazione proposta del cosiddetto «silenzio di Dio», secondo la quale il Signore si mantiene invisibile e inaudibile per non imporsi: «E se il Dio che preghi rimane invisibile e apparentemente silenzioso, manifesta così di non essere totalitario. Al contrario, ti lascia lo spazio e il tempo per essere te stesso». Attenzione, prosegue il priore, a non intestardirsi, nel proprio limitato discernimento, su questo silenzio, perché «è Dio a tacere? O è il credente, il popolo a non ascoltare, incapace di cogliere le parole che Dio esprime forse in altro modo, attraverso fatti ed eventi inattesi e imprevedibili. […] La parola di Dio resta nascosta nel suo grande silenzio, e dobbiamo imparare ad ascoltarli entrambi, poiché entrambi sono presenza di Dio. E Dio non può non essere presenza!» E non dimentichiamo, conclude, l’esperienza dei grandi contemplativi che si sono «lamentati» di questo ostinato mutismo, perché «la loro testimonianza ci insegna che quando imputiamo a Dio il suo mutismo, in realtà siamo noi incapaci di ascoltarlo…»

Di fronte a questo che ai miei occhi è un gioco di parole, io, che pure con le parole ci gioco fin troppo, scuoto la testa con decisione, e pazienza se lo faccio in nome della logica. La voce del priore suscita un sicuro rispetto e merita di certo di essere ascoltata, e non perché lo dica io, ancor più considerando il panorama delle «voci ufficiali» che parlano ogni giorno da varie «cattedre», ma, paradossalmente, non fa che rafforzarmi nel mio non credere. E mi sembra molto rappresentativa di quel progressivo «assottigliamento» di «Dio», di quel tentativo di «aggiornare» la fede, durante e dopo il Ventesimo secolo, anche a costo via via di svuotarla pur di fronteggiare ancora con essa il mondo e soprattutto la storia.

Enzo Bianchi, Lettere a un amico sulla vita spirituale, Edizioni Qiqajon-Comunità di Bose 2010.

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Fratture

Per quanto mi sforzi di comprendere, lasciando da parte qualsiasi intento polemico, mi è difficile seguire la logica della «tentazione», soprattutto per come l’ho trovata esposta tante volte nella letteratura monastica. Quella tentazione che se non viene direttamente dal Signore, da lui è comunque permessa (a partire da Giobbe).

Visto che è passato di qui da poco, cito Otlone: «[Non bisogna meravigliarsi che a Dio piaccia] che tutti siano messi alla prova. Perché non conoscerebbero davvero se stessi, né sarebbero riconosciuti da altri, se queste esperienze non li avessero resi consapevoli e provati» (quel «né sarebbero riconosciuti da altri» meriterebbe una riflessione a parte). Soltanto nella tentazione, e nella caduta, possiamo prendere veramente atto della nostra debolezza e della nostra fragilità, così da convertire il nostro orgoglio in umiltà, nella certezza che non saremo mai tentati «oltre le nostre forze». Quindi sopporta tutto, più o meno, perché ti fa bene e perché, in ogni caso, qualcuno sa che ce la puoi fare.

Ora, si potrebbe obiettare che l’errore stia proprio nel cercare una logica, ma anche chiamandolo discorso (poiché mistero mi è impossibile) rimane secondo me un punto rilevante: per sapere che le ossa si possono fratturare non ho bisogno di rompermi una gamba. Me lo dice la medicina, me lo dice la storia, me lo dice il vicino di casa che è scivolato sulle scale nonostante avesse fatto attenzione – e me lo racconta.

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Ventose

Tra i molti commenti alla Regola di san Benedetto – e tra i pochi, pochissimi che ho effettivamente letto – uno dei più significativi è quello di Anna Maria Cànopi, la grande badessa dell’abbazia benedettina Mater Ecclesiae sull’Isola di san Giulio. È un testo che riprende la più augusta delle tradizioni, precedente alla stessa Regola, quella ad esempio delle Conferenze ai monaci di Giovanni Cassiano, in cui la filologia cede interamente il passo alla spiritualità. Un testo tutto attraversato da una tensione d’acciaio, che lo rende avvincente e che può essere ricondotta alla enorme preparazione e alla singolare personalità della badessa.

Già, la «personalità»… proprio uno di quei nemici contro i quali si scaglia l’autrice: «Il maligno si impossessa di noi come di un pezzo di terreno, lembo a lembo, attraverso cose che a noi sembrano inezie, anche attraverso alcuni atteggiamenti che noi riteniamo di poterci permettere per conservare almeno un po’ di… personalità e uno spazio di libero movimento». Eppure, quale maggior dimostrazione di personalità che queste seicento pagine che si stendono come un campo di battaglia in mezzo al quale la badessa si erge con il dito indice destro sollevato?

Mi guardo bene dal voler prendere in contraddizione la badessa: a) se l’attaccamento a sé è un «peccato», io sono il primo «peccatore» (per quanto, tra parentesi, è la prospettiva stessa del «peccato» che rifiuterei), b) non ne ho la preparazione, c) non è così importante. Non posso però non osservare anche qui quella lacerante ambiguità tra umiltà e superbia che dev’essere fonte di tormento per tanti monaci e monache.

Inoltre, l’antropologia che si intravede sotto i commenti, molto puntuali, ai vari passi della Regola, è radicalmente negativa. Il riferimento al «maligno» è frequente, anche a Satana, ma questo «maligno» di cui la badessa e le sue consorelle fanno ogni giorno esperienza sembra avere piuttosto le fattezze dell’«io», o più esattamente delle «forze istintive ed egoistiche della nostra natura». Benedetto contempla, dice Anna Maria Cànopi, «non uomini inermi fuggiti dal mondo, ma valorosi combattenti della fede per la difesa del mondo dalla virulenta aggressione del male». Ma il male non è la fuori, si direbbe invece che sia la sostanza stessa di cui siamo fatti.

L’aggressione all’«io» nelle sue varie manifestazioni – la volontà, l’opinione, la pigrizia, il possesso, una umilissima matita, una semplice fetta di dolce – è senza tregua: «lungo tutta la giornata andiamo impregnando di noi stessi tutto quello che facciamo, vediamo o tocchiamo […], su tutto mettiamo le nostre ventose». E per quanto la stella polare di tutto il volume sia la mansuetudine, e per quanto possa essere tentato, in certe ore, da questa feroce opera distruttiva, mi riesce difficile non provare compassione e comprensione per quelle nostre umane «ventose».

Sono andato troppo per le lunghe. D’altra parte il testo della badessa è ricchissimo ed è più che probabile che a me sia sfuggito molto. I grandi «avversari» sono i più stimolanti, bisognerà ritornarci.

Anna Maria Cànopi, Mansuetudine: volto del monaco. Lettura spirituale e comunitaria della Regola di San Benedetto in chiave di mansuetudine, Edizioni La Scala 1995.

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